Corriere della Sera, André Glucksmann, 4/3/2007, 4 marzo 2007
Le peripezie della campagna presidenziale lasciano esterrefatti gli osservatori non avvezzi alle sottigliezze francesi
Le peripezie della campagna presidenziale lasciano esterrefatti gli osservatori non avvezzi alle sottigliezze francesi. Tanto per cominciare, ogni campo si batte principalmente contro se stesso. A destra, gli ostacoli peggiori incontrati dal candidato Sarkozy sono stati il presidente Chirac e il primo ministro Dominique de Villepin, i suoi «compagni di partito». Almeno il nostro outsider ha vinto la battaglia e l’unica via d’uscita dei suoi augusti compagni di squadra sarebbe attualmente quella di sferrare colpi contro il loro campo, cosa che nessuno può escludere. Dall’altra parte, la confusione è al colmo, come se tutte le contraddizioni della sinistra dopo la caduta del Muro si dessero appuntamento al Partito socialista. Ci sono quelli che hanno detto «Sì» al referendum sulla costituzione europea e quelli che hanno fatto trionfare il «No», quelli indicati come «social liberali» e quelli che invocano un’«altra società» generata da uno sconvolgimento radicale; c’è chi è favorevole al nucleare e chi è contro, chi è pro palestinese e chi è amico d’Israele, ci sono i laici e gli islamofili, quelli che reclamano più polizia nelle banlieues e quelli che la rifiutano, quelli che approvano le 35 ore di lavoro settimanale e chi le deplora, e così via. Piuttosto che mettere a confronto i punti di vista per trovare un accordo – nello stile della Fabbrica italiana – il Partito socialista ha fatto votare i suoi aderenti: Laurent Fabius ha polarizzato la sinistra del rifiuto, Dominique Strauss-Kahn ha personificato un riformismo timido e Ségolène Royal un desiderio di sfuggire ad alternative così anacronistiche. Invece che a un dialogo, i francesi hanno assistito a tre monologhi. La televisione ha organizzato questa assenza di dibattiti: bloccati dietro a tre pedane parallele, i capigruppo, scrupolosamente cronometrati, non si scambiavano né argomenti né sguardi; ognuno fissava l’orizzonte invalicabile delle proprie convinzioni narcisistiche. Dopo aver così degustato idee senza dibattito, siamo stati invitati a dibattiti senza idee, intitolati «partecipativi», dove la candidata designata si era impegnata ad ascoltare il «popolo» invece di sottoporre i suoi piani per il futuro alla discussione dei cittadini. Infine – terza tappa – scatta l’ora dell’ unione sacra ed ecco dimenticati anatemi e denunce reciproche, tutti come un sol uomo «contro la destra!». Forza egemonica nella sinistra francese, il Partito socialista riesce trionfalmente a monopolizzare tutte le contraddizioni che lo dividono, senza patire le conseguenze di non risolverne alcuna. Blairista o gauchista, statalista o populista, europeista o sovranista, poco importa, bisogna che la candidata vinca. La destra come l’estrema sinistra si sgolano per denunciare le incoerenze di uno stato maggiore superdiviso. La critica è ingenua, non penetra la coerenza di simile incoerenza. Per associare riformismo e rivoluzionarismo, per fare affidamento sull’ordine e la repressione e al tempo stesso sul lassismo e la compassione, il Psf si munisce di una bacchetta magica, decide d’abolire il principio di non contraddizione. allora che i sondaggi gli diventano favorevoli. Sesamo! Un vento d’ottimismo scuote i militanti: apriti, Eliseo! Mi si dirà che da sempre l’azione politica opera in un mare di contraddizioni. La sinistra pragmatica pretendeva di superarle «dialetticamente», a condizione di elevarci al di sopra delle piaghe e dei dolori del presente, per offrirci un avvenire roseo, des lendemains qui chantent. La sinistra retorica diluiva differenza e antinomia a forza di luoghi comuni saggi e di bei discorsi. Il socialismo francese, nel corso di un secolo d’ipocrisia, ha mescolato i due metodi, combinando principi eterni e opportunismo giorno per giorno: colonialista e amico dei diritti dell’uomo, marxista puro e duro e tranquillo amministratore, il suo duplice linguaggio aveva una risposta a tutto. Oggi invece, grazie ai progressi della tecnica dell’elusione, sono le alternative, le scelte, i problemi a cadere nel dimenticatoio. Non si parla più delle divergenze che irritano. Un complesso di desideri fa da programma. Il «patto presidenziale» scavalca i rischi, le difficoltà, le decisioni urgenti e dolorose. Il sogno è il guardiano del sonno, l’inconscio che esso mette in scena non conosce la negazione, nota Freud. Entriamo nella sfera dell’ armonia prestabilita, dei «circoli virtuosi» e del win-win (una situazione in cui tutti traggono vantaggi, ndr), formule care alla madonna dei sondaggi. La sinistra francese ha preso il velo e fa miracoli. Tendenze e fazioni, che addirittura non si parlavano più, ormai si baciano sulla bocca; operazione di transustanziazione che del resto consente di continuare a non dire nulla e a non spiegare nulla. La sinistra si proietta sulle sublimi vette della divina coincidentia oppositorum, dove bianco e nero, vero e falso, male o bene si confondono. inutile rilevare le cattive prestazioni della Repubblica da trent’anni a questa parte, è sgarbato segnalare che le maggioranze di destra e di sinistra condividono la responsabilità dell’irresponsabilità generale, è impudente paragonare una Francia che accumula nelle periferie i suoi disoccupati a una Germania che lentamente integra 17 milioni di nuovi venuti dall’Est. La stanchezza e la rivolta dei giovani senza lavoro, figli di disoccupati, spiegano le ribellioni dell’ anno scorso e i loro sbandamenti barbari e nichilisti, di cui la sinistra sfacciatamente vuole ritenere responsabile solo la destra. Fin dal 1984, Edmond Maire, un uomo di sinistra che allora era segretario generale del sindacato Cfdt, constatava che le ineguaglianze sociali si erano aggravate dal 1981 (data in cui François Mitterrand giunse al potere). Spiegava che la più grande ineguaglianza sociale deriva dalla disoccupazione. Da allora, sono trascorsi trent’anni e abbiamo oltre il 20 per cento di disoccupati fra i giovani e il 40 per cento in certi quartieri periferici. Cari amici socialisti, imparate a contare, il bilancio si estende su 30 anni e non su 5 anni solamente. Le immagini ancora scottanti di scuole e palestre distrutte, di autobus incendiati con dentro i loro viaggiatori non provocano alcun esame di coscienza in un Partito socialista surreale. Il suo programma è presentato «secondo un certo livello spirituale dal quale la vita e la morte, il reale e l’immaginario, il passato e il futuro, il comunicativo e l’incomunicabile, l’alto e il basso cessano d’essere percepiti in maniera contraddittoria» (André Breton). Niente è ancora deciso, nonostante quello che suggerisce il quadro sociologico di una Francia diventata conservatrice e destrorsa, dove gli operai, quando ancora accettano di recarsi alle urne, votano in minoranza a sinistra. Gli esperti ignorano che il conservatorismo sociale è fra i più condivisi e che la salvaguardia dello statu quo può inclinare a sinistra ancora più che a destra. Occultando gli argomenti che infastidiscono, il «patto» dei socialisti fa piovere promesse: agli elettori il sogno e i poteri del piacere, ai fortunati eletti i piaceri del potere.