Anna Bandettini, la Repubblica 4/3/2007, 4 marzo 2007
ANNA BANDETTINI
MILANO
ha scelto di smettere ora, sicura di sé e all´apice della carriera. Di chiudere con la danza subito, prima che il corpo diventi un oggetto alieno e ballare una dolorosa molestia. «No, no, meglio smettere prima. Amo troppo la danza e i miei personaggi. L´idea che ballarli possa diventare una fatica, o semplicemente vedere che non riesco più a interpretarli come so fare… Sarebbe orribile. Questa carriera è stata per me un dono incredibile. Voglio uscirne dal palcoscenico con un grande inchino, non dalla porta di servizio piena di acciacchi. Voglio terminare ora, col bicchiere di champagne in mano, alla Roland Petit».
Il prossimo luglio Alessandra Ferri lascerà la danza, dove è stata presente per quasi trent´anni, la più bella Carmen secondo Petit, la Manon per eccellenza nei libri di storia del balletto, l´étoile internazionale che ha girato il mondo, è stata amata dai maggiori coreografi.
Ha "solo" quarantatré anni, ha il corpo da bambina ancora perfetto e una serenità, confessa, che non ha mai avuto. In tuta da lavoro, dentro un golfone di felpa, i capelli neri raccolti dietro la nuca, tra una prova in teatro e un massaggio, davanti a un frugale piatto di pastasciutta di un ristorante vicino alla Scala, è qui a ricordarci che le donne sono belle, fulminanti, veloci quando c´è da prendere in mano la propria vita, il groviglio di quello che siamo e non siamo più, dei sogni, delle delusioni, di ciò che si è costruito e ciò che è cambiato. «Oddio: non è stato affatto facile. Ho pensato e ripensato più volte se smettere era la cosa giusta. Ho avuto le mie paure. Un mese fa, quando alla fine della tournée in Argentina ho salutato Julio Bocca, il mio partner di sempre, mi è venuto il magone. Ce la farò, mi sono detta? Ma a un certo punto, si è come sciolto tutto. Ho sentito dentro di me una sicurezza solida, consapevole. Sarà questa la vecchiaia che avanza? Io una volta ero Carmen, combattiva, strasicura, accesa. Corazze, forse solo corazze per nascondere fragilità e insicurezze, perché adesso che mi accorgo di smussare gli angoli, di lasciar correre, mi sento finalmente solida, serena, matura. E l´effetto è che ho cominciato a sentirmi in una forma fisica splendida, ballo come non ho mai ballato in vita mia. Mi sento come se dovessi sollevare il mondo».
Tutta questa energia la concentrerà, intanto, in La Dame aux camélias, lo spettacolo di addio alla Scala, dal prossimo 20 marzo. «Erano anni che sognavo quel ruolo. Avrei dovuto farlo già sei anni fa col Balletto di Amburgo, ma rimasi felicemente incinta di Emma, la mia seconda bambina, e rinunciai. Alla fine sono felice che succeda ora perché Marguerite è una donna complessa, con dei lati oscuri che credo di poter capire solo in questa fase della mia vita. Non è Manon, uno dei miei cavalli di battaglia, la ragazza giovane, bella, dissoluta che crede di poter avere il mondo ai suoi piedi. No, quella di Marguerite è la storia di una solitudine profonda, totale, in un mondo in cui l´umiliazione delle donne era enorme, trattate come corpi, riempite di gioielli, maltrattate nell´intelligenza. Mi sono riletta il romanzo, per capire. molto oscuro, mi ha turbata, tanto dolore femminile c´è».
Dicono che è l´Anna Magnani della danza per i gesti, i movimenti, i lampi segreti che illuminano i suoi personaggi. «Ma è la musica, non io. Io sono ancora la bambina di quattro anni che voleva essere la musica e per questo sognava di ballare. Per me la musica è l´aria, è qualcosa che ci avvolge, ci riempie, ci dà vita. Io ho sempre avuto un rapporto emotivo e profondo con la musica. Le mie interpretazioni vengono fuori da lì, io mi unisco, mi abbandono alla musica e lascio che i personaggi escano, donne gioiose o dolenti, regine o puttane, le poverecriste come Gelsomina, le svolazzanti Manon, le Carmen, le Giulietta, Odette…».
Se (quasi) tutte le eroine di Alessandra Ferri alla fine soffrono, lei no. Ha accanto l´entusiasmo di un marito artista e creativo, il fotografo Fabrizio Ferri, e, mentre altre sue colleghe ballerine rifuggono famiglia e maternità come fossero una disgrazia, lei ha voluto due figlie e ha accettato placidamente i doveri della famiglia. «Sono molto presente, mi occupo delle lavatrici, dei compiti, della casa. Penso che sia l´unico modo di vivere la famiglia. Le mie figlie le ho volute con tutte le forze. Amo troppo la danza e non potevo permetterle di rendermi infelice senza figli, la danza deve far respirare, non soffocare. Così sono arrivate Matilde e Emma. Certo, per una ballerina una doppia maternità può essere la fine. Il corpo non è più lo stesso, i fianchi si allargano, i tendini si allungano, la schiena si indurisce. Mi sono ritrovata in un corpo che non conoscevo. Ho dovuto lavorarci sopra sodo».
