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 2007  marzo 03 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 5 MARZO 2007

«Le Borse corrono, corrono e sembra proprio, questa volta, che non debbano fermarsi mai più», scriveva Giuseppe Turani su Repubblica lunedì scorso. «Così almeno si comportano gli operatori. A sentirli e a vederli operare sul mercato si capisce benissimo che non hanno alcuna ”exit strategy”. Vanno avanti come se questa festa dovesse durare per tutti gli anni a venire. Incuranti di tutto quello che li circonda. Alla radice di questo comportamento un po’ da manicomio ci sono moltissime ragioni. Alcune psicologiche, altre più serie. Quelle psicologiche non sono difficili da illustrare. Dopo le botte dell’anno 2000, molti operatori avevano addirittura cambiato mestiere (le pubbliche relazioni, la coltivazioni di insalate in campagna, la pensione anticipata, l’insegnamento in qualche università periferica ma generosa, ecc.). Li sorreggeva la convinzione che i ”bei tempi”, quelli crollati appunto nell’anno 2000 (quando il mondo non era finito, ma le Borse si erano schiantate), non sarebbero mai più tornati». [1]

Invece sono tornati. Turani: «Ed è difficile spiegare a questa gente che tutto potrebbe finire un’altra volta. Non vogliono sapere. Vogliono solo guadagnare e andare avanti, cambiando Porsche e Mercedes ogni 12 mesi. Basta guardare dove sono arrivati gli indici per capire che sarebbe anche ora di fare una pausa, di tirare il fiato e di prendersi una vacanza su un’isola deserta. Il Dow Jones, che è il principe di tutti gli indici di Borsa (anche se poi non è nemmeno un indice, ma solo una media fra trenta titoli) è ai massimi storici di tutta la sua lunga esistenza». [1] Giancarlo Galli: «La notte stessa, esplode la Borsa di Shanghai, ormai la seconda del pianeta, dove affluiscono miliardi, politici, imprenditori da ogni continente, poiché ”Cindia”, Cina più India, è il novello Eldorado. Lì portiamo a occhi chiusi dollari e euro. In venti mesi, i titoli quotati a Shanghai, registrano un balzo del 130 per cento. Se non è follia, poco ci manca». [2]

Martedì Shanghai ha perso quasi il 9%. La caduta si è riverberata sulle Borse di tutto il mondo, soprattutto su quelle europee, con perdite mediamente del 3%, e degli Stati Uniti (3-4%). Mercoledì, malgrado la ripresa di Shanghai (4%), le Borse dell’Asia sono scese nuovamente del 2,5/3,5%, quelle dell’Europa tra l’1 e il 2%, gli Stati Uniti sono stati in lievissima ripresa (+0,4%). Giovedì Shanghai ha chiuso in perdita (3), lo stesso le Borse europee (1,3 di Milano, 0,9 di Londra ecc.); negli Usa i due indici sono scesi dello 0,3 il Dow Jones e dello 0,5 il Nasdaq. Venerdì le Borse europee hanno continuato nella discesa (1%), Shanghai ha ripreso l’1,5%. [3]

Il fenomeno colpisce per la sua dimensione (calcoli approssimativi stimano le perdite europee per il primo giorno in 270 miliardi di euro e probabilmente altrettanto nei tre giorni successivi) e per la sua globalità. [3] Vittoria Puledda: «Erano anni che non si vedevano venir giù i mercati a candela, uno dopo l’altro come tessere di un domino, in ordine di fuso orario». [4] Galli: «Sui giornali s’è letto che le vendite hanno ”bruciato” mille miliardi di dollari, settecento miliardi di euro. Falò fasullo, in quanto quelle astronomiche cifre erano scritte sulla carta. Trattandosi più che del valore effettivo delle aziende quotate, di un valore fittizio, la risultante di manovre speculative». [2]

Fino agli anni Novanta si usava dire che «quando l’America ha il raffreddore l’Europa si prende la polmonite». Federico Rampini: «Il fatto che martedì uno starnuto della Borsa di Shanghai abbia fatto tremare i mercati globali dimostra com’è cambiato il mondo». [5] Enrico Cisnetto: «Anche l’ultimo dei provinciali abituato a pensare l’Asia come l’officina povera dei paesi sviluppati, ha dovuto aprire gli occhi di fronte ad una realtà ben diversa: la Cina come l’India, la Corea e altri paesi dell’Oriente più produttivo è il centro dell’economia mondiale, sia di quella reale (e fin qui qualcuno più avveduto se n’era accorto) sia, da ora, di quella finanziaria. Finora questo ruolo di ”farfalla” che con la sua forza condiziona, nel bene e nel male, i destini globali era riservato solo alla Borsa di New York, dalla quale passa circa il 60% di tutte le transazioni finanziarie mondiali». [6]

La Borsa cinese è alimentata in grande misura da afflussi di capitali esteri, ma il Paese dispone di enormi risparmi interni. Ferdinando Targetti: «Il risparmio si è indirizzato sempre più verso la Borsa. In essa si sono andate manifestando in misura crescente occasioni di investimento finanziario speculativo (cioè basato sulla aspettativa di guadagno a motivo della rivalutazione del titolo). La Borsa cinese è cresciuta in modo impressionante (da gennaio 2006 a febbraio 2007 l’indice è passato da 1.200 a 3.000) ed è sopravalutata - il rapporto prezzi-utili è a livello 33 e cioè circa il doppio dei valori normali. Sia la forte crescita di investimenti reali, sia la forte crescita di investimenti finanziari speculativi destavano preoccupazioni nelle autorità monetarie e fiscali cinesi, ma gli strumenti di controllo sono ancora primitivi». [3]

