Maria Silvia Serra - Elvira Sacchi, Corriere della Sera 3/2/2007, 3 febbraio 2007
DUE ARTICOLI: CRONACA E COMMENTO DEL FOGLIO
MILANO – Adesso sono nei guai. Dolce & Gabbana hanno fatto arrabbiare anche la Cgil. E il ministro dei Diritti e delle pari opportunità. E tredici senatori. E Amnesty International. E la Camera della Moda. E svariati assessori comunali e provinciali. E, prima ancora, il governo spagnolo. L’orgoglio femminile non poteva essere urtato in un momento meno felice, a un passo dalla festa della donna. Colpevole una fotografia firmata dai due stilisti, in cui un ragazzo a torso nudo tiene inchiodata una donna a terra per i polsi, mentre lei cerca di divincolarsi sotto lo sguardo impassibile di altri uomini.
« istigazione allo stupro», scrivono senza giri di parole 13 senatori bipartisan al Giurì per l’Autodisciplina pubblicitaria Umberto Loi, chiedendo di ritirare la pubblicità e richiamare l’azienda al rispetto delle regole. E il sindacato dei lavoratori del settore tessile Filtea- Cgil va oltre. Il segretario generale Valeria Fedeli tuona: «Quel manifesto dovrebbe scomparire e gli stilisti devono chiedere scusa a tutte le donne. Se ciò non avverrà, l’8 marzo proclameremo uno sciopero degli acquisti dei loro capi».
Pure il ministro Pollastrini redarguisce i due creativi. «Mi sono rivolta al Giurì per chiedere un intervento pronto e immediato a tutela del rispetto della dignità della donna. di questi giorni la diffusione dell’ultimo rapporto Istat sulle molestie e le violenze sulle donne (le vittime sono 7 milioni, una su tre, ndr) ». Nel ddl proposto al Parlamento dal suo dicastero è già previsto il divieto «di utilizzare in modo vessatorio o discriminatorio ai fini pubblicitari l’immagine della donna», con mandato «all’Autorità garante della concorrenza e del mercato di inibire gli atti di pubblicità in contrasto con questo divieto».
Gli stilisti, però, sembrano sorpresi dal clamore. «Anche le fotografie, e quindi le campagne pubblicitarie, sono una forma d’arte e rientrano nel grande tema della libertà artistica», fanno sapere dalla casa di moda. Mentre dieci giorni fa, quando il governo spagnolo aveva censurato lo stesso spot criticato ora in Italia, Domenico Dolce e Stefano Gabbana avevano replicato: «Noi stimiamo e amiamo le donne e si vede dalle nostre collezioni».
Ma non è dello stesso avviso Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda, che sposa la posizione di Amnesty International e Cgil. «Dolce & Gabbana non stanno facendo il bene della moda italiana né della società civile». Secondo Boselli, anzi, proprio atteggiamenti come quelli dei due stilisti sarebbero alla base del recente attacco del
New York Times di fare una «moda da prostitute». Aggiunge: «Mi sono sempre dispiaciuto quando qualcuno non era associato alla Camera, ma in questo caso sono contento che loro non lo siano. Queste sono mosse fatte al solo scopo di far parlare di sé. Purtroppo siamo in una società in cui Kate Moss, dopo tutto ciò che è successo, è stata nominata indossatrice dell’anno e ha aumentato i suoi cachet».
Ora si attende la reazione del Giurì per l’Autodisciplina pubblicitaria. Un anno fa per molto meno censurò Rocco Siffredi e le sue patatine. E l’8 marzo era già passato.
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IL FOGLIO, 3/3/2007 - La correttezza politica è un’ideologia, dunque una falsa coscienza. E le toccano incidenti talvolta esilaranti, talvolta penosi. Dalla Spagna al nostro Senato della Repubblica, passando per i sindacati confederali e per Amnesty International, è rivolta aperta contro la campagna pubblicitaria invernale degli stilisti e promotori della cultura gay Dolce&Gabbana. Il manifesto incriminato, in cui un gruppo macho tiene in pugno distesa una donna che è ridotta a oggetto sofferente e desiderante, fa scandalo, deve essere ritirato, urgono le scuse in nome della dignità offesa di genere (quello femminile). Qui si allude alla violenza, dicono, se non allo stupro. Bene. Ma andiamo avanti. Quel manifesto non è isolato, è parte di una linea pubblicitaria nota, alla quale si possono tranquillamente aggiungere i calciatori unti e turgidi nelle loro mutande nere, in vetrina nello spogliatoio, o i corpi da macello sessuale dei ragazzini di Calvin Klein o una quantità di altre immagini simili, in cui sventola garrula la bandiera liberante del sessismo e della sua massima espressione commerciale, la ostentazione di corpi come segnale commerciale per la vendita di biancheria, pantaloni e altri oggetti del desiderio contemporaneo. Il sessismo, cari sindacalisti, cari moralisti zapateristi, cari senatori dell’Ulivo, è nell’ortodossia para religiosa della nostra epoca, è il sentimento guida, con o senza profilattico, nella versione gay e in quella eterosessuale, della nozione moderna e riscattata, emancipata, alla moda, di amore. Ora vi arrabbiate perché l’immaginazione gay oriented mette in scena per la clientela niente di meno che una postura di schiavitù femminile, in nome della libertà dell’amore rigorosamente separato dalla procreazione, dal dono di sé, dall’intento comunitario ed educativo di quel vecchio e allegro impasto umano chiamato famiglia. Ora ve la prendete con un immaginario promiscuo in cui la figura femminile evoca la debolezza espugnata e quelle maschili la logica sessista del branco, ma dovreste riflettere sul fatto che in una società defamiliarizzata, orgogliosamente consegnata alle trappole desideranti del libertinismo di massa, in un mondo in cui alla gente viene da ridere al solo sentire parole come castità, fidanzamento, matrimonio, amore coniugale, complementarità di uomo e donna, mutande e calzoni si vendono meglio così. La pubblicità di Dolce&Gabbana è provocatoria e volgare, questo è certo, ma perfettamente corrispondente alle vostre fisime libertarie, cari moralisti dell’ultima ora.