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 2007  febbraio 03 Sabato calendario

Ho letto le sue considerazioni contrarie all’allargamento della base di Vicenza e le chiedo: perché Romano Prodi ha deciso in tal modo, sapendo di spaccare in due la maggioranza? Che cosa sarebbe successo se l’allargamento fosse stato negato? Il centrodestra avrebbe strepitato per l’«antiamericanismo» e il «comunismo» di Prodi, ma per il resto? Ci sarebbero state insanabili conseguenze diplomatiche con gli Usa? Si sarebbe ribellata la parte moderata della maggioranza? Oppure che cos’altro? Mario Manni marinoa@tiscali

Ho letto le sue considerazioni contrarie all’allargamento della base di Vicenza e le chiedo: perché Romano Prodi ha deciso in tal modo, sapendo di spaccare in due la maggioranza? Che cosa sarebbe successo se l’allargamento fosse stato negato? Il centrodestra avrebbe strepitato per l’«antiamericanismo» e il «comunismo» di Prodi, ma per il resto? Ci sarebbero state insanabili conseguenze diplomatiche con gli Usa? Si sarebbe ribellata la parte moderata della maggioranza? Oppure che cos’altro? Mario Manni marinoa@tiscali.it Leggendo il testo della testimonianza di Brzezinski di fronte al Senato Usa da lei riportato in un commento, mi sono chiesta: a chi avrebbero attribuito tali parole i nostri governanti, se non ne avessero conosciuto l’autore? Forse erano parole di estremisti della sinistra radicale, visceralmente antiamericani? Perché chi non apprezza la politica di distruzione del Medio Oriente e chiede la revisione degli accordi internazionali che legano Italia e Usa, deve essere tacciato di estremismo e antiamericanismo non soltanto dalla Cdl, ma anche da importanti esponenti governativi? Io non credo di esserlo, né di esserlo mai stata. Adriana Marré adriana.marre@ gmail.com Cara Signora, caro Manni, le vostre lettere contengono una stessa domanda: è possibile dissentire dalla politica degli Stati Uniti o, come nel caso di Vicenza, rifiutare una loro richiesta, senza apparire antiamericani? Osservo anzitutto che non è possibile dire di no a un Paese alleato, soprattutto su una questione che concerne la sicurezza, senza spiegargliene le ragioni. Per evitare la crisi dei rapporti italo-americani, il governo avrebbe dovuto fare contemporaneamente due cose. Avrebbe dovuto dire a Washington, anzitutto, che i progetti del Pentagono per il raddoppio della base di Vicenza erano una buona occasione per mettere sul tavolo alcuni problemi da molto tempo trascurati: l’uso strategico delle basi, il loro numero, la loro dislocazione, lo statuto civile e penale dei militari americani, la partecipazione delle autorità italiane alle decisioni che possono comportare la responsabilità internazionale dello Stato italiano. Gli accordi stipulati all’epoca della guerra fredda e la prassi di quegli anni sono certamente superati dalle nuove circostanze internazionali. Volete raddoppiare Vicenza? Parliamone. Ma questa impostazione sarebbe stata credibile soltanto se il governo italiano avesse dato agli Stati Uniti, contemporaneamente, il sentimento che l’Italia non intendeva servirsi di un pretesto per assumere atteggiamenti neutralisti o dogmaticamente pacifisti. Avremmo potuto spiegare all’America che non siamo pronti a sottoscrivere tutte le sue iniziative militari, ma che intendiamo partecipare alle operazioni approvate dall’Onu, dal Consiglio Atlantico o dall’Unione europea. E avremmo potuto rafforzare questa impostazione dichiarando che eravamo pronti a fare la nostra parte in Afghanistan anche nelle zone in cui si combatte. Se avessimo agito e parlato con questo doppio registro, gli americani non avrebbero potuto sottrarsi al negoziato senza dare la sensazione di essere pregiudizialmente ostili al governo Prodi. Ma il governo, purtroppo, non era in grado di adottare contemporaneamente questa duplice impostazione. Lo striminzito bilancio militare e il numero delle missioni all’estero hanno impoverito i nostri arsenali. Non potremmo combattere, in altre parole, nemmeno se ne avessimo l’intenzione. La sinistra radicale, d’altro canto, si oppone a qualsiasi discussione sulla politica militare del Paese che non si riduca alla elencazione di vecchi slogan pacifisti e terzaforzisti. La posizione presa dal governo sulla base di Vicenza è figlia di questi limiti e condizionamenti. Schiacciati fra la richiesta degli americani e i veti dell’estrema sinistra, Prodi, Parisi e D’Alema si sono tirati d’impiccio dichiarando che il governo non aveva margini di libertà perché era vincolato dalle decisioni del suo predecessore. E questo, per una coalizione che non cessa di rivendicare la discontinuità rispetto al passato, è un bel paradosso.