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 2007  marzo 02 Venerdì calendario

ARTICOLI E BRANI SULL’ARRESTO DI DANILO COPPOLA


la Repubblica, 2/3/2007
ROMA - «Passerò il resto della mia vita a smontare quest´ordinanza». Erano le sei e mezza del mattino quando Danilo Coppola, dopo qualche istante di silenzio, ha aperto la porta alla guardia di finanza. L´arresto nella villa di Grottaferrata, ai Castelli romani, sotto gli occhi della moglie, mentre la figlia dormiva. Accuse gravissime, quella di bancarotta anticipata da Repubblica e che ha aperto le porte del carcere, associazione per delinquere, reimpiego di capitali di provenienza illecita (una variante del riciclaggio), evasione di imposte per 72 milioni. E ancora per lui e sette dei suoi collaboratori raggiunti dall´ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Roma, i reati di appropriazione indebita aggravata e falso ideologico. All´alba Danilo Coppola si è sbarbato, ha indossato un vestito scuro, curato il nodo della cravatta, si è fatto preparare una borsa ed è salito sull´auto dei finanzieri che, priva di insegne, lo ha portato a Regina Coeli. Lui che dalla Borgata Finocchio è arrivato a Mediobanca, davanti al vecchio carcere ha avuto una crisi di panico. Che si è acuita in cella. Il suo avvocato Fabio Lattanzi lo ha lasciato soltanto a sera, raccomandando di sorvegliarlo nella notte.
I pm Lucia Lotti e Giuseppe Cascini hanno scoperto un meccanismo di compravendita di immobili tra società dello stesso gruppo. «Scatole vuote» le hanno chiamate. Diventate «bare fiscali». L´inchiesta fa riferimento a un buco di bilancio di 130 milioni di euro. A essere svuotate la Micop Immobiliare, che è già fallita, e altre sei società. Secondo la ricostruzione dei finanzieri del "valutario" e del "provinciale", guidati dai colonnelli Bruno Buratti e Giuseppe Zafarana, Coppola non ha fatto tutto da solo. Gli indagati sono 13, in carcere ne sono finiti sei. Con l´immobiliarista i più stretti collaboratori: l´ex cognato di Stefano Ricucci, Francesco Bellocchi, Giancarlo Tunino, Gaetano Bolognese, Luca Necci, Daniela Candeloro e Alfonso Ciccaglione. «Complici» secondo la procura. Non si trova Andrea Raccis, pare all´estero. Indagati a piede libero Ernesto Cannone, Samuele Caraccioli, Silvia Defraia, Antonio Baldassarre e Fabrizio Spirito.
«Coppola è il dominus», scrive il gip Maurizio Caivano. Che narra di prestanome persino cingalesi, romeni e lituani. C´è il portiere dell´Hotel Daniel´s a Roma, che in un interrogatorio ha riconosciuto come sua la firma ma ha giurato di non amministrare niente. Ci sono una domestica e il marito. Addirittura nel caso del prestanome titolare della Micop Immobiliare, per indicarne le generalità è stato esibito alla Camera di commercio un permesso di soggiorno falso.
Lo schema messo in piedi prevedeva due tipologie di società, quelle definite «filtro» che acquistavano immobili a basso costo per rivenderli a prezzi tre volte superiori «a quelle reali, destinatarie dei beni». Sei sono state perquisite, come alcune abitazioni. Sono state sequestrate quote azionarie per un valore complessivo di 67 milioni di As Roma, Banca Intermobiliare, Hotel Cicerone, Immobiliare Valadier, Ipi, Mediobanca.
Una segnalazione per riciclaggio è arrivata a Roma da Montecarlo, dove ora si dirigono le indagini dei magistrati, già al lavoro sulle società del Lussemburgo. Infine l´inchiesta guarda ai rapporti di Coppola con due commercialisti in odor di mafia.
(e.v.)


