Marika De Feo, Corriere della Sera 4/3/2007 N. Sa. ibidem Massimo Mucchetti, ibidem, 4 marzo 2007
FRANCOFORTE
Nella sfida fra Enel e Eon sul concorrente spagnolo Endesa il gigante tedesco medita ora di passare al contrattacco. E attraverso il settimanale «Der Spiegel» filtra la possibilità che i tedeschi arrivino a comprare fino al 25% di Enel. Una decisione definitiva in merito è attesa entro settimana prossima. Ma una cosa è certa. Il livello della partita si è alzato. E mentre Roma e Düsseldorf si trincerano dietro un laconico «no comment», gli ambienti dell’energia, fra gli scenari in preparazione in Germania, ipotizzano due obiettivi possibili. Che vanno da uno scambio di future azioni del gruppo guidato da Fulvio Conti contro le azioni possedute da Enel in Endesa, a un’offerta pubblica di acquisto su Enel. Che incontrerebbe però le difese della soglia di gradimento – il 3% – da parte del governo italiano, proprietario di circa il 32% del colosso italiano.
Perché Eon medita proprio ora questi progetti? L’entrata improvvisa di Enel nel capitale di Endesa con il 22% minaccia di far sfumare l’opa da 41 miliardi di euro che Eon ha lanciato sul gruppo spagnolo nel febbraio del 2006. E, inoltre, è stata accolta come una mossa ostile nei confronti dei vertici di Eon che, secondo secondo quanto sostengono ambienti finanziari, aveva chiesto a Enel di eventuali intenzioni in Spagna.
Ecco perché l’amministratore delegato di Eon Wulf Bernotat, secondo lo «Spiegel», ha commissionato all’investment bank anglosassone Goldman Sachs un «piano di salvataggio spettacolare». Che prevede come ultima carta dei tedeschi l’acquisto "miliardario" di pacchetti azionari Enel. Una contromossa ostile, che secondo il settimanale tedesco potrebbe essere utilizzata per provocare un ritiro dalla Spagna del gruppo italiano, purché Eon rinunci a intraprendere altre mosse in Italia. Altrimenti, l’acquisizione della maggioranza di Endesa da parte di Eon sfumerebbe definitivamente.
Tanto più che l’asse italo- spagnolo potrebbe includere vasti progetti strategici comuni, anche di conquista di mercati esteri, come quelli dell’Est europeo.
A questo punto gli ambienti finanziari si chiedono se il gruppo tedesco non abbia già provveduto ad assicurarsi pacchetti di azioni Enel, invece di aspettare l’apertura dei mercati di lunedì. E non stia progettando un’opa sul gruppo italiano – che ha raggiunto una capitalizzazione di mercato pari al 48,6 miliardi – alternativa a quella su Endesa, che ormai ha raggiunto una capitalizzazione di 41 miliardi di euro. Perché se è vero che Eon – dotato di un valore di mercato pari a 84 miliardi di euro – finora non ha potuto comprare alcun titolo di Endesa, è anche vero che finora non ha sborsato un solo euro per la campagna spagnola. E dispone di finanziamenti sufficienti per alzare il prezzo di offerta, cambiando obiettivo. Certo che si tratterebbe di una mossa a rischio. In quanto la soglia di gradimento in mano al governo italiano pesa quasi quanto una golden share. Che la Commissione non vede di buon occhio, ed è destinata a sparire in futuro. Ma che rappresenta uno scoglio reale sul quale, di nuovo, i tedeschi potrebbero scontrarsi.
Marika de Feo
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(n.sa.) Ormai è chiaro: la battaglia per Endesa non si combatterà soltanto sul numero delle azioni in portafoglio.
La partita energetica in terra spagnola si giocherà sempre di più sul filo del pubblico e del privato. Così la strategia di Eon, pronta addirittura a entrare in forze nell’Enel, potrebbe anche avere un altro obiettivo: far scattare la norma che in Spagna fissa al 5% il tetto massimo di azioni che una società straniera controllata da un governo può detenere in una utilities. Come dire: se i tedeschi dimostrassero che Enel, pur avendo sul mercato circa il 70% del suo capitale, è di fatto controllata dal governo italiano, allora il nodo dei diritti di voto in Endesa potrebbe diventare più delicato. E come potrebbe dimostrarlo? Ad esempio se, in presenza di un’operazione ostile da parte della stessa Eon, come l’acquisto di un pacchetto del 25%, dovesse scattare il veto nella clausola di gradimento da parte del Tesoro. (N.Sa.)