Che la Borsa di Shanghai sia una pericolosa bolla speculativa, è noto da mesi alle stesse autorità cinesi. Zhao Xijun, vicedirettore dell’Istituto di Finanza e Borsa alla Università del Popolo: «Negli ultimi tempi si erano affacciati alla Borsa di Shanghai migliaia di piccoli e medi risparmiatori cinesi, per niente maturi e razionali nei loro comportamenti. Incapaci di prendere decisioni giuste nei momenti opportuni. Hanno visto che le quotazioni calavano e si sono precipitati a vendere, presi dal panico. un bene che ciò sia avvenuto. Il riallineamento era necessario». [7]

Come è nato lo scivolone? Per Federico Bazzoni (Bnp-Paribas) c’entra la necessità per il governo cinese di eliminare le bolle speculative pericolose per la stabilità del Paese alla vigilia di due appuntamenti importanti: il congresso del partito comunista in autunno e le Olimpiadi il prossimo anno. [7] Dopo il crollo del 2001 (seguito al boom degli anni 90) la Borsa cinese aveva avuto un andamento depresso per 5 anni. Sei anni fa era stato il premier Zhu Rongji ad avvertire che lo scoppio della bolla era ormai inevitabile. Stavolta è toccato al vicepresidente del Parlamento, Cheng Siwei, secondo il quale sette imprese su dieci andrebbero cancellate dal listino perché non valgono niente. Massimo Gaggi: «In realtà il rinnovamento della cultura cinese degli affari (e, si sperava, anche della cultura politica) sarebbe dovuto partire da Hong Kong e dalle sue istituzioni ”britanniche”. Neanche questo si è verificato: l’ex colonia subisce una specie di assedio politico soft e, benché il volume delle contrattazioni finanziarie cresca, la Borsa leader è ormai quella di Shanghai». [8]

La Cina, a Shanghai, non c’è quasi più. Cavalera: «Ha galoppato troppo e si è persa per strada. Infatuata dall’opulenza. Il Dio-Partito, a Shanghai, non si è accorto che stava tirando troppo la corda e che la sua breve marcia aveva indispettito il Centro dell’Impero, Pechino. E con Pechino le nuove capitali del business: Tianjin, Guangzhou, Dalian. Pensava, Giove di Shanghai, di essere indistruttibile. [...] Giove è crollato. Perché Pechino così ha voluto. E dietro si è portato Era, la Borsa. Da dove arrivavano quei rumor sulla tassazione dei capital gains che tanto hanno allarmato i piccoli e poveri risparmiatori cinesi tanto da costringerli a vendere tutto in un botto? Spifferi da Pechino per riportare Shanghai a una dimensione, a una identità, più cinese». [9]

Il boom cinese degli ultimi anni è stato largamente alimentato dalle esportazioni. Il rallentamento dell’economia americana è la minaccia più seria per il made in China. Gli Stati Uniti sono la grande incognita economica mondiale: la crescita nel quarto trimestre 2006 ha subito una revisione da 3,5 al 2,2,% (la peggiore degli ultimi 10 anni). La Cina ha contagiato le altre Borse, ma a far scattare le vendite in Europa sono state in particolare le parole dell’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, che ha paventato una recessione negli Usa tra la fine del 2007 e l’inizio del prossimo anno. [10] Nouriel Roubini, professore di Economia e Affari internazionali alla Stern School of Business della New York University: «Ci sono troppi fattori di debolezza nell’economia Usa: recessione sul fronte delle case, dell’auto, dell’industria manifatturiera, degli investimenti». [11]

L’intera economia globale ha due motori. Rampini: «La produzione cinese e i debiti dei consumatori americani che comprano made in China (debiti generosamente rifinanziati dalla banca centrale di Pechino con l’acquisto dei Bot Usa). Un granellino di sabbia in questo delicato ingranaggio può avere effetti rovinosi, da cui noi non siamo al riparo. Una quota crescente di capitali europei - spesso all’insaputa dei risparmiatori - sono stati investiti tramite fondi comuni, derivati e hedge funds sulle Borse dei paesi emergenti: Cina, India, Russia, Brasile. Una prolungata caduta delle quotazioni azionarie in quelle zone del mondo lascerebbe delle tracce sui risparmi degli italiani». [5]

La scommessa di assorbire gli squilibri attraverso la crescita dell’economia non è ancora perduta. Carlo Bastasin: «Ben Bernanke, il sobrio successore di Greenspan, ritiene che le prospettiva di crescita in America non siano deteriorate e che si avrà solo un rallentamento, coerente con la necessità di ridurre la domanda interna e il deficit esterno. L’aumento di produttività nel mondo industriale d’altronde è reale, non è un fenomeno finanziario. stato reso possibile tuttavia anche dalle ristrutturazioni finanziate da fondi con leve finanziarie ardite e che valutano il capitale 15 volte i profitti attesi. Potrà essere mantenuto un livello di redditività del capitale così elevato, o bisognerà che le Borse scendano in fretta?». [12]

Siamo al cospetto di una correzione di eccessi o all’inizio di un ciclo ribassista? Galli: «Gli ottimisti (maggioritari) cavalcano la prima tesi. I più scafati, statistiche e manuali di psicologia finanziaria alla mano, non escludono la seconda. Motivando: le grandi ricchezze hanno le radici nei momenti di ribasso vertiginoso, quando i risparmiatori, spaventati e con l’incubo di restare in mutande, svendono. Con le ”mani forti”, leste a raccogliere. Questo, essendosi sempre verificato. D’altra parte, in materia finanziaria, vige l’eterna astuzia: attirare nell’acquario i pesci piccoli, per mangiarseli. In attesa del prossimo ciclo: allorché i pesciolini dimentichi accorreranno di nuovo...». [2]