Corriere della Sera, 2 marzo 2007
ROMA – Un crac da 140 milioni di euro, un fiume di denaro in parte nascosto nei paradisi fiscali esteri dopo essere stato accumulato con spericolate operazioni di compravendita d’immobili di prestigio attraverso società «fantasma» tra il 2002 e lo scorso anno. Danilo Coppola è stato arrestato ieri mattina e, con lui, sono finiti in carcere alcuni suoi collaboratori: «Soffre di claustrofobia, in cella ha avuto crisi di panico», ha sottolineato il suo avvocato difensore, Fabio Lattanzi. L’inchiesta ha portato al sequestro di quote azionarie per un controvalore di 70 milioni di euro di aziende controllate dall’immobiliarista, che due estati fa era finito nell’indagine sui cosiddetti «furbetti del quartierino» insieme con Stefano Ricucci e Giampiero Fiorani e che ha coinvolto anche l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio: a scopo preventivo i «sigilli» sono stati apposti ad azioni di Mediobanca (818 mila, una quota dello 0,10% in possesso di Coppola), dell’Ipi (3 milioni 858 mila, la società che detiene il Lingotto di Torino è quotata in Borsa e ieri il titolo è stato sospeso), della Roma calcio (4 milioni 550 mila), della Banca Intermobiliare (2 milioni 800 mila), dell’Hotel Cicerone della Capitale (30% delle quote) e dell’Immobiliare Valadier (42%, l’azienda controlla la famosa Casina al Pincio di Roma).
Nelle 40 pagine del provvedimento il gip Maurizio Caivano elenca gli investimenti che hanno portato in cella, oltre all’immobiliarista (vicepresidente e azionista del gruppo Editori per la Finanza che pubblica pure il quotidiano economico «Finanza e Mercati»), la sua commercialista Daniela Candeloro e i personaggi accusati di averlo aiutato a creare il sistema di «scatole vuote» che gli hanno consentito di non versare al fisco 72 milioni di euro, di cui 40 d’Iva e il resto alle imposte dirette: Luca Necci, Francesco Bellocchi, Alfonso Ciccaione, Giancarlo Tumino e Gaetano Bolognese. Latitante, probabilmente fuori dall’Italia, Andrea Raccis. Le accuse, a seconda delle posizioni, vanno dall’associazione per delinquere alla bancarotta fraudolenta, dall’appropriazione indebita al falso ideologico, al reimpiego di capitali di provenienza illecita (reato, quest’ultimo, non contestato a Coppola alla base però del sequestro delle azioni). Indagati altri collaboratori dell’immobiliarista, il cui Gruppo recentemente ha acquisito pure il Grand Hotel di Rimini: Ernesto Cannone, Fabrizio Spiriti, Antonio Baldassare, la sua segretaria Silvia De Fraia e Samuele Caraccioli (titolare di una ditta specializzata nell’installazione di apparecchi per ascoltare di nascosto le telefonate).
Sotto i riflettori dei pm Giuseppe Cascini, Rodolfo Sabelli e Lucia Lotti c’è adesso l’attività delle banche, soprattutto di Unicredit: dalle indagini della Guardia di Finanza sono emersi cospicui finanziamenti e mutui agevolati al Gruppo di Coppola che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati concessi con disinvoltura. Fonti finanziarie hanno precisato che Unicredit ha erogato mutui a società veicolo, intestate a professionisti insospettabili, cui facevano capo immobili che il Gruppo Coppola (per il gip aveva «una spiccata propensione a delinquere») ha rilevato solo in un momento successivo. Le verifiche delle Fiamme Gialle del Nucleo speciale di polizia valutaria guidati dal colonnello Bruno Buratti e del Comando provinciale diretti dal colonnello Giuseppe Zafarana si stanno concentrando sulle migliaia di documenti portati via nelle perquisizioni di ieri: una ha riguardato l’aereo privato dell’immobiliarista, un «Falcon» da 40 milioni di euro. Al vaglio anche la posizione dei prestanome, nella maggior parte dei casi immigrati (tra essi un rumeno la cui moglie aveva lavorato come domestica per la madre di Coppola) ricompensati con pochi spiccioli.