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Corriere della Sera, 4/3/2007 - L’acquisizione del 24,9% di Endesa da parte dell’Enel fa emergere le contraddizioni dell’Unione Europea e, al tempo stesso, indica nella realpolitik il metro di misura di governi e imprese. Nella costruzione del mercato unico la finanza è assai più avanti dell’industria e della politica. Ed è naturale, perché industria e politica sono più complicate, più legate ai territori, più umane del denaro, sedicente equivalente universale. L’Europa si è data una moneta unica, ma non una politica energetica: fiscalità, tariffe, incentivi, tutele ambientali, modelli proprietari e gradi di competizione restano diversi, figli della storia di ogni Paese. L’industria elettrica tende a una dimensione sopranazionale, ma il mercato unico dell’energia non esiste ancora. Non c’è dunque da stupirsi se i governi – i padri dell’euro – esercitano in questa e in altre materie, come le reti, la loro sovranità.
L’Enel ha appreso la lezione del fiasco Suez, quando credette di aggirare Chirac, e ora si presenta a Madrid, con la benedizione di Zapatero, per impedire che Endesa diventi preda del colosso tedesco E.on. Un colosso, che non è un gioiello anglosassone, ma è diventato tale assorbendo Rhurgas e dotandosi di potenti clausole antiscalata, una specie di Eni-Enel per parlar chiaro.
Prodi auspica una politica energetica comune, precondizione del mercato unico dell’energia, e intanto sponsorizza Enel. In teoria rischia che E.on reagisca scalando Enel. Ma Berlino alzerà davvero la posta al punto di sfidare l’Italia e la golden share del ministero dell’Economia direttamente a Roma? Il vero rischio, per la realpolitik
prodiana, è che lo scambio con Madrid non sia vantaggioso.
Sbarrare la strada a E.on in Spagna dà all’Enel un vantaggio certo, ma minore: evita che i tedeschi gli entrino in casa attraverso Endesa Italia. Ma non si spendono 10 miliardi per così poco.
E non ci si può nemmeno accontentare di un mero investimento finanziario: l’Enel è un’industria e non una holding di partecipazioni, e poi Endesa ha un piano di investimenti tale da assicurare dividendi che pagano solo una parte degli interessi passivi sul debito contratto per l’operazione. Per quadrare i conti, dunque, l’Enel deve poter consolidare Endesa o una sua parte. La società italiana avrebbe la forza per lanciare un’Opa totalitaria: porterebbe il debito totale a 73 miliardi, 4,7 volte l’ebitda aggregato, che è tanto, ma potrebbe abbassarlo con qualche dismissione e avrebbe comunque un utile di 5 miliardi. Ma la conquista di Endesa ferirebbe l’Hispanidad in difesa della quale l’Enel è stata chiamata. Più realistico è ipotizzare, a regime, un break up che consegni una parte di Endesa all’Enel, facendo leva sui nuovi tetti produttivi fissati dal regolatore spagnolo che rendono eccedente un terzo delle centrali della stessa Endesa. JP Morgan stima che, consolidando il 25% di Endesa e scontando i debiti in più, l’utile dell’Enel salirebbe nel 2008 di mezzo miliardo. Ma oggi nessuno può fare promesse all’Enel perché sarebbe il segno di un concerto che obbligherebbe i concertisti a lanciare la contro Opa.
Nel frattempo, la Caixa, azionista parapubblico di Abertis, ha comprato il 2,4% di Autostrade, segno che i colloqui di Ibiza hanno riaperto i giochi tra Abertis e la grande concessionaria italiana, i cui soci non stanno imitando la Caixa. legittimo immaginare, a questo punto, uno scambio incrociato: Enel che entra in Endesa, Abertis che arriva finalmente ad assorbire Autostrade. La verifica della nuova governance
in Endesa e nella nuova Abertis e del cash flow che da Madrid arriverà a Roma e di quello che da Roma andrà a Barcellona, dirà se a Ibiza si sono poste le premesse di un pareggio o se, invece, andremo al due a zero per Zapatero. (Massimo Mucchetti)