Francesco Sisci, La Stampa 4/3/2007, 4 marzo 2007
FRANCESCO SISCI
La settimana prossima le Borse del mondo per la prima volta terranno gli occhi puntati sui risultati della piazza di Shanghai e nei prossimi mesi ci si attende una grande volatilità e instabilità degli scambi internazionali a causa della Cina.
Sarà la prima volta che accade e introdurrà una nuova importante variabile finora estranea agli scambi anche perché la moneta cinese non è liberamente convertibile e non si può liberamente investire a Shanghai. Quindi non ci sono collegamenti strutturali che legano i risultati cinesi a quelli delle altre Borse del mondo.
Ma il crollo a catena delle Borse dopo lo scivolone di Shanghai e Shenzhen la settimana scorsa prova che ormai i risultati della Cina nel suo complesso sono determinanti anche solo per indirizzare gli umori degli investimenti globali di brevissimo termine, come quelli borsistici.
Questa è una novità per tutti, anche per il governo cinese. In passato Pechino era intervenuto più volte e pesantemente su Shanghai. Anzi gli interventi erano così significativi che per descrivere la situazione gli operatori cinesi spiegavano: la Cina non ha un mercato «toro» o «orso» (che va in su o in giù, nel gergo borsistico internazionale) ma solo «maiale» (gioco di parole con l’ex premier Zhu Rongji, il cui cognome, Zhu, suona come «maiale» in cinese).
Così anche questa volta Pechino pensava sarebbe andata così: aveva annunciato nuove regole per raffreddare l’economia surriscaldata. In fondo il listino cinese è volatile per tradizione e si pensava che ciò non avrebbe avuto riflessi sui mercati esteri. Ma stavolta non è stato così.
Non c’è un motivo strutturale che spieghi questo fenomeno. Le Borse cinesi sono sganciate dal resto del circuito globale e non è chiaro perché sia effettivamente successo. Ma è chiara la centralità crescente della Cina sia in termini economici che politici.
Per iniziare a capire è necessario innanzitutto sfatare un mito: la Borsa cinese non è affetta da una bolla speculativa. La capitalizzazione di mercato è minima rispetto a quella di altri mercati avanzati. La storia è molto più complessa e i problemi della Borsa cinese sono più strutturali. La Borsa avrebbe bisogno di un risanamento complessivo.
Ma c’è l’onere del passato. Negli anni ”80 si quotavano in Borsa solo le aziende sull’orlo del fallimento e il denaro raccolto spesso non era allocato in investimenti produttivi ma sprecati in speculazioni o prebende a piccoli o grandi funzionari. Molte di queste aziende compaiono ancora nel listino, mentre le aziende solide spesso semplicemente non si quotano.
Inoltre c’è un problema struttural-finanziario. Oggi oltre il 90% degli scambi è effettuato da individui che rappresentano più del 60% degli investimenti mentre fondi comuni, assicurazioni, investimenti stabili e di lungo termine sono poco più del 30% del totale.
La proporzione andrebbe rovesciata ma non è facile anche perché è un cane che si morde la coda. Gli investitori istituzionali sono restii ad arrischiarsi su un mercato con tanta volatilità, guidato dalle voci e dagli umori che spirano da Pechino o da qualunque altra parte.
Andrebbero poi portate in Borsa aziende più sane mentre quelle marce andrebbero cacciate in maniera sistematica, ma questo significa un passo avanti nella chiusura o riforma di tante aziende statali.
Queste a loro volta si lamentano dicendo di potere diventare efficienti una volta risolto il loro annoso problema dei pensionati. Ogni azienda statale infatti mantiene un esercito crescente di pensionati. Il loro futuro, invece, dovrebbe essere affidato a fondi assicurativi.
Ma dopo lo scandalo dell’anno scorso a Shanghai, quando i dirigenti cittadini stornarono oltre un miliardo di dollari di fondi assicurativi, il governo è molto prudente sulle attività delle assicurazioni in Cina.
Tutto questo non fa che impedire il cambiamento. In sostanza la realtà è che anche nel prossimo futuro il governo continuerà a usare strumenti amministrativi per regolare la Borsa, che quindi presumibilmente andrà in su e in giù come uno jo-jo trascinando dietro di sé le Borse di mezzo mondo.
Tutto questo apre un nuovo fronte politico-economico per il governo cinese. Stando così le cose è chiaro che il governo cinese potrebbe influire sugli equilibri finanziario-politici globali intervenendo semplicemente sulla propria Borsa. però la struttura della sua finanza che lo «obbliga» a procedere in questo modo.
Dato che le cose stanno in questi termini, la Cina non può pensare di intervenire in assoluta indipendenza sulla propria Borsa senza scatenare le preoccupazioni nel resto del pianeta. una partita totalmente nuova per la Cina e per il mondo, insomma, quella che si è aperta dopo i fatti dell’ultima settimana. Qualcosa a cui nessuno aveva neppure cominciato a pensare.
Se il G8 esiste per coordinare le politiche economiche dei grandi attori internazionali, l’assenza della Cina a questo punto comincia a rappresentare un grave problema per tutti.
Potrebbe essere già tardi farla entrare oggi. L’Italia, però, potrebbe giocare un ruolo fondamentale in questa partita, ricavandone anche un certo prestigio, visto che Roma è stata tra i primi a candidare la Cina ad avere una poltrona al tavolo dei Paesi più industrializzati del mondo.