I guai con la giustizia per l’immobiliarista sono cominciati quando il suo nome è comparso accanto a quelli di Ricucci, Fiorani e degli altri finanzieri impegnati nella scalata (fallita) all’Antonveneta. Solo pochi giorni fa i pm di Milano gli hanno notificato l’avviso di chiusura dell’inchiesta (è indagato per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza). E sulle attività del Gruppo di Coppola stanno indagando anche i magistrati di Torino (Flavio Haver)

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La Stampa, 2/3/2007

Per il giudice che ha firmato il suo arresto, Danilo Coppola è «il dominus indiscusso di tutte le società del gruppo, nonché delle società coinvolte nelle operazioni ricostruite con le indagini. Ed è sicuramente capo e promotore dell’associazione a delinquere». Le sessantuno pagine dell’ordinanza di custodia cautelare raccontano attraverso quale meccanismo, un vero e proprio sistema, l’immobiliarista romano ha creato la sua ricchezza, il suo impero.
 un sistema complicato ma nello stesso banale. Lo riassumono in uno schema i pm Cascini, Lotti e Sabelli: «La società A acquista l’immobile X dalla società B; la società A poi vende l’immobile alla società C (controllata dagli stessi soggetti che controllano la società A), a un prezzo notevolmente superiore (alcune volte anche di tre o quattro volte) a quello versato alla società B; la società C a tal fine richiede e ottiene un finanziamento bancario, ma le somme versate alla società A vengono immediatamente trasferite senza causa a terzi soggetti (società estere e persone fisiche riconducibili a Coppola)». Facciamo alcuni esempi, ampiamente descritti nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Maurizio Caivano. Un salto indietro nel tempo. Alla prima «operazione» documentata dalla Guardia di Finanza di Velletri: «Il 23 ottobre del 2003, la immobiliare Micop (riconducibile all’immobiliarista romano, ndr) acquista da una società, la Gemar, un immobile adibito a palestra, a Grottaferrata, per 1.350.000 euro. Cinque giorni dopo, la Micop cede l’immobile alla Aedifica srl (sempre riconducibile a Coppola, ndr) per 7.200.000 euro».
L’Aedifica per pagare la cifra si rivolge al una banca per ottenere un mutuo. Dopo tre settimane Unicredit Banca d’impresa stacca un assegno di 4.982.500 euro che viene girato alla Micop, la società A dello schema dei pm. La Micop si disfa di quella somma versando 1.470.000 euro alla Assa e 3.160.000 euro alla Pad. s. a. e 350.000 euro li destina a quattro soggetti intesi come persone fisiche.
Torniamo allo schema dei pm: «A questo punto la società A (nel nostro caso, la Micop, ndr), che per effetto delle operazioni suindicate risulta fortemente indebitata verso l’erario, viene di fatto abbandonata, il più delle volte con la nomina di amministratori fittizi e il trasferimento della sede; mentre la società C può vantare nei confronti dell’erario ingenti crediti per l’Iva asseritamente versata». Dunque, la Micop. Ufficialmente, il legale rappresentante era un cittadino rumeno, tal Doru Trifan. Il quale, sentito dai finanzieri, ha negato di essere l’amministratore di alcunché, essendo semplicemente un facchino alle dipendenze dell’Hotel Daniel’s di Roma, di proprietà naturalmente di Danilo Coppola. Insomma un prestanome (l’inchiesta accerterà diversi prestanomi: rumeni, lituani, srilankesi e italiani).
Tra il giugno e il dicembre del 2003, le casse della Micop vengono prosciugate: 8.430.000 euro vengono dirottati alla Lalo Due; 1.820.000 alla Assa srl, 3.160.000 alla Pad sa. Totale: 13.410.000 euro. La Micop viene dichiarata fallita dal Tribunale di Roma il 20 dicembre del 2006. Scrive il gip: «Le somme incassate dalla società per la vendita degli immobili sono state trasferite, senza alcuna effettiva causa economica, ad altri soggetti. Appare evidente che tutte le uscite di liquidità sopra descritte rappresentano altrettante condotte di bancarotta patrimoniale». I capitali accumulati con questo meccanismo - le indagini della Finanza hanno accertato una decina di episodi simili per un totale complessivo di circa 130 milioni di euro - sono stati poi investiti in attività speculative di borsa o in acquisto di quote societarie. Torniamo allo schema dei pm: «Utilizzando un numero elevato di società appartenenti a un circuito non ufficiale, gli indagati hanno sottratto al pagamento delle imposte ingenti risorse finanziarie. Tali risorse sono state reimmesse nel circuito ufficiale del gruppo e utilizzate per l’acquisto di rilevanti partecipazioni azionarie, spesso attraverso più passaggi finanziari, anche all’estero, diretti a occultare le tracce dell’origine illecita. Si può dunque affermare che le società formalmente appartenenti al gruppo Coppola sono state massicciamente finanziate con ingenti liquidità provento dei delitti di appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta, con rilevante danno economico per l’erario».
