Ettore Boffano, la Repubblica 4/3/2007, 4 marzo 2007
ETTORE BOFFANO
Si può essere diversi, anche davanti al boia. E ci si può chiamare Perry Edward Smith oppure Richard Eugene Hickock e affidare la memoria della propria esecuzione a Truman Capote, in un romanzo-verità intitolato A sangue freddo. Invece, si può partire dalla Sicilia, negli ultimi mesi della guerra contro il nazifascismo, chiamarsi Giovanni D´Ignoti o Francesco La Barbera o Giovanni Puleo e morire fucilati a Torino, in una mattina di marzo ovattata dalla nebbia, tra le sterpaglie delle Basse di Stura.
Trentasei agenti della Celere, altrettanti fucili e poi diciotto pallottole vere e altre diciotto a salve; tre sedie fabbricate apposta dal falegname per legare i condannati e far appoggiare loro il mento su una mensola; tre ciotole di brandy, le bende nere; i fotografi con i flash al magnesio, i giudici e il pubblico ministero con cappotti scuri e lunghi e la lobbia in testa. E un frate, i piedi nudi nei sandali semplici e marroni, le lenti da miope, «vigoroso, con i capelli neri e lisci e un volto infantilmente paffuto», come lo descrissero i cronisti di allora nel gelo di quel 4 marzo di sessant´anni or sono. Si chiamava padre Ruggero Cipolla, era un francescano e se n´è andato il primo dicembre scorso, a novantaquattro anni. Fu l´ultimo confessore degli ultimi condannati a morte d´Italia, quelli della "strage di Villarbasse"; e fu anche il loro piccolo Truman Capote, di certo infinitamente meno bravo a raccontare, di sicuro meno cinico e forse più umano.
Capote, quando il New Yorker pubblicò l´ultima puntata, quella dell´esecuzione dei due killer di Holcomb nel Kansas, diede una grande festa al Plaza Hotel che scandalizzò l´America. Alle Basse di Stura, invece, il frate guardò per alcuni minuti i cadaveri dei tre assassini insaccati sulle sedie: «Rimasi ancora un poco lassù per aiutare i becchini a ricomporre i loro corpi nelle bare. Poi, poiché tutte le auto erano già tornate in città, chiesi un posto sul furgone che li portava al cimitero generale. Detti un´ultima benedizione alle fosse nel "Campo 1" e celebrai una messa in loro suffragio nella cappella del camposanto. Saranno state le nove, le nove e mezza. Era spuntato anche un po´ di sole…».
Non sarebbe più accaduto. Un mese e quindici giorni dopo, l´Assemblea Costituente avrebbe cancellato per sempre la pena capitale e, con essa, una storia antica fatta di dolore e di spirito di vendetta nella quale il francescano dai piedi nudi e dai calzari marroni era entrato nel 1944, per volontà del cardinale di Torino Maurilio Fossati, come cappellano delle Carceri Nuove. La sua vita non cambierà mai più, e per i tre anni successivi padre Ruggero sarà l´estremo compagno di settantadue giustiziati: partigiani e antifascisti uccisi dai tedeschi e dalle bande nere, infine i criminali di guerra nazifascisti inviati davanti al plotone di esecuzione dalla Corte d´Assise straordinaria. Sino a quei tre assassini comuni della "strage di Villarbasse".
Un "record" macabro, capace di scavalcare persino quello del beato Giuseppe Cafasso, il santo sociale torinese che aveva accompagnato alla forca sessantotto condannati. Una vendetta umana che, nel 1889, il codice Zanardelli aveva cancellato dalla legislazione italiana, ma che Mussolini e il guardasigilli Rocco avrebbero reintrodotto nel 1926 e poi nel 1935, prima per i reati "politici" e poi per quelli "comuni". Che infine, il 10 maggio 1945, nell´Italia già liberata, un decreto luogotenenziale aveva sancito per chi si macchiava di «omicidio, banda armata, rapina con uso di violenza e a scopo di estorsione». Come era accaduto alla Cascina Simonetto di Villarbasse e come racconterà padre Ruggero, sempre con lo stesso tono uguale della sofferenza, nel suo libro autobiografico intitolato I miei condannati a morte. Dai membri del Cln piemontese, fucilati dai fascisti nel poligono di tiro del Martinetto, all´ultima esecuzione alle Basse di Stura, la landa fredda e nebbiosa scelta in fretta e furia la vigilia di quel 4 marzo proprio per non disonorare, con la presenza di tre assassini comuni, il luogo che aveva ospitato la fine dei martiri della Resistenza.
