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 2007  marzo 02 Venerdì calendario

MILANO

Mancavano pochi giorni alla conferma della sua condanna a sette anni di carcere: «Sono stanco, mamma. Vado al mare ma ritorno per la sentenza». La «vacanza» di Enrico Carella, l’elettricista accusato di aver dato fuoco al teatro La Fenice « per quatro schei », è finita invece soltanto pochi giorni fa. Dopo quasi quattro anni di latitanza. Con un mandato di arresto che la polizia messicana avrebbe voluto consegnarli lo scorso 29 gennaio, quindicesimo anniversario del rogo del teatro. Ma che, dopo la sua ennesima fuga, l’ha raggiunto solo martedì al confine tra Quintana e Belize.
In Messico, tra Yucatan e Chiapas, l’elettricista ha vissuto dal luglio 2003 come una trottola. Inanellando un nome falso via l’altro, una dimora via l’altra. «Meglio vivere da latitante che marcire in una prigione. Non accetto di pagare colpe non mie», è stato per quattro anni il suo brindisi di fine giornata. L’intreccio di luoghi e generalità non è però bastato. A tradire Enrico Carella, 37 anni, sono stati i pochi punti fermi rimasti nella sua vita: l’affetto per la mamma e gli amici in Italia, una donna incontrata nella nuova patria e il lavoro da elettricista. Gli anelli deboli della sua fuga su cui si sono concentrate le indagini della Digos di Venezia e dell’Interpol di Roma.
Del resto, proprio come elettricista Carella aveva ottenuto i lavori di ristrutturazione della Fenice. Una buona occasione per lui e il cugino Massimiliano Marchetti, titolari della Viet. Ma poi il 29 gennaio 1996 arriva l’incendio. L’accusa di aver appiccato il fuoco per rimediare al ritardo nella consegna dei lavori e scongiurare una penale di 20 milioni di lire. Quindi la condanna: sette e sei anni di carcere. «Mai più prigione», s’era detto Carella al termine dei 224 giorni trascorsi in isolamento a Padova. E così, pochi giorni prima della sentenza della Cassazione, matura la decisione di partire per un vacanza che il verdetto trasforma in latitanza (nel carcere per il cugino).
Di Carella si perde ogni traccia. Una chiamata alla madre, all’avvocato. Poi il nulla. Le telefonate e gli spostamenti dei parenti e degli amici più stretti vengono tenuti sotto controllo. Stessa cosa per i movimenti bancari. Alcune chiamate sospette fanno pensare a una fuga a Londra. Poi a un nascondiglio in Messico. Nel 2004 qualcuno riferisce di averlo visto su un vaporetto a Venezia. Ma l’anno dopo arriva la conferma che è in Messico. Nella primavera dello scorso anno la svolta: Enrico Carella è a Cancun, vive in una villa sul mare. La mamma ha richiesto un nuovo passaporto, forse per raggiungerlo. Viene attivata la procedura per l’arresto. Ma lui continua a spostarsi, a cambiare nome. Lo scorso gennaio eccolo di nuovo a Cancun: la polizia messicana decide di arrestarlo proprio nel giorno del quindicesimo anniversario del rogo alla Fenice, lui cambia di nuovo città.
Quando martedì gli agenti lo hanno fermato nel Quintana, dicono fosse sorpreso. «Pensava che il mondo lo avesse dimenticato», racconta un ispettore. «Ma noi non abbiamo mai mollato la presa, il fascicolo non è mai stato archiviato» afferma il questore di Venezia Carlo Morselli. «L’incendio della Fenice è stata una ferita inferta non solo alla città ma al patrimonio dell’umanità». Carella è rinchiuso nel carcere «Oriente» di Città del Messico. Per il procuratore generale di Venezia Ennio Fortuna «finite le procedure di identificazione ed estradizione, potrebbe essere in Italia nel giro di un mese». Ma avverte: «In carcere ci starà poco: deve scontare ancora sei anni e 4 mesi, ma avrà tre anni di condono per l’indulto e quindi la possibilità di chiedere le misure alternative». Di previsioni «ottimistiche» parla l’avvocato Vincenzo Minasi: «Bisogna vedere se accetta o non accetta l’estradizione. Deve scontare ancora meno di tre anni, potrebbe anche non essere estradabile». Certo: «Io gli consiglierò di tornare in Italia, pagare il suo debito e ricominciare una nuova vita». Ma forse, la «vacanza» dell’elettricista della Fenice non è del tutto finita.
Alessandra Mangiarotti