Marco Nese, Corriere della Sera 4/3/2007 E.C:, Corriere della Sera, 4 marzo 2007
ROMA – «Un’occasione perduta da parte degli Stati Uniti». La chiama così Massimo D’Alema, che invece l’occasione non la perde
ROMA – «Un’occasione perduta da parte degli Stati Uniti». La chiama così Massimo D’Alema, che invece l’occasione non la perde. E rinfaccia alla superpotenza di essersi comportata male nella vicenda giudiziaria del caso Calipari. Da Washington non hanno dato risposta «alla domanda di giustizia», rifiutando di consegnare il soldato americano Mario Lozano che la sera del 4 marzo 2005, sull’autostrada di Bagdad verso l’aeroporto, sparò sull’auto che portava in salvo la giornalista Giuliana Sgrena e uccise il funzionario del Sismi Nicola Calipari. Sappiamo il nome del militare che colpì questo «eroe discreto», dice il ministro degli Esteri alla cerimonia per ricordare Calipari a due anni dalla scomparsa. Allora, «al di là della verità ci sarebbe bisogno di giustizia». Il governo italiano ha fatto la sua parte, «si è già impegnato», ma tocca agli americani consentire che il soldato affronti un processo. Anche il segretario dei Ds Piero Fassino chiede giustizia e auspica che si «ricostruisca la verità dei fatti, si accertino e si puniscano le responsabilità». Ben altro fu il comportamento di Washington dopo la tragedia del Cermis, quando un velivolo americano tranciò i cavi della funivia provocando 20 morti. Vero è, ricorda D’Alema, che il pilota Richard Ashby fu assolto, ma «il governo degli Stati Uniti si assunse la responsabilità con un atto che ebbe, al di là degli aspetti risarcitori, un grande valore di carattere morale e politico». Invece nel caso Calipari «un’assunzione di responsabilità non c’è stata». Non per colpa del governo Berlusconi, ci tiene a rimarcare Gianfranco Fini che, come titolare della Farnesina, ricorda di aver «chiesto e ottenuto una commissione d’indagine congiunta: ce la concessero solo perché eravamo un governo amico». Ma i risultati della commissione furono divergenti, per gli italiani c’erano elementi di colpevolezza, mentre gli americani conclusero che i soldati coinvolti «non sono colpevoli» perché hanno seguito «alla lettera» le istruzioni dei capi militari sul comportamento da tenere nell’inferno di Bagdad. Il richiamo di D’Alema al senso di responsabilità dell’amministrazione Bush cade nel giorno in cui viene annunciato il viaggio del ministro degli Esteri a New York, il 20 marzo. Interverrà al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. A dimostrazione che il governo italiano vuole un ruolo di primo piano, D’Alema illustrerà le «nostre considerazioni e proposte» sul rinnovo della missione civile in Afghanistan. Sarà l’occasione per fare un bilancio dell’attività svolta a favore della popolazione afghana. E D’Alema spera di trasformare l’appuntamento in un trampolino di lancio per la sua idea di una conferenza internazionale. Lo scopo del grande meeting sarebbe quello di convincere prima di tutto gli americani che in Afghanistan serve più «impegno politico, civile, economico e umanitario», visto che i militari da soli non riescono a pacificare il Paese. Non è che i soldati debbano andarsene. A ottobre l’Onu voterà il rinnovo della missione militare affidata alla Nato. E D’Alema ritiene importante la permanenza degli uomini in divisa. Altrimenti l’Afghanistan, sguarnito di uno scudo militare, cadrà di nuovo nelle mani dei talebani. «Certa sinistra», secondo D’Alema, quella sinistra che aveva definito «inutile», non ha idea di cosa comporterebbe il ritorno dei talebani. Allora il ministro degli Esteri, «a chi pensa che siamo in Afghanistan per fare la guerra», consiglia di leggere i testi e documenti del fondamentalismo islamico. Contengono anche una circolare con le istruzioni ai talebani nel caso tornassero al potere. Una delle indicazioni riguarda le donne comuniste. L’ordine è di ucciderle. Perciò sbaglia chi vede nel fondamentalismo islamico «la prosecuzione della lotta antimperialista». Il fondamentalismo è «una forza repressiva e violenta». La si combatte «con l’uso della forza» e con l’isolamento dei fondamentalisti (Marco Nese). *** DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON – «Non capisco come D’Alema possa parlare di occasione perduta nel tragico caso di Calipari e di un nostro obbligo morale di estradare il soldato Lozano. In base agli accordi coi nostri alleati, se i nostri soldati commettono un crimine li processiamo noi. Lozano è stato discolpato dal Pentagono. D’Alema può contestare la decisione, ma non invocare un dovere superiore di violare le procedure stabilite. La strada da seguire semmai è quella della modifica degli accordi». Richard Perle, il leader neocon sottosegretario alla Difesa del presidente Reagan e consigliere del Pentagono nel primo mandato di George W. Bush, ricorda il caso del Cermis: i piloti che recisero i cavi della funivia furono processati negli Usa. D’Alema riflette il giudizio della maggioranza dell’Italia: l’inchiesta del Pentagono fu inadeguata. «Incidenti del genere possono turbare i rapporti tra alleati. Io penso però che Paesi amici come i nostri debbano superarli, e credo che questa sia la posizione dell’amministrazione. Non voglio fare dell’ironia, non so se D’Alema ci consideri amici o nemici». Perché? «L’ultima volta che lo incontrai, non lo trovai ben disposto. Mi parve critico e polemico, anche se non antiamericano come la vostra sinistra radicale». Ci sono stati altri incidenti, come la cattura di Abu Omar a Milano da parte di agenti Cia. «Quell’operazione fu condotta malissimo non solo da parte nostra ma anche da parte vostra. Tuttavia non è concepibile che agenti della Cia vengano estradati in Italia: hanno l’immunità dalla vostra giustizia. Di nuovo, se necessario si rinegozino i trattati». «Trovo assurdo il divieto di combattere alle vostre truppe, che a mio parere sono molto in gamba, lo hanno dimostrato nei Balcani». «Non sono un sostenitore ma lo rispetto, svolge il suo ruolo nella comunità atlantica. Non credo che nessun suo membro responsabile voglia distruggere i rapporti tra America e Italia» (E.C.)