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 2007  marzo 04 Domenica calendario

A un anno e mezzo dalle elezioni, il giudizio sull’esperimento tedesco delle larghe intese è ancora sospeso

A un anno e mezzo dalle elezioni, il giudizio sull’esperimento tedesco delle larghe intese è ancora sospeso. Gli ottimisti ritengono che quella al governo sia la migliore delle Grandi coalizioni possibili. I pessimisti anche. In 15 mesi di governo, la coalizione guidata da Angela Merkel ha realizzato riforme che cambiano, allo stesso tempo, molto e poco. Ha alzato l’età pensionale a 67 anni (nove più del limite su cui si discute in Italia), ma in modo che giunga a regime solo nel 2029, e ha modificato il sistema sanitario secondo una logica così confusa che nemmeno i firmatari della legge sono in grado di spiegarne le conseguenze: ha introdotto elementi privati, ma ridotto la concorrenza. Infine sta tagliando l’imposizione sulle imprese, ma rinviando al 2009 il nuovo regime per i redditi da capitale. Il principio secondo cui la coalizione più larga dispone del «capitale politico» per subire i costi delle riforme è attenuato dalla pratica di realizzare le riforme spostandone i costi ai futuri governi. Il duplice orientamento politico dei due partiti coalizzati pesa sul contenuto delle riforme: ogni iniziativa infatti nasce solo a patto di essere bilanciata da una che vada in direzione opposta o da una quantità di «deroghe» che hanno per esempio attenuato l’allungamento dell’età pensionabile. Nel caso della riforma della burocrazia, presentata con grande enfasi dalla Merkel, invece, il Normenkontrollrat, l’organismo che deve smantellare l’eccesso di regole, non prevede alcun rappresentante dell’economia, ma principalmente personale amministrativo o sindacalisti per poter garantire il controllo politico della riforma da parte di Cdu e Spd. Al tempo stesso la Grande coalizione sta invertendo le tradizionali funzioni dei due partiti. un ministro cristiano-democratico a riformare l’assistenza alle famiglie per stimolare il lavoro femminile; mentre è un ministro socialdemocratico a lottare contro la spesa pubblica. Dal punto di vista politico, infatti, l’esperimento sta subendo un’interessante trasformazione. Nel primo anno pareva che a guidare la danza fosse non la cancelliera Merkel e il suo partito cristiano democratico, bensì il partner minore socialdemocratico che poteva giocare mediaticamente sulla doppia scala di un ruolo «di governo, ma di opposizione». Ora la classica insofferenza dell’elettorato tedesco per l’ostruzionismo ai governi ha cambiato gli equilibri: la Cdu ha maggiori consensi e l’Spd non riesce a sollevarsi dallo zoccolo del 26%. L’economia contribuisce a rafforzare la Merkel. I disoccupati sono scesi da 5 a 4 milioni, il prodotto lordo è aumentato del 2,7%, rallenterà un po’ in questo trimestre, ma se l’economia globale reggerà, offrirà sorprese positive. La crescita media stimata nei prossimi quattro anni è del 2,5% annuo, come quella americana. L’effetto crescita ha migliorato il deficit pubblico di circa l’1,4% del Pil. stata notevole la performance nel 2006 del taglio alle spese pari all’1% del Pil (+0,4% le entrate). Dopo due anni di tagli, la spesa pubblica tedesca è al 45,8%, cioè sotto il livello britannico. I miglioramenti dal lato della spesa federale tuttavia sono stati compensati dai deficit dei Laender. Il debito federale continua ad aumentare e solo nel 2007, dopo sei anni, sarà rispettato l’art. 115 della Costituzione che prevede deficit inferiori alla spesa per investimenti. Il successo nella politica di bilancio è da collegare a un’interessante innovazione: non potendo nessuno dei due partiti appropriarsi del merito di una buona crescita dell’economia, per la prima volta sono state fatte previsioni molto caute sull’aumento del Pil e di conseguenza sono stati preparati piani moderati di spesa da parte dei ministeri. La disciplina fiscale sembra cioè rafforzata dalla bipartisanship e in particolare dalla combinazione «cancelliere cristiano-democratico e ministro delle Finanze socialdemocratico». Il dibattito interno ai due partiti sembra però paralizzato dall’innaturalezza della coalizione. L’Spd sta rinnegando il pur confuso riformismo di Gerhard Schroeder, mentre la Cdu sembra ancora sotto choc per le conseguenze delle campagne condotte sul velo islamico e soprattutto sul calo delle tasse. Nel caso della Cdu il solo nominare il padre della rinnegata riforma fiscale, Paul Kirchhof, viene considerato un’offesa. Entrambi i partiti dunque hanno scelto una linea conservativa e conducono una silenziosa guerra di posizione. Nel primo semestre del 2007, Merkel è impegnata nella presidenza europea dove, se si accantona l’ipotesi di un esplicito fallimento, accumula prestigio da riutilizzare nelle vicende domestiche. Con l’estate tuttavia la cancelliera dovrà avviare la nuova agenda per il 2008, che sarà decisiva non solo per la sua sopravvivenza. I due temi fondamentali sono la riforma del federalismo fiscale e di nuovo quella delle pensioni. La riforma del federalismo sarà la madre di tutte le riforme solo quando sarà completata dalla riforma del federalismo fiscale che riconosca responsabilità ai parlamenti regionali le cui competenze sono già state definite in modo più coerente. Le resistenze politiche sono naturali perché è a livello locale che i partiti tedeschi finanziano le proprie macchine del consenso. Quanto alle pensioni, la struttura del sistema andrebbe completamente modificata. Saranno quelli i test sui quali la storia giudicherà la Grande coalizione.