Massimo Sideri, Corriere della Sera 3/2/2007 Giualiana Ferraino, ibidem., 3 febbraio 2007
DUE ARTICOLI SULLA SITUAZIONE DI MEDIASET E LE SUE STRATEGIE
MILANO – Il primo calo degli utili in cinque anni e soprattutto lo slittamento di 90 milioni di fatturato pubblicitario dal bilancio 2006 a quello 2007 è costato caro in Borsa al gruppo Mediaset: il titolo pur con un recupero messo a segno nel pomeriggio dal picco più basso della giornata è sceso negli spogliatoi di Piazza Affari con una perdita del 5,18%. Vendite e passaggi di mano hanno riguardato nel complesso oltre il 3% del capitale. Lo slittamento annunciato due giorni fa a borse chiuse riguarda i contratti già siglati da Publitalia (e già contabilizzati nel bilancio 2006 della concessionaria del gruppo) con Wpp, Carat e Omd. Si tratta di pacchetti di spot per 15 mesi acquistati in anticipo sui canali Mediaset ma che sono stati «utilizzati» solo in parte nel 2006. Con questa motivazione gli advisor hanno spinto il consiglio a spostare, a livello di bilancio consolidato, l’intero guadagno dei tre contratti nel bilancio Mediaset 2007. Un passaggio che non era mai stato tentato da una società italiana quotata in Borsa prima di adesso. Senza questo slittamento, in un anno non certo positivo per la raccolta pubblicitaria l’utile, sarebbe crollato lo stesso dai 603,4 milioni del 2005 ma si sarebbe fermato a circa 540 milioni (in linea con le attese) in luogo dei 505 milioni annunciati.
I dubbi delle banche d’affari non si sono fatti attendere ieri: per gli analisti la mossa sarebbe non solo una sorta di profit warning «anticipato» sul 2007 ma anche «poco trasparente». Tanto che il verdetto da questo fronte è stato unanime: Citigroup, Lehman, Jp Morgan, Merrill Lynch e Deutsche Bank, cioè il gotha delle banche d’affari, hanno rivisto il proprio giudizio sul titolo Mediaset condizionando gli scambi di ieri.
I vertici dell’azienda sono subito scesi in campo a difesa della scelta fatta: «Ci siamo mossi con trasparenza» ha ribattuto il presidente del gruppo Fedele Confalonieri. «Il 2007 sarà sicuramente un anno di crescita». E la «mossa fatta per cautela» ci «farà partire nel 2007 da un +3,6% anziché zero come potrà capire qualunque analista» ha spiegato Confalonieri con l’appoggio dell’amministratore delegato Giuliano Adreani. «Il consiglio di amministrazione – ha detto l’amministratore delegato – ha usato un criterio di prudenza contabilizzando questi ricavi nell’esercizio 2007».
Ma nei report delle banche d’affari compare anche un altro elemento: la riforma tv che secondo le attese dovrebbe penalizzare Mediaset mettendo dei paletti alla raccolta pubblicitaria delle aziende. Caso ha voluto che proprio Confalonieri e il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, che ha preparato il disegno di legge sul settore che porta il suo nome, si trovassero ieri a Milano alla stessa tavola rotonda. Inevitabile il botta e risposta. La maggioranza è coesa sul riordino della materia ha detto il ministro aggiungendo che per questo il tema non è stato inserito nei dodici punti che il presidente del Consiglio Romano Prodi ha fatto sottoscrivere agli esponenti dell’Unione. «I dodici punti erano sugli argomenti in cui era possibile un contenzioso all’interno della maggioranza. Non mi pare che ci sia un contenzioso sulla riforma del sistema radiotelevisivo». Per eventuali modifiche del ddl, ha concluso, «non è il ministro a deciderlo ma il Parlamento». E proprio al passaggio alle camere ha fatto riferimento con ottimismo Confalonieri: «Spero - ha detto - che in Parlamento prevalga il buonsenso. Se andassero in porto certe decurtazioni contro di noi, che sono assurde, certo ci sarebbero problemi occupazionali. Se Mediaset non potesse fare più gli investimenti che sa fare, sarebbe una perdita anche per il Paese». (Massimo Sideri)
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MILANO – Manca chiarezza. E’ questa la critica principale rivolta a Mediaset dagli analisti, che nell’incertezza hanno rivisto al ribasso le raccomandazioni sul titolo, ieri in caduta libera a Piazza Affari.