Secondo la ricostruzione del nucleo di polizia valutaria, è con questo sistema che Coppola si costruisce la provvista per le sue scorribande borsistiche. Ad esempio, la Mia srl compra 2,3 milioni di azioni Bim nell’agosto del 2003 con somme bonificate dalla Lalo Due srl. Ancora, la Gruppo Coppola trasferisce alla Finpaco nell’aprile del 2005 21,6 milioni di euro ricevuti lo stesso giorno dalla Gabbiano immobiliare, societa «interamente spogliata» da Coppola. La somma vinee poi utilizzata per ocmprare 3,8 milioni di azioni Ipi. Giri analoghi per le quote di As Roma, Immobiliare Valadier e Bnl. (Guido Ruotolo)

Corriere della Sera, 2/3/2007
ROMA – Un crac da 140 milioni di euro, un fiume di denaro in parte nascosto nei paradisi fiscali esteri dopo essere stato accumulato con spericolate operazioni di compravendita d’immobili di prestigio attraverso società «fantasma» tra il 2002 e lo scorso anno. Danilo Coppola è stato arrestato ieri mattina e, con lui, sono finiti in carcere alcuni suoi collaboratori: «Soffre di claustrofobia, in cella ha avuto crisi di panico», ha sottolineato il suo difensore, Fabio Lattanzi. L’inchiesta ha portato al sequestro di quote azionarie per un controvalore di 70 milioni di euro di aziende controllate dall’immobiliarista, che due estati fa era finito nell’indagine sui cosiddetti «furbetti del quartierino» insieme con Stefano Ricucci e Giampiero Fiorani e che ha coinvolto anche l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio: a scopo preventivo i «sigilli» sono stati apposti ad azioni di Mediobanca (818 mila, una quota dello 0,10% in possesso di Coppola), dell’Ipi (3 milioni 858 mila, la società che detiene il Lingotto di Torino è quotata in Borsa e ieri il titolo è stato sospeso), della Roma calcio (4 milioni 550 mila), della Banca Intermobiliare (2 milioni 800 mila), dell’Hotel Cicerone della Capitale (30% delle quote) e dell’Immobiliare Valadier (42%, l’azienda controlla la famosa Casina al Pincio di Roma).
Nelle 40 pagine del provvedimento il gip Maurizio Caivano elenca gli investimenti che hanno portato in cella, oltre all’immobiliarista (vicepresidente e azionista del gruppo Editori per la Finanza che pubblica pure il quotidiano economico «Finanza e Mercati»), la sua commercialista Daniela Candeloro e i personaggi accusati di averlo aiutato a creare il sistema di «scatole vuote» che gli hanno consentito di non versare al fisco 72 milioni di euro, di cui 40 d’Iva e il resto alle imposte dirette: Luca Necci, Francesco Bellocchi, Alfonso Ciccaione, Giancarlo Tumino e Gaetano Bolognese. Latitante, probabilmente fuori dall’Italia, Andrea Raccis. Le accuse, a seconda delle posizioni, vanno dall’associazione per delinquere alla bancarotta fraudolenta, dall’appropriazione indebita al falso ideologico, al reimpiego di capitali di provenienza illecita (reato, quest’ultimo, non contestato a Coppola alla base però del sequestro delle azioni). Indagati altri collaboratori dell’immobiliarista, il cui Gruppo recentemente ha acquisito pure il Grand Hotel di Rimini: Ernesto Cannone, Fabrizio Spiriti, Antonio Baldassare, la sua segretaria Silvia De Fraia e Samuele Caraccioli (titolare di una ditta specializzata nell’installazione di apparecchi per ascoltare di nascosto le telefonate).
