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 2007  marzo 04 Domenica calendario

DUE CRONACHE: LE MANIFESTAZIONI CON SCONTRI A COPENHAGEN E A BOLOGNA

DAL NOSTRO INVIATO
COPENAGHEN – Il centro della capitale della tranquilla Danimarca è diventato improvvisamente un territorio di guerriglia. Lo sgombero forzato dello storico centro sociale Ungdomshuset (Casa della gioventù) di Copenaghen ha provocato contestazioni, disordini e una violenta rivolta di giovani alternativi e di estrema sinistra, che hanno bruciato auto ed edifici, tirato bombe molotov e sassi contro i blindati e le squadre speciali della polizia danese.
Gli scontri si sono sviluppati dopo mezzanotte fino alle prime ore di ieri in varie zone centrali, principalmente nel quartiere di Noerrebro, dove ha sede il centro sociale, e nei pressi della vicina comunità hippy autogestita di Christiania, simbolo dagli anni Settanta della pacifica permissività della società danese. Fonti della polizia hanno ammesso che la protesta è la più violenta accaduta in Danimarca dalle contestazioni del 1993 contro l’Unione Europea. E che ha provocato già oltre 500 arresti di giovani danesi e di altre nazionalità. Il portavoce della polizia danese Lars Borg ha confermato al Corriere
che nella lista degli arrestati «figurano anche 7-8 cittadini italiani», ma «la legge locale impedisce al momento di rivelare i loro nomi». Non è ancora chiaro il numero dei feriti e dei ricoverati negli ospedali della città.
La causa degli scontri risale a giovedì scorso, quando la polizia della capitale danese ha fatto irruzione a sorpresa e sfrattato alcune decine di giovani dal centro sociale Ungdomshuset, occupato da più di 25 anni e famoso in tutta Europa per aver ospitato tanti giovani stranieri di passaggio, concerti di rockstar e manifestazioni della cultura underground. Il Comune di Copenaghen lo aveva venduto sei anni fa all’organizzazione religiosa fondamentalista Faberhuset, che ha preteso un ordine di sgombero. I giovani del centro sociale resistevano e proponevano di cercare una soluzione politica o uno spazio alternativo dove trasferire le loro attività sociali, musicali e culturali. Ma l’orientamento rigido del governo di centrodestra del premier Ambers Fogh Rasmussenn ha convinto la polizia a intervenire d’autorità.
Non sono stati solo i frequentatori locali dell’Ungdomshuset a considerarla una provocazione. Giovani di centri sociali tedeschi, svedesi, norvegesi e di altri Paesi hanno lanciato subito iniziative di solidarietà e inviato rappresentanti a una manifestazione di protesta pacifica con concerto, organizzata a Copenaghen nel pomeriggio di venerdì. Dopo la mezzanotte, però, vari gruppi si sono separati e confrontati con le forze dell’ordine, schierate in massa per controllare la situazione anche con mezzi blindati aggiuntivi inviati dalla polizia svedese. Gas lacrimogeni sono stati sparati sui dimostranti, che hanno incendiato varie auto private, cassonetti della spazzatura, una scuola e alcuni edifici. La famosa statua della Sirenetta è stata imbrattata di vernice rosa, ma la polizia non ha confermato il collegamento con la protesta. Gli arresti sono continuati dopo la fine dei disordini con interventi nelle abitazioni di frequentatori del centro sociale.
Il direttore del giornale gratuito Nyhedsavisen
ha sospeso un suo redattore, inviato a coprire gli scontri e risultato aver poi partecipato alla sassaiola contro la polizia.
La calma è tornata prima dell’alba. Nel pomeriggio oltre tremila giovani hanno protestato pacificamente attraversando il centro di Copenaghen fino a Noerrebro. Molti cittadini hanno espresso appoggio all’esigenza di ottenere almeno uno spazio alternativo per le attività culturali e musicali, pur condannando severamente le contestazioni più violente. I deputati di Rifondazione comunista, Francesco Caruso e Maurizio Acerbo, hanno inviato una protesta all’ambasciatore danese in Italia sul comportamento della polizia di Copenaghen e hanno invitato il premier Romano Prodi a intervenire a sostegno dello storico centro sociale. La polizia ha mantenuto un massiccio controllo del territorio. Il centro è stato attraversato da elicotteri, blindati, squadre in assetto da sommossa e auto con sirene spiegate per fronteggiare nuovi scontri iniziati intorno all’una di notte. (Ivo Caizzi)

