Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  febbraio 03 Sabato calendario

Nel 1973 ritenni giusto elogiare e sottolineare pubblicamente una Renaissance dell’opera di Thomas Mann

Nel 1973 ritenni giusto elogiare e sottolineare pubblicamente una Renaissance dell’opera di Thomas Mann. Detto fra noi, in confidenza: ho calcato troppo la mano. Ciò che spacciai come una realtà di fatto era solo un mio auspicio e una mia speranza. Ma nei primi anni Settanta quell’intervento mi sembrava urgente e necessario: dalla vecchia generazione di scrittori allora viventi Thomas Mann veniva osteggiato, da quella media ripudiato e da quella più giovane ignorato. Quando al mondo letterario pareva inevitabile occuparsi di lui, solitamente veniva messo in campo Franz Kafka, talvolta Robert Musil o anche Heinrich Mann. Allorché nel 1975 si celebrò di malavoglia il centenario della nascita di Thomas Mann, tutti i suoi avversari si ritrovarono insieme, non esclusi i vecchi nazisti: se da vivo per molti dei suoi colleghi aveva rappresentato uno scandalo intollerabile, a quel punto divenne oggetto di una offensiva generale che non ha eguali nella storia della letteratura tedesca. Nonpochi autori fecero letteralmente a gara nell’esprimere il loro spregio per Thomas Mann. Il suo stile – così reputava l’allora molto in auge Hans Erich Nossack – era «un monito di come in nessun caso si debba scrivere», lo scrittore «la quintessenza dell’insincerità e della viltà nel fare i conti con se stesso». Nel complesso – così scriveva il mio amico Peter Riihmkorf – si era «scambiato per stile una compitezza altera e legnosa». «A vent’anni dalla sua scomparsa», così Riihmkorf Thomas Mann lo interessava «altrettanto poco che all’epoca del suo peregrinare su questa terra». Una tale ribellione nei confronti del grande scrittore detestato non ha avuto peraltro alcuna influenza rimarchevole sul pubblico dei lettori, se non in senso opposto. Negli anni Ottanta la vendita dei libri di Thomas Mann non solo non ha registrato alcuna flessione, ma ha conosciuto invece un notevole incremento. A questo risultato possono aver contribuito svariate circostanze. Un ruolo importante va indubbiamente riconosciuto alle trasposizioni filmiche di molti dei suoi romanzi e racconti, come la pregevolissima versione di Morte a Venezia di Luchino Visconti. A proposito: I Buddenbrook diverranno tra non molto un film, per la quarta volta. La crescente e generalizzata predilezione per Thomas Mann negli ultimi decenni del ventesimo secolo, fatto incontrovertibile, è legata a un avvenimento che nessuno poteva prevedere, meno che mai i suoi numerosi e tanto alacri detrattori. Per arrivare subito al sodo: davanti agli occhi di tutti lui, Thomas Mann, è stato sbalzato dal suo piedistallo. E a opera di chi? In Morte a Venezia si dice che lo scrittore Aschenbach aveva imparato ad amministrare la sua celebrità. Come sappiamo da tempo, l’affermazione risulta pertinente in primo luogo per l’autore della novella. Delle venticinquemila lettere di Thomas Mann finora conosciute la grande edizione commentata da Fischer uscita di recente in due corposi volumi ne offre seicentonovantuno, ed è già qualcosa. Metà di queste lettere non erano mai state pubblicate oppure, se lo erano, non risultavano di facile reperimento. Nelle parole dei curatori le lettere rappresentano per Mann «lo strumento dell’autorappresentazione e della messa a fuoco di sé». Tutto vero, ma ciò che si nasconde dietro il termine «autorappresentazione» altro non è che autopromozione, diretta e indiretta. Attraverso la corrispondenza Mann manipolava e strumentalizzava tutti coloro che potevano o avrebbero potuto tornare utili alla sua fama [...]. L’autopromozione divenne ben presto per Thomas Mann una seconda professione. E anche in questo campo con risultati strepitosi. La sua immagine pubblica, infatti, corrispondeva ampiamente ai suoi desiderata. Dal momento che era il miglior conoscitore della propria opera, nelle sue lettere poteva porgere sempre nuove idee e formulazioni che, per lo più a ragione, i suoi esegeti sparsi in tutto il mondo accoglievano grati. Si direbbe quasi che fosse giunto a questa conclusione: sarebbe stato incauto lasciare ad altri commentatori, magari incompetenti, il processo di revisione postumo che a lui non poteva essere risparmiato. La pubblicazione dei dieci volumi dei Diari, iniziata nel 1977, è stata portata a compimento negli anni 1986-95. Un diario, di norma, offre una prosa monologica senza pretese artistiche, un succedersi indisciplinato, spesso incontrollato – cui l’autore si abbandona senza sforzo – di pensieri e sentimenti, osservazioni e descrizioni. Ciò che un diario consente, tuttavia, è immediatezza e soggettività. Entrambe producono spesso, com’è ovvio, l’impressione di un certo dilettantismo. Anche i Diari di Mann non possiedono in fondo alcun pregio letterario. Ma fin da subito, sia da parte dei suoi ammiratori e sostenitori, sia da parte di coloro che lo disprezzavano e biasimavano, sono stati riconosciuti come dei documenti fuori del comune. I Diari consistono in massima parte di annotazioni relative alla quotidianità. Thomas Mann va a passeggio e scrive, fra parentesi, «senza panciotto», beve un infuso di tiglio «con una fetta di limone», la mattina consuma a colazione «due uova ma un solo albume», registra di aver «scherzato con il barboncino». E così via. Mi chiedo perché, a dispetto di queste inarrivabili futilità, io non abbia smesso all’istante la lettura. Perché escono dalla penna dell’autore della Montagna incantata edi Giuseppe? No, non è questo, e nemmeno il fatto che qui e là si trovano disseminate annotazioni illuminanti e anche originali. Ciò che affascina il lettore dei Diari discende da un’altra circostanza: è mai esistito un grande scrittore tedesco che per tutta la vita abbia profuso tante energie al fine di trasmettere, se non imporre, al mondo l’auspicata immagine della propria esistenza? Un maestro dell’autostilizzazione, un magnifico regista della propria messinscena, un principe delle lettere borghese sempre attento alle forme e alquanto sussiegoso nelle sue apparizioni in pubblico, avvezzo ad ammantarsi di dignità e ironia, uno scrittore che già negli anni Venti dominava incontrastato il mondo della letteratura e che più tardi venne considerato, non in via ufficiale ma incontestabilmente, l’esponente sommo dell’emigrazione tedesca e nel pieno della guerra incarnò per il mondo civile l’altra Germania; lui, Thomas Mann, ventura della Germania nella sventura tedesca, decise di rinunciare, e per sempre, all’immagine solenne e ricca di pathos che era andato costruendo nel corso di decenni: di più, decise di distruggerla sistematicamente. A essere toccata dal processo di revisione pensato per i posteri era tuttavia solo la personalità, non l’opera. In primo piano appare un’immagine di Thomas Mann affatto diversa: l’autoritratto di un nevrotico e ipocondriaco tormentato dall’insicurezza e dalla paura che, sofferente e ingenerante compassione, al mondo non vuole dare a intendere assolutamente più nulla. Quello che l’immagine tramandata perdeva in classicità, solennità e pathos, lo guadagnava in termini di veridicità e nuda umanità.