Jp Morgan, che ha corretto il suo giudizio da overweight
a neutral, ha individuato quattro incognite sul futuro di Mediaset: l’impatto della nuova legge sul riordino radiotelevisivo; l’ingresso sul mercato italiano di un terzo player con le spalle larghe nei prossimi 12 mesi; una flessione nella crescita dei ricavi pubblicitari nel 2007; e un’acquisizione che distrugga valore per gli azionisti.
Certo, il momento non è favorevole alla tv generalista, che perde audience a vantaggio del satellite e di Internet. Mediaset, però, soffre più della Rai. Secondo un recente rapporto di ItMedia Consulting, se fra il 2003 e il 2006 la Rai ha ceduto l’1,3% di share nel giorno medio, la tv del Biscione è scesa del 3,6%, mentre Sky, la pay-tv satellitare di Rupert Murdoch è cresciuta del 4,4%.
Ecco perché è proprio intorno al digitale terrestre che Mediaset sta organizzando la sua strategia. Il nome in codice è «Progetto 8 canali»: 8 canali a 8 euro al mese (un euro a canale). Il mix? Cinema, cartoni animati e canali dedicati specificamente alle donne. In altre parole, una piccola Sky per far concorrenza al «nemico» Murdoch. Il principale ostacolo, però, è dato dalla legge, che per ragioni di antitrust impone al gruppo di Cologno Monzese di trovare alleati, soprattutto stranieri. E, possibilmente, con la capacità di fornire contenuti.
Sui contenuti si gioca l’altra direttrice della strategia del Biscione. Ieri l’amministratore delegato di Publitalia, Giuliano Adreani, ha confermato che Mediaset resta interessata a Endemol, la società produttrice di celebri format come «Il grande fratello», di cui Telefonica è in procinto di vendere il 75%. L’advisor è già stato scelto: sarà Mediobanca. Ora «è una questione di tempo e trattative», ha spiegato il manager. L’amicizia tra Pier Silvio Berlusconi (vice presidente operativo di Mediaset), e John de Mol, uno dei due fondatori di Endemol, è nota e non è nemmeno escluso che l’affare lo possano fare assieme. L’acquisizione porterebbe Mediaset, oggi presente soltanto in Italia e Spagna, attraverso Telecinco, automaticamente sui 22 mercati dove opera Endemol. La prospettiva, in ogni caso, non piace agli analisti, che pur essendo favorevoli a un rafforzamento nei contenuti, preferirebbero società con un profilo più basso e, quindi, meno costose.
C’è poi la carta della telefonia mobile, un settore che Mediaset vorrebbe esplorare in veste di operatore virtuale, per fornire voce e altri servizi, come ha rivelato lo stesso Pier Silvio Berlusconi.
Quanto al fronte della raccolta pubblicitaria, Adreani ieri ha ricordato che nel 2006, «per la prima volta in Italia, Publitalia ha raggiunto degli accordi di lungo termine con tre grandi operatori internazionali per la cessione di spazi che verranno utilizzati per un lungo periodo di tempo». E ha poi anticipato che nel mirino di Mediaset c’è la Cina. L’obiettivo più ambizioso: entrare nel capitale di una tv cinese. La controllata Publieuropa, ha spiegato il manager, «sta trattando con un canale cinese, per esempio per la concessione della pubblicità per tutto il mondo, Cina esclusa, in vista delle Olimpiadi di Pechino nel 2008. E stiamo negoziando anche la possibilità di acquisire una partecipazione nel capitale».
(Giuliana Ferraino)