Corriere della Sera 3/2/2007 (Lettere), 3 febbraio 2007
PELHAM WODEHOUSE
Disavventure e onori
Caro Romano, visto che ha trattato la vicenda di William Joyce, il fascista inglese che collaborò con i nazisti e per questo finì sulla forca, vale la pena ricordare anche le disavventure di Pelham Grenville Wodehouse negli anni della Seconda guerra mondiale. Coinvolto suo malgrado, visto che può essere considerato lo scrittore «disimpegnato» per eccellenza. Wodehouse tanto era spiritoso ed effervescente quando scriveva, tanto era noioso nella vita. Per sua disgrazia, o fortuna, era afflitto da una sorta di disfunzione genetica: era completamente privo della dimensione tragica dell’esistenza, per cui nel 1940, con l’Europa già in pieno dramma, non si accorse di niente e una bella mattina si ritrovò i tedeschi alla porta della sua casa in Francia e, in quanto cittadino inglese, venne deportato per un anno in un campo di internamento. Liberato dalle autorità tedesche fu invitato a Berlino per tenere cinque conversazioni radiofoniche nelle quali scherzò alla sua maniera sulla guerra, i nazisti e la gloriosa resistenza dell’Inghilterra. I suoi connazionali la presero molto male e al termine del conflitto gliele rinfacciarono, minacciando di mandarlo sotto processo per tradimento. Wodehouse si stupì e si offese pure, tanto che decise di trasferirsi con la moglie, noiosa quanto lui, negli Stati Uniti dove riprese a sfornare romanzi, uno più divertente dell’altro. Il perdono di Sua Maestà arrivò solo nel 1975, con anche il titolo di baronetto. Per l’occasione Wodehouse tornò nella madrepatria accolto con tutti gli onori, ricevette le onorificenze e dopo qualche settimana morì in tutta serenità, ultranovantenne.
Silvano Calzini