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DAL NOSTRO INVIATO
BOLOGNA – Chi voleva una Vicenza bis, una manifestazione a tasso di rischio più temuto che reale, è rimasto deluso. Perché così è stato, per quattro chilometri almeno. Ma ne è bastato uno, l’ultimo, per cambiare segno alla giornata: e il corteo contro i Cpt, che ieri ha fatto convergere su Bologna circa cinquemila manifestanti da tutta Italia (10 mila per gli organizzatori), si è concluso tra lanci di fumogeni e volti sporchi di sangue, sassaiole e petardi.
A serata conclusa, il bilancio parla di sei feriti lievi, di cui cinque identificati e poi rilasciati (saranno denunciati per resistenza e travisamento): è il prezzo del tentativo di sfondamento del cordone di polizia schierato di fronte al Centro di permanenza temporanea di via Mattei, periferia est della città, oltre lo svincolo dell’autostrada.
Sono le 17.30, nel corteo – che, partito dal centro con regolare autorizzazione, si sta avvicinando alla zona off limits ”iniziano a girare volti coperti, teste incappucciate. Dal camion del Tpo, il centro sociale dei disobbedienti, parte netto l’invito a «violare la prescrizione»: alle 18.15 una trentina di disobbedienti bolognesi e veneti, protetti da una testuggine di scudi di plastica e da due striscioni rafforzati con il cartongesso, si lancia contro le forze dell’ordine. Che reagiscono con una carica breve, ma dura.
I manifestanti si bloccano, è il momento delle ambulanze, della trattativa sui fermati. Nell’attesa, qualcuno tira fuori dei martelli pneumatici: uno, due, tre fori nell’asfalto per altrettanti cartelli «stradali», poi fissati con il cemento, «Attenzione, lager a 200 metri». In disparte c’è un gruppetto di anarchici. da loro che parte la frase più brutta della giornata, un urlo solo, rivolto ai poliziotti: «Andate a ... la moglie di Raciti». Filippo Raciti, l’agente ucciso dagli ultrà a Catania.
E pensare che il pomeriggio era partito sotto ben altri segni: appuntamento alle 14.30 in piazza del Nettuno, il «salotto buono» della città, con la solidarietà del ministro Fabio Mussi, giunto sotto le Due Torri per il convegno di Alma Laurea: «So che c’è questa manifestazione.
Non so fino a dove potremo arrivare: è certo che, come sono ora, i Cpt non possono restare».
In piazza, davanti a San Petronio, ci sono i ragazzi del Tpo e del Livello 57, i Cobas, i Verdi (ma non il Prc, dopo gli attacchi al ministro Ferrero) e i disobbedienti dal Veneto, soprattutto padovani. C’è Luca Casarini che si unisce agli slogan contro il governo Prodi «che ci ha traditi» e, soprattutto, contro il sindaco Sergio Cofferati, «è la coscienza di destra del governo di sinistra». C’è Oreste Scalzone che rivendica il diritto tutto bolognese «di urlare ancora più forte contro i Cpt, perché qui c’è Cofferati».
Al microfono si alternano no global e migranti, intorno musica, fumogeni e striscioni coloratissimi (uno viene srotolato anche dalle finestre di Palazzo d’Accursio, sede del Comune), ce n’è uno con scritto «Ungdomshuset Resist, Copenaghen Burns», Copenaghen brucia, ma la Danimarca è lontana, qui siamo a Bologna.
A fine giornata, quello striscione sembra quasi una profezia. L’aria è ancora attraversata dal suono delle sirene e dal rumore lontano di un elicottero. In centro si aspetta l’eclissi di Luna. In via Mattei, si sfilano i cartelli dall’asfalto. A duecento metri dalle porte del Cpt. Rimaste rigorosamente chiuse. (Gabriele Jacomella)