Il problema della pena capitale fa discutere molto e divide, quasi dilania in quei giorni l´opinione pubblica e i partiti. Quando il presidente provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, nega la grazia a D´Ignoti, Puleo e La Barbera, tutti sanno che la Costituzione si prepara ad abrogarla, ma l´esecuzione è decisa subito, perché i dieci morti di Villarbasse non possono lasciare spazio alla clemenza. Dopo l´approvazione della Costituzione invece, e in attesa della sua definitiva entrata in vigore, tutte le altre condanne a morte saranno sospese e poi cancellate.
A Torino, quando i tre siciliani compiono la strage, esce anche un quotidiano gestito dagli ex partigiani del Partito d´Azione e di Giustizia e Libertà. Si chiama GL e ci scrivono Giorgio Bocca, Carlo Casalegno, Giovanni Trovati, Franco Venturi, Ferruccio Borio e Alessandro Galante Garrone. Chiuderà poco prima del 4 marzo 1947, ma le sue pagine fanno in tempo a narrare sia la sentenza di condanna a morte di Giovanni Cera, ex comandante della Guardia Nazionale della Repubblica di Salò, sia quella degli assassini della Cascina Simonetto. Nella prima cronaca la fermezza ma anche la retorica danno il segno di che tempra sono fatti quei giornalisti giunti in redazione direttamente dalle bande partigiane, nella seconda comincia a farsi strada un linguaggio scarno e asciutto, assieme ai dubbi e ai contrasti morali.
La sera prima della condanna di D´Ignoti, Puleo e La Barbera, invece, alla redazione torinese dell´Unità arriva una telefonata di Palmiro Togliatti che da lì a nove giorni avrebbe lasciato il ministero di Grazia e Giustizia. Gli risponde Davide Lajolo, "Ulisse": «Mi parlò con voce incerta: "Non so, è necessario fucilare altra gente?". Io gli risposi: "Questi non sono politici, compagno. Vanno fucilati due volte: la gente li vuole morti e i partigiani anche". Dopo, avrei voluto richiamare Togliatti e dirgli che ci avevo ripensato. Non lo feci: un gesto di viltà».
Padre Ruggero, in quelle stesse ore, non si tormenta e non discute. Continua la missione affidatagli dal cardinale e non smetterà nemmeno dopo che la pena di morte è stata cancellata. Ai partigiani e agli ebrei, confortati prima del plotone di esecuzione o al momento di salire sui treni destinati ad Auschwitz, si sono sostituiti i capi e i manovali della mala piemontese poi soppiantata dai clan siciliani e calabresi, gli uomini e le donne delle Brigate rosse e di Prima linea, che seguirà nei giorni della rabbia e della violenza ma anche in quelli della dissociazione dal terrorismo, infine le avvisaglie della nuova criminalità dell´immigrazione extracomunitaria.
Tra le celle e i corridoi delle Nuove, anche durante le rivolte dei detenuti dei primi anni Sessanta, in mezzo alle quali, facendo da "ambasciatore", incontrerà l´altra grande storia della sua vita. La interpreta un malvivente delle barriere operaie ed ex legionario in Francia: Silvano Girotto, "Frate Mitra". Sembra un miracolo vero: il rapinatore che si pente e si converte, che diventa frate e poi sacerdote, con la prima messa concelebrata in carcere assieme a padre Ruggero. Andrà a combattere da guerrigliero in Sud America sulle orme di Camillo Torres, in un´avventura in parte vera e in parte inventata: gli dedicano anche un libro famoso e gli scattano una foto sulle Ande che diventerà una «cartolina della rivoluzione». Rispunterà a Santiago del Cile nei giorni del golpe di Pinochet e rientrerà in Italia dove sarà soprattutto un "traditore": infiltrato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nelle Br, farà arrestare a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini.
Forse la maggiore delusione per il francescano delle Nuove che, però, non cesserà mai di credere nel suo compito: «Come non ricordare che il primo santo accolto in paradiso fu proprio il ladrone pentito?». Sempre pronto a rievocare e a narrare di quell´ultima esecuzione che segnò anche la fine di una ferocia barbarica: con un´intervista, un discorso ufficiale o un libro di memorie. Il suo piccolo e personale A sangue freddo, del quale rivelò solo nel 1982, allo scrittore Gian Franco Venè, l´ultimo segreto: «Lassù, nel massacro della cascina, fu risparmiato un bimbo di due anni, Pierino. L´anno scorso, un detenuto per dei reati finanziari legati a un fallimento di due macellerie sale nel mio ufficio e mi dice: Padre, io so chi è lei e lei sa chi sono io. Tutti e due lo sappiamo benissimo, eppure non ci siamo mai incontrati. Questa è l´occasione: io sono Pierino, quel Pierino».