Sotto i riflettori dei pm Giuseppe Cascini, Rodolfo Sabelli e Lucia Lotti c’è adesso l’attività delle banche, soprattutto di Unicredit: dalle indagini della Guardia di Finanza sono emersi cospicui finanziamenti e mutui agevolati al Gruppo di Coppola che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati concessi con disinvoltura. Fonti finanziarie hanno precisato che Unicredit ha erogato mutui a società veicolo, intestate a professionisti insospettabili, cui facevano capo immobili che il Gruppo Coppola (per il gip aveva «una spiccata propensione a delinquere») ha rilevato solo in un momento successivo. Le verifiche delle Fiamme Gialle del Nucleo speciale di polizia valutaria guidati dal colonnello Bruno Buratti e del Comando provinciale diretti dal colonnello Giuseppe Zafarana si stanno concentrando sulle migliaia di documenti portati via nelle perquisizioni di ieri: una ha riguardato l’aereo privato dell’immobiliarista, un «Falcon» da 40 milioni di euro. Al vaglio anche la posizione dei prestanome, nella maggior parte dei casi immigrati (tra essi un rumeno la cui moglie aveva lavorato come domestica per la madre di Coppola) ricompensati con pochi spiccioli.
I guai con la giustizia per l’immobiliarista sono cominciati quando il suo nome è comparso accanto a quelli di Ricucci, Fiorani e degli altri finanzieri impegnati nella scalata (fallita) all’Antonveneta. Solo pochi giorni fa i pm di Milano gli hanno notificato l’avviso di chiusura dell’inchiesta (è indagato per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza). E sulle attività del Gruppo di Coppola stanno indagando anche i magistrati di Torino.

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Corriere della Sera, venerdì 2 marzo
Una volta finiva tutto in Congo. E il prestanome si chiamava Misha Mulongo di Kabumbulu. Oggi le immobiliari dell’universo parallelo e «coperto» di Danilo Coppola vanno in mano a portieri d’albergo romeni o a ragazzi poco più che ventenni. E finiscono in Lituania o in Romania. Un mondo di manovalanza societaria al servizio del padrone.
Il capo, però, se ne sta ben coperto dietro fiduciarie o società schermo. Finora nell’inchiesta romana per bancarotta e riciclaggio che ha portato all’arresto di Coppola è emersa la storia del romeno Doru Trifan, inconsapevole titolare di immobiliari, e di un fantomatico cingalese dal nome lungo due righe. Ma ci sono altre storie, come vedremo.
Il perno del sistema a raggiera è la Micop Immobiliare, sede a Roma, riconducibile a Coppola e dichiarata fallita il 20 dicembre dal giudice Concetta Fragapane.
Occhio alle date. C’è Natale di mezzo, ma Coppola evidentemente capisce che quel fallimento potrebbe essergli fatale. E così con il suo uomo della finanza (Bellocchi) decide rapidamente di far cassa con la partecipazione più liquida che ha, Mediobanca (4,7%).
Fino a poco tempo fa diceva: «Non vendo, terrò la quota per anni». Il 29 dicembre 2006 ne vende più di metà sul mercato e pare che tra gli acquirenti ci sia stata anche Fininvest. Successivamente altre tranche sarebbero state cedute e oggi la partecipazione dovrebbe essere intorno all’1%. Le Mediobanca erano in carico a 15 euro nella lussemburghese Tikal Plaza, ampiamente finanziata da Deutsche Bank, e il prezzo di vendita si è attestato sui 18 euro.
Proprio il giorno prima dell’operazione su Mediobanca, si era dimesso dalla Tikal Plaza (28 dicembre) il braccio destro di Coppola, Francesco Bellocchi, e la finanziaria era stata affidata a prestanome locali. Un caso o una scelta ponderata per non addossarsi eventuali responsabilità nella decisione di far cassa?
Nel frattempo l’immobiliarista aveva trasferito la sede delle holding romane a Torino presso lo studio dei Segre, suoi stretti consulenti, professionisti molto noti e azionisti forti di Banca Intermobiliare. Insomma, un’ampia manovra di copertura intuendo, forse, la tempesta in arrivo.
Ma questa è la parte «in chiaro» del gruppo. Poi c’è la nebbia delle immobiliari intestate a fiduciari. E qui, per certi aspetti, sembra di entrare in un film di Totò, tra prestanome veri o presunti, in servizio permanente oppure solo occasionalmente.
