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 2007  marzo 02 Venerdì calendario

Quattrocchi Ottavio

• Mascali (Catania) 10 settembre 1938. Businessman • «Un’amicizia profonda che, per i meccanismi violenti della politica indiana, è diventata la persecuzione di una vita. Per Ottavio Quattrocchi, l’accusa di avere intermediato, vent’anni fa, una tangente che potrebbe aver beneficiato la famiglia Gandhi è solo questo: una faida di New Delhi tenuta viva per attaccare la dinastia politica più importante dell’India indipendente. Al telefono da Buenos Aires, l’uomo d’affari italiano ricorda le facce di Indira, di Sanjay, di Rajiv, di Sonia, di Rahul, di Priyanka: i giorni in cui li incontrava al parco, i tè del pomeriggio, i viaggi. Anni tragici, di morte. Ricorda e si emoziona. ”Rajiv Gandhi e Sonia li conobbi nel 1968, in un parco di Delhi – racconta – Ero in India per la Snamprogetti e per l’Eni. Nacque un’amicizia vera. Indira volle conoscere me e mia moglie, ci invitò a prendere un tè. Da allora, la frequentammo: ricordo il 1977, quando perse le elezioni in seguito al periodo dell’Emergenza (due anni durante i quali la signora primo ministro sospese i diritti costituzionali, ndr). Quasi tutti l’abbandonarono e molti mi consigliavano di lasciarla perdere, se volevo continuare a fare affari in India. Ma per me era come una madre, restammo stretti e, nel gennaio 1980, fu rieletta a furor di popolo”. Essere amici dei Gandhi, nell’India degli anni ”60 e successivi, era un grande privilegio. Ma, soprattutto, voleva dire assistere alla lotta di una famiglia, mostruosamente importante per ogni indiano, divisa tra potere e tragedia. E vedere una giovane italiana – Sonia Maino da Orbassano, provincia di Torino – cercare prima di difendere il marito e i figli dalla violenza dei clan e delle rivalità etniche e poi caricarsi sulle spalle un’eredità politica immensa. ”Quello tra Rajiv e Sonia era un amore infinito – dice Quattrocchi – Quando ci incontrammo, lui faceva ancora il pilota di aerei, non era in politica. Sonia non voleva che se ne occupasse. Ho ancora davanti agli occhi il giorno in cui morì Sanjay (il figlio di Indira che era stato scelto per succederle, caduto in un incidente aereo, ndr): la gente acclamava Rajiv perché prendesse il posto di suo fratello, come delfino, ma Sonia piangeva disperata, non voleva”. La stessa battaglia, inutile, Sonia la affrontò quattro anni dopo, nel 1984, quando Indira fu assassinata. Dovette cedere, il marito si caricò sulle spalle il destino della famiglia, diventò primo ministro, perse le elezioni e nel 1991 venne assassinato. ”Sonia mandò a quel Paese tutti i maggiorenti del Partito del Congresso – racconta Quattrocchi – Non voleva occuparsi di politica e non voleva che lo facessero i suoi figli”. Fino a che il peso del nome Nehru-Gandhi, la dinastia che più di ogni altra ha fatto l’India indipendente, non ha avuto il sopravvento. ”Quando ha capito che, senza un Gandhi al vertice, il partito del Congresso andava a rotoli, non ha potuto fare altro che scendere in campo. Ed è stata eccezionale, nel 2004 ha vinto elezioni che tutti davano per perse”. [...] Oggi, Quattrocchi sostiene di non essere pentito della relazione con i Gandhi: solo amicizia – giura – di tangenti nemmeno l’ombra. Dal caso Bofors – presunte corruzioni per una vendita di armi svedesi all’esercito indiano – ribadisce di essere estraneo: di non avere mai conosciuto nessuno della società in questione; di essere stato assolto in due processi in India; di essere vittima di una persecuzione; che i tribunali indiani hanno stabilito che non ci fu mai un caso di corruzione Bofors; di avere chiarito tutto in aule giudiziarie in Malaysia (che gli hanno dato ragione); di essersi spiegato con l’Interpol, che infatti ha permesso che viaggiasse liberamente in Asia, in Europa, in Italia (qui è anche stato nominato Grand’Ufficiale). Ora, è a Buenos Aires dove aspetta che un giudice decida sulla richiesta di estradizione che è arrivata dall’India dopo oltre vent’anni. ”Ma siamo amici ancora oggi – sostiene – Avere rapporti con i Gandhi è diventato più difficile, ma mio figlio li ha contattati e visti non molto tempo fa: è cresciuto vicino a Rahul, e una mia figlia vicino a sua sorella Priyanka”. Perché non è vero, aggiunge, che Sonia ha rinnegato il suo lato italiano. ”Certo, è indiana, ha scelto di stare vicina al marito. Ma è una grande bugia sostenere che non parla più italiano. Lo parla con sua madre, che sta da lei sei mesi all’anno. [...]”» (Danilo Taino, ”Corriere della Sera” 2/3/2007).