Jérome Fenoglio, La Stampa 4/3/2007, 4 marzo 2007
JRME FENOGLIO
Indizi dappertutto, prove nessuna. Per molto tempo l’acqua ha ingannato gli astronomi che si erano lanciati ala sua ricerca su Marte. Reti fluviali, laghi a secco, fondi d’oceano: le immagini rilanciate dalle sonde americane negli Anni 70 potevano lasciare immaginare tutto questo, sulla superficie di un astro il cui colore rosso era assimilato alla ruggine.
Il segno delle onde
I sospetti abbondavano ma nulla li ha mai avvalorati. In fondo a immensi delta evidentemente modellati dalle onde, nessun strumento aveva mai individuato il minimo sasso la cui forma fosse stata alterata dall’azione dell’acqua. Invisibile, a parte i ghiacci dei poli, il liquido sembrava essere scomparso cancellando anche le sue tracce chimiche.
Per trovare un’eventuale conferma di vita marziana la Nasa ha dato un’indicazione precisa: seguire l’acqua. Ma la pista si è rivelata sempre più difficile, gli scienziati si sono divisi tra chi aveva una visione di Marte come un pianeta caldo e umido ancora di recente, e chi lo riteneva freddo e secco ormai da molto tempo.
Tutto è cambiato tre anni fa dopo l’arrivo su Marte di due robot americani, Spirit e Opportunity, e di una sonda dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, la prima lanciata in orbita marziana. Mars Express, arrivata a fine 2003, qualche giorno prima dei robot gemelli della Nasa, da allora ha accumulato dati che potrebbero cambiare la nostra visione del pianeta rosso. Tra i sette strumenti imbarcati sulla sonda, lo spettrometro Omega è riuscito, per la prima volta, a identificare due famiglie di minerali la cui formazione richiede la presenza di acqua.
Lo strumento (alla cui realizzazione ha collaborato il laboratorio dell’Osservatorio di Roma) lavora misurando l’irradiamento infrarosso emesso dalle rocce, per analizzarne la composizione. Si possono così studiare con precisione le ere geologiche del pianeta, finora dedotte dagli scienziati con le osservazioni del suolo - come i crateri causati da meteoriti - fotografato dalle sonde.
Omega
Il team di Omega ha individuato tre ere fondate su altrettanti minerali. Una riscrittura della storia di Marte che è ancora approssimativa: per ora è impossibile datare con precisione l’inizio e la fine di ciascuna era. Ma lascia intendere che in un certo periodo l’acqua era abbondante e la vita ha potuto trovare condizioni favorevoli per svilupparsi, come un clima temperato. Potrebbe essere accaduto subito dopo la formazione del pianeta, 4,5 miliardi di anni fa. Una finestra che si è aperta e richiusa abbastanza rapidamente. E che corrisponde a uno dei minerali scoperti da Omega: un’argilla di tipo particolare che per formarsi richiede abbondanti quantità d’acqua.
Questi minerali scoperti da Omega sono importanti non solo perché testimoniano della presenza stabile d’acqua in un certo periodo, ma anche perché Omega li ha scoperti in terreni considerati tra i più antichi del pianeta che si trovano dove la logica non li avrebbe piazzati: non in fondo a valli che sembrano nate dall’erosione dell’acqua, ma in cima ad altipiani. E così si spiegano anche la delusioni di chi in questi anni ha cercato le prove dell’esistenza d’acqua su Marte, e non le ha trovate. Sul pianeta esistono siti che risalgono a un’epoca in cui sulla Terra stava comparendo la vita.
Ma non si può ancora dire che con certezza che quell’argilla si sia formata a contatto con una massa di acqua liquida in superficie. Perché far esistere una tale distesa acquatica sarebbe stato necessario un clima temperato, garantito dall’effetto serra di una spessa cappa di anidride carbonica. In questo caso il gas sarebbe stato in gran parte assorbito, come sulla Terra, dall’oceano primordiale.
L’atmosfera fuggitiva
Sul nostro pianeta il Co2 lascia una traccia ben visibile perché una volta disciolto nell’acqua si trasforma in carbonati. Su Marte resta introvabile: tutte le sonde l’hanno cercato a lungo, e invano. Un’assenza che depone per la fuga precoce nello spazio del Co2. La perdita dell’atmosfera è senza dubbio la catastrofe che ha impedito a Marte, 500 milioni di anni dopo la nascita, di avere un’evoluzione di tipo terrestre. Si spiega probabilmente con la piccola taglia del pianeta, non sufficiente per mantenere un movimento da dinamo interna che avrebbe garantito il campo magnetico dell’astro. Senza questa protezione l’atmosfera ha potuto allontanarsi, sotto l’effetto del vento e dell’irradiamento solare.
Circondato solo da un sottile strato gassoso, Marte avrebbe quindi conosciuto, ben presto nella sua storia, un grande cambiamento climatico. La transizione verso la seconda era della sua vita, quella dello zolfo. Un’evoluzione dovuta a un’intensa attività vulcanica. l’epoca in cui l’enorme massiccio del Tharsis, coi suoi vulcani giganti, si è sollevato. Nello stesso tempo si apriva l’immensa fossa delle Valles Marineris.
Laghi scomparsi
Nel corso di questi eventi falde di acqua calda potrebbero essere risalite in superficie e, interagendo con lo zolfo, avrebbero formato il secondo tipo di minerale idratato scoperto da Omega: dei solfati.
«Sono sali che richiedono anche la presenza di un liquido per la loro formazione - spiega Jean-Pierre Bribing dell’Istituto di astrofisica spaziale (Ias) di Parigi - ma senza che questo persista su lunghi periodi. I solfati possono depositarsi quando l’acqua evapora».
Sono stati osservati nella pianura dei Meridiani, sia dalla sonda europea sia dal robot americano Opportunity, e sul fondo delle Valles Marineris. Lì la telecamera ad alta risoluzione di Mars Reconnaissance Orbiter ha mostrato delle falde nelle quali l’acqua ha potuto circolare, formando effimeri laghi.
copyright LE MONDE