Due nomi, per quanto estranei a ogni addebito, sono emersi finora nell’inchiesta: il romeno Doru Trifan portiere e cameriere dell’Hotel Daniel’s di proprietà di Coppola nonché marito della domestica della mamma dell’imprenditore. stato messo a fare il liquidatore della Micop, oltre che il socio e il liquidatore di molte altre immobiliari-ombra. Roba da professionisti dei bilanci. Poi ha passato il testimone a un cittadino dello Sri Lanka Fernando Warnakulasuriya Dinush Sanjey Kumar. Che però non esisterebbe. Tuttavia se è un fantasma è l’unico con il codice f i s c a l e r e g i s t r a t o : WRNFNN82B02Z209S.
Andiamo avanti seguendo le tracce documentali del rumeno, 50 anni, «operaio, 1,75, capelli brizzolati, occhi castani» dice la carta d’identità, residente a Roma in via Bolognetta. Cioè casa della mamma di Coppola. A un certo punto Trifan si trova a gestire (sulla carta) altre due immobiliari: la Frattina e Le Mole. Poi circa un anno fa si presentano tre ragazzi lituani dai 23 ai 27 anni e comprano le quote delle due immobiliari. Comprano e portano la sede in Lituania, così da tirar giù il sipario.
I tre, Edmundas Norvilas, Edvardas Plauske e Paulius Kerusauskas risultano residenti a Roma in via Ezio 55. Lì c’è l’Hotel S. Valentino e solo quello.
Chiamiamo, risponde la titolare. «Chi?
Kerus... che? Plaus... cosa? Mai sentiti, mai visti. I nostri clienti sono soprattutto studenti e se uno dichiara qui la residenza è da denuncia». Ecco, studenti. Forse, arruolati per l’occasione e magari retribuiti per il servizio «chiusura immobiliari e trasferimento all’estero».
Ma la «pratica» è radicata nel tempo. Sette anni fa nessuno conosceva Coppola, venuto fuori dal nulla nel 2003 con la stessa rapidità con cui si costruiscono certi palazzi in periferia.
Allora c’era da «sistemare» un’immobiliare del gruppo, la Lonida. Si fece avanti il più improbabile degli acquirenti, un cittadino del Congo, residente in Congo a Lumumbashi e nato a Kabumbulu. Misha Mulongo comprò la Lonida che dopo un po’ venne messa in liquidazione e nel 2002 cessò di esistere. Nel frattempo Mulongo si era lasciato alle spalle il fallimento di un’altra società romana, estranea a Coppola. Prima che fallisse, però, aveva portato la sede in Congo e lui stesso si era reso irreperibile. Dalla Romania alla Lituania fin giù in centro Africa, lo schema è lo stesso. E non assomiglia granché all’Alta Finanza cui aspira Danilo Coppola (Mario Gerevini)

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ROMA – Le battute sul barbiere e sui capelli si sprecavano. E un giorno disse: mi attaccano anche per i capelli. Ma a lui, che viene da un’ex borgata proletaria di Roma, diventato in pochi anni titolare di una fortuna, non interessava. Molti si chiedevano come fosse riuscito ad accumulare tanti soldi.
ROMA – Tante ne hanno dette sulla sua capigliatura, che alla fine Danilo Coppola non ci faceva nemmeno più caso. «In passato sono stato più volte attaccato per i miei capelli. Che debbo pensare? C’è gente che ogni mattina si fa la doccia ma non lo shampoo», aveva risposto a una domanda di Prima comunicazione
sullo scontro allora in atto con l’editore di Milano Finanza, Paolo Panerai. Le battute sul barbiere e su quei «lunghi capelli à revers sulle spalle», li definì un fosseo una specie di «lombrosiana discriminazione», si sprecavano. Ma gli rimbalzavano. Gli rimbalzò anche un’inchiesta del Sole 24ore sui suoi affari che gli levò letteralmente la pelle.
Reazione comprensibile per uno che come lui viene dalla borgata Finocchio, a Roma, ed è diventato a 40 anni (li compirà a maggio) proprietario di una fortuna dichiarata in 3,5 miliardi di euro e del 1% di Mediobanca. Come sia riuscito ad accumulare tanti soldi, per molti rimane un mistero. Anche se un pezzettino di quella fortuna, per la verità, si spiega eccome: comprando