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 2007  marzo 02 Venerdì calendario

Hewitt Angela

• Ottawa (Canada) 26 luglio 1958. Pianista • «[...] nata a Ottawa da una famiglia di musicisti (il padre era organista della locale Christ Church Cathedral), ad avviso della stampa anglosassone è l’erede designata del suo illustre connazionale Glenn Gould, della vicina Toronto, che alla fine del Novecento rivoluzionò l’interpretazione pianistica del compositore dell’“Arte della fuga”, facendola ritornare di gran moda. “Le sue registrazioni bachiane sono una delle glorie della nostra epoca”, ha scritto il Sunday Times a proposito della Hewitt, “È la più eminente interprete di Bach del nostro tempo”, The Guardian. Eppure Bach non scrisse per il pianoforte, che fu ideato dal padovano Bartolomeo Cristofori, “cembalaro” al servizio della corte medicea di Firenze tra il 1698 e il 1700. Sappiamo per incerte testimonianze che il compositore ne conobbe un prototipo progettato da Gottfried Silbermann verso il 1730, senza apprezzarlo. Egli scrisse per il clavicembalo, l’organo o tutt’al più per il clavicordo, ma la sua musica, come quella di Händel, Rameau e Couperin, fu tradotta per il pianoforte già a partire dalla fine del Settecento. Nel secondo dopoguerra però queste riletture erano divenute una rarità, relegate nella soffitta delle anticaglierie come in genere tutte quelle che riguardavano il pianoforte come medium del tardo barocco. Ci volle l’arte provocatoria e fiammeggiante di Glenn Gould, con le Variazioni Goldberg incise nel 1955, per risvegliare l’interesse della moltitudine dei melomani verso questo genere di trascrizioni. “A quattro anni”, ricorda la Hewitt, “vidi Gould suonare alla televisione e chiesi ai miei genitori: ‘Chi è quel folle?’”. Ne fu colpita, ma oggi ritiene lo stile interpretativo del predecessore tutt’uno con la sua eccentrica personalità. Come suonava Bach Gould? Detestava il pedale di risonanza, creava una sonorità metallica, correva, almeno da giovane, a una vertiginosa velocità, con una marcata scansione del ritmo, le fughe spesso provocatoriamente esposte in staccato. E la Hewitt? Un parco uso del pedale, il suono cristallino, la polifonia trasparente nella sovrapposizione delle voci, ogni elemento risolto sempre in espressione. Non suona il pianoforte solo con le dita, ma soprattutto con la testa e quando esegue Bach al pianoforte non pensa alle sonorità dello strumento, piuttosto alla sua voce, agli strumenti a corda, ai fiati, all’orchestra barocca, all’organo e in modo particolare alla danza. Infatti ha studiato ballo dai tre ai 23 anni, circostanza che si può dedurre anche dalla gestualità dinanzi al pubblico, fin dal primo incedere sulla scena, dal saluto, dalla postura allo strumento, mentre esegue con atteggiamento sempre composto, il busto eretto dominante le agili braccia svolazzanti sulla tastiera. È proprio il suo rapporto con il pubblico a segnare un’altra differenza non soltanto psicologica fra lei e Glenn Gould. Il secondo lo detestava, scrisse un saggio dal significativo titolo: Vietiamo l’applauso e nel 1964 si ritirò dai palcoscenici, nascondendosi in boschi selvaggi frequentati solo da bracconieri e giubbe rosse, in scabri alberghi e nelle sale d’incisione, dove fortunamente proseguì l’attività musicale. Al contrario la Hewitt ritiene il contatto con gli spettatori irrinunciabile: “Le persone sono alla ricerca di qualcosa di speciale che vada oltre la routine e il mio mestiere consiste nell’elevare il loro spirito avvicinandolo alla grande musica”, ha dichiarato a Classic Voice. La Hewitt divide il suo tempo fra Ottawa, un appartamentino a Londra e la sua casa in Umbria, nelle cui vicinanze ha organizzato il Trasimeno Music Festival [...]» (Riccardo Lenzi, “L’espresso” 9/2/2007).