Finta fragile, è una stacanovista cocciuta. Una quadrata, cresciuta tra una tradizionale famiglia borghese lombarda e la disciplina della danza, che è implacabile: ti fa essere esigente, guardinga, precisa. Alessandra Ferri si abitua presto a «tenere sempre le redini» di sé, e spesso degli altri, già quando, enfant prodige alla Scala di Milano, allieva prediletta di Ljuba Dobrievich, vince una borsa di studio che la catapulta quattordicenne a Londra, al Royal Ballet, dove a soli diciannove anni diventa la principal dancer. «Erano gli anni Settanta, anni in cui alla Scala il balletto era sindacalizzato come non mai. Andare a Londra fu una liberazione, oltre che molto divertente. Londra era bella, io ero timidissima ma avevo il mondo davanti, e lì non ero obbligata a stare in fila ad aspettare l´anzianità per essere promossa. Io, lo ammetto, ho sempre voluto fare la prima ballerina, stare nel corpo di ballo non mi è mai interessato. Non ho nemmeno mai imparato i passi per stare in fila».
la donna che le ambizioni, la cocciutaggine, i sogni e la disciplina li ha usati come cemento per una carriera spesso anche ingenerosa, selettiva, spietata. New York, per esempio, la città dove oggi ha scelto di vivere con marito e figlie nell´Upper West Side, è stata per lei una lezione di vita. Era l´85, era già Alessandra Ferri: Baryshnikov la vede alla Scala nel Lago dei cigni e la vuole con sé all´American Ballet. «Venivo da Londra, dal Royal dove c´era questa cultura del crescere e accudire i propri fiori. A New York avevo ventuno anni, non conoscevo nessuno, Misha non era l´artista che ti aiutava e gli altri ballerini mi guardavano con diffidenza forse temendo di essere spodestati. Me ne andavo la sera dal Met, e nel percorso dal teatro a casa piangevo. Cenavo sola con la mia minestrina e il giorno dopo gli allenamenti ricominciavano. Per quanto tempo l´ho fatto? Ma niente però mi avrebbe fatto tornare indietro. Nei momenti in cui c´è da mettersi gioco non mi sono mai tirata indietro. E col senno di poi dico che l´American Ballet è una scuola tecnica eccellente per ogni ballerino. Io lì mi sono perfezionata. Ho imparato la tecnica che mi ha dato la libertà di esprimermi come voglio. Ancora oggi in scena vivo di quella sapienza».
Se può avere nostalgie è per gli incontri straordinari della sua vita, le meravigliose persone da cui ha imparato l´umanità, il coraggio, la generosità che devi avere se vuoi essere un grande artista. «Appartengo a una generazione che non c´è più, che ha potuto lavorare con monumenti come Balanchine, Petit, Twila Tharp, Robbins, Cranko, Kylian… grandi persone che ti sanno dare innanzitutto i perché del tuo lavoro. Penso ai giovani di oggi che si limitano a ballare… C´è stato un periodo in cui anche io ho ballato solo per il successo, per quello che dicevano gli altri. Per fortuna mi feci male. Mi ingessarono un piede, tornai a Monza a casa dei miei e mi presi un momento per me. Ero caduta nella trappola di ballare per gli altri, per gli applausi, e non ballavo bene. Oggi è diverso: sono molto tecnica in allenamento, curo molto i passi perché quando sono in scena non voglio pensare ora devo alzare la gamba, ora la spalla destra. Imparo in fretta l´alfabeto per liberarmi, per poter improvvisare e giocare. I grandi della danza mi hanno insegnato che la tecnica è fondamentale purché non diventi un fine, che è quello che sta succedendo purtroppo nel balletto classico oggi».
Racconta quindi con molta grazia dei suoi adorati maestri: Kenneth Mc Millan, il più importante, apparso in sogno accanto a lei, dice, in platea quando ha preso la decisione di fermarsi. «Con McMillan c´è stata una vera naturale predisposizione: le sue coreografie, la schiena arcuata, la gamba allungata, mi venivano facili. In più lui ha una sensualità spiccata e una verità che mi piacciono. In scena ci si tocca, ci si bacia, c´è una naturalezza in cui io mi sono sempre riconosciuta. Il suo verismo è stato una svolta per me, un valore che ho tenuto caro e mi ha spogliata di tante finte pantomime che fanno parte di un secolo finito. Poi c´è Roland Petit: un incontro altrettanto meraviglioso ma più difficile. Roland è un genio, come Balanchine. Ma ha uno stile veramente suo che io ho dovuto imparare e fare mio. Lavorare con lui è divertente, perché è creativo, effervescente, un trascinatore».
Come fanno spesso gli atleti e quelli che hanno il corpo al centro del loro linguaggio, Alessandra Ferri si allena ancora ogni giorno. «Meno ore rispetto a un tempo, ma più intensamente. Se a vent´anni puoi ballare sei-sette ore, fai una dormita e sei fresca, a quaranta hai un sacco di dolori. Le mie prove durano meno, però so cosa devo fare, quando forzare e quando no, è un lavoro più intelligente. E ancora necessario, perché il mio addio alla danza è lungo. Dopo la Scala, c´è la tournée in Giappone, dove mi hanno voluto ancora, poi New York per una Desdemona, altra donna sola, e il Giulietta e Romeo con Roberto Bolle, un bel partner. Ci tengo molto a fargli da madrina per il suo debutto americano».
E poi? «Si vedrà. Farò la viaggiatrice? Una scuola di danza? Mi sento zen. Vedo in quello che ho fatto ieri le radici di oggi, e tutto mi sembra un percorso, uno sviluppo lineare. Sono una donna felice. A tutti, dalle mie bambine agli amici, auguro di avere una passione come l´ho avuta io. Non importa se è la danza o cosa. Ma una passione, per cui battersi. Per cui vivere. Se no, che senso ha?».