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 2007  marzo 02 Venerdì calendario

Rux Carl

• Hancock Harlem (Stati Uniti) 24 marzo 1971. Scrittore • «Lo chiamano ”scrittore hip hop”, ”uomo rinascimentale”, ”profeta underground” [...] di fronte alle etichette, mostra una cortese irritazione: ”Sono solo trucchetti commerciali” [...] La prima cosa che colpisce in lui è il tono profondo della voce. Quando parla, e racconta la sua infanzia drammatica e le molteplici attività di artista, la voce di Rux acquista il ritmo della sua musica. Per i giornali che scrivono di lui è un’ossessione cercare di catalogarlo. Anche il New York Times, che nell’ottobre 2003 gli ha dedicato la copertina del Magazine e lo ha segnalato come uno degli artisti che segneranno la storia dei prossimi trent’anni, si chiede: ”Qual è esattamente il talento di Carl?”. Poeta o romanziere? Attore o cantante? Drammaturgo o musicista? ”Sono uno scrittore e un artista multidisciplinare”, spiega Carl con la sua voce paziente: ”La mia creatività nasce dallo scrivere poesie, racconti, saggi, canzoni. Qualunque altra cosa io faccia, nasce da lì”. Il suo romanzo più noto è Asphalt’, storia di un dj che torna in una New York apocalittica. Il suo cd più conosciuto, Apothecary Rx, salta dal rock al jazz, dal soul all’hip hop. La sua opera teatrale più celebrata, Talk, è un dialogo platonico sull’esistenza. La sue poesie più lodate, contenute in Pagan Operetta, sono state insignite di premi letterari. La sua attività di attore lo ha portato anche in Europa, dove ha recitato La tentazione di Sant’Antonio. Carl Rux è nero, ma la sua voce non tradisce alcun accento, forse perché ha trascorso l’infanzia tra diverse famiglie e quartieri di New York. Carl accenna alla sua biografia offrendo pochi dettagli essenziali. Nacque ad Harlem [...] Fu concepito in una soffitta del Bronx, nel corso di un incontro casuale tra i suoi genitori. Il padre non l’ha mai conosciuto, la madre l’ha vista poco: ”Fu diagnosticata schizofrenica paranoica subito dopo la mia nascita”, racconta, e subito internata. Lui visse con una nonna alcolizzata fino a quattro anni, quando la trovò morta sul pavimento di casa. Poi andò in affidamento presso diverse famiglie e, a 15 anni, in adozione a una coppia: ogni sera l’uomo beveva e picchiava la moglie. Ma lui, nella stanza accanto, ascoltava Archie Shepp e Charlie Mingus. Se si chiede a Rux per quale miracolo si sia salvato, non si ottiene una risposta diretta. Poi l’artista ricorda che una delle famiglie a cui fu affidato gli insegnò ad amare la letteratura, un’altra ad ascoltare il jazz. A otto anni cominciò a disegnare storie a fumetti. Il protagonista si chiamava Ebony Panther, Pantera d’Ebano, e si muoveva in una città di edifici in rovina e lussuosi grattacieli: ”Cercavo un alter ego veloce, muscoloso, sicuro di sé, un super eroe senza paura che fosse in grado di parlare e ascoltare liberamente: è il potere che ancora oggi cerco di perfezionare”. Quando scrive Asphalt, prima dell’11 settembre 2001, immagina una New York devastata dalla guerra. Il protagonista è Racine, un dj che torna in una metropoli da ricostruire. La città che Rux ci descrive, con il ritmo spezzato dell’hip hop, è quella filtrata dagli occhi della sua infanzia: ”I ghetti di New York sembrano campi di battaglia, antiche rovine, strade sopravvissute a mille guerre”, spiega: ”Gli strati della pavimentazione di Harlem nascondono storie che narrano tutte le ere della sua cultura, dalle ricche magioni ottocentesche ai quartieri fatiscenti degli immigrati europei”. La New York di Rux è una città che non cura le ferite, ma le ricopre per dimenticarle. L’asfalto è la metafora dell’’merica, una società proiettata verso il futuro che non risolve i guasti del passato. ”Nella mia New York ci sono quartieri che vengono ricostruiti, e altri dimenticati, di cui non importa nulla a nessuno, come accade oggi a New Orleans”. L’ispirazione per scrivere Asphalt gli venne dall’Ippolito di Euripide, dove il re ripudia il figlio per una colpa che non ha commesso. Ippolito, racconta Rux, vince la sfida con il Minotauro, ma il suo corpo viene fatto a pezzi: ” la storia di Racine, inconsapevole dei pezzi che ha lasciato per strada, in viaggio per riscoprire se stesso”. A un certo punto del romanzo, Racine dice, sbadatamente: ”Non sono vivo, cerco talvolta di esserlo”. come se Rux parlasse in prima persona: ”Racine non ha un vero scopo, non sa che cosa lo colleghi al padre e alla madre, ha sepolto tutto. Cerca di vivere, frequenta ragazze, ascolta musica, ma non è vera vita, solo occupazione di uno spazio. Finché non arriva al cuore della verità e lì comincia la vita”. [...] ”Il mio nome, Carl Hancock Rux, viene dalla Germania” [...] Sua nonna era un’afro-americana, il nonno era tedesco. Anni fa, incuriosito dal suo albero genealogico, Carl cominciò a informarsi sugli afro-tedeschi che vivevano in Germania nei primi decenni del Novecento, e la sua attenzione si concentrò sulla Repubblica di Weimar: ”Sappiamo molto su quello che accadde agli ebrei dopo Weimar, ma nulla sui neri. Come è evidente dalle foto di August Sander e dai quadri di George Grosz, i neri c’erano, ma la loro storia non è stata raccontata”. [...]» (Enrico Pedemonte, ”L’espresso” 9/3/2007).