Bruno Ventavoli, La Stampa 4/3/2007, 4 marzo 2007
BRUNO VENTAVOLI
TORINO
Gemma aveva imparato ad amarlo e lui aveva imparato come ci si deve comportare con una moglie giovane e bella». Fine. Al cinema, a questo punto, quando la sala era ancora buia, si incollava l’ultimo bacio sulle labbra della fidanzata, e si guadagnava l’uscita nella calca della folla. A casa, invece, si riponeva la rivista con cura nella credenza, e si tornava alle occupazioni domestiche. La scena della Provinciale con Ferzetti e la Lollobrigida abbracciati davanti alle nuvole era la stessa. Sul grande schermo. O in un fotogramma di carta. Perché nell’Italia degli Anni Cinquanta il film potevi vederlo, o rivederlo, anche stampato in rivista. Il fenomeno editoriale dei Cineromanzi fu impressionante. Poi divenne rapidamente materia da macero, oppure sfizio di collezionisti eterodossi. Ora, riscoperto dagli studiosi, arriva in una mostra colorata, cinefila, screziata di nostalgia, all’Archivio di Stato di Torino. Sono esposti circa duecento fascicoli, provenienti in gran parte dalla collezione personale del regista Gianni Amelio. Bellissimo il catalogo curato da Emiliano Morreale, e stampato dal Castoro.
Il Cineromanzo infuriò per una decina d’anni, quando la grande macchina del cinema popolare deteneva ancora il monopolio dell’immaginario collettivo. Prendeva a prestito i linguaggi dei feuilleton, del fumetto, del fotoromanzo. Ma costituì un genere a sé, alimentato da decine di testate. Amato da almeno dieci milioni di lettori, soprattutto donne, e soprattutto del ceto-medio basso. Con scarsa cultura, e molti sogni proibiti per la testa.
I cineromanzi prediligevano il melodramma. Ma non disdegnavano nulla. Da Ulisse al Brigante Musolino, da Matarazzo a Hitchcock, da Sophia Loren alla Bardot. Non mancava neppure un’opera intellettualissima come Il grido di Antonioni. Sulla rivista veniva riproposta la trama del film. Un signore, il ri-scrittore della storia, cercava in moviola i fotogrammi migliori, li «segnava» passando con l’ago il filo nei dentini della pellicola. Esperti calligrafi trascrivevano i dialoghi con inchiostro di china su trasparenti, da sovrapporre alle immagini come se fossero fumetti.
I periodici erano meno effimeri del «cine». Offrivano letture, rubriche di posta, fotografie di aspiranti attori, consigli dei divi. Il cinema, così come la stampa popolare, alimentavano il culto della celebrità. Ma rammentavano che il cammino per il successo oltre che essere «luminoso» è «arduo». Mai darsi arie, perché nell’ambiente dello spettacolo tutti sanno che si è cominciato dal nulla, e che presto si tornerà nel nulla. Insomma quel sano «memento mori» della fama totalmente assente dall’odierno vippume tv.
Nell’Italia ancora povera, e molto morigerata, si cercava anche di dare consigli per la vita quotidiana. L’attrice Dawn Addams, con l’aspirapolvere in mano, insegna a tenere la casa a posto in modo razionale e comodo «senza stancarsi fino all’abbrutimento». Kim Novak, Giovanna Ralli e Teresa Pellati, spiegano alle donne che bisogna «essere attraenti, eleganti e ottime cuoche». Perché nell’etica dei cineromanzi le tette prosperose erano preziose quanto i fornelli. E il sovvertimento dei sensi valeva quanto «l’eterno prodigio della maternità».
Il cineromanzo, come fenomeno di massa, morì con gli anni 60. Forse perché finì il grande melodramma popolare. O forse perché la società era diventata più opulenta, più colta, più smaliziata, e quei rotocalchi acquistati un po’ vergognosamente, guardati con sufficienza dalle signorine snob, non alimentavano più sogni. Non si estinsero però del tutto. Perché nella letteratura popolare nulla si crea e nulla si distrugge. Negli anni 70 arrivarono gli ultimi fuochi con altri generi popolari, come il western o l’horror. E soprattutto la nuova, burrascosa, galassia dell’editoria sexy.
Testate come Cinesex o Cinestop promettevano versioni integrali e tanti nudi di film erotici infimi. Oggi sembrano più casti di un tg, perché i vincoli censori erano ancora forti. Negli amplessi si vedevano solo abbracci e occhi chiusi nel piacere, mai organi sessuali all’opera. Oltre alle didascalie che parlano di «donne pazze di sesso», c’erano servizi giornalistici su «sado-lesbomasochisti», coppie aperte, e gallerie fotografiche di sedicenti «lettrici» un po’ discinte. Sembrano passati anni luce nel campo del pudore dalle avventure di Amedeo Nazzari. Ma forse non è così. Un tempo le dive consigliavano alle fanciulle come truccarsi o cucinare manicaretti. Ora anonimi giornalisti si divertivano a spiegare come scambiarsi mogli e mariti o raggiungere l’orgasmo. L’obiettivo pedagogico di migliorare la vita domestica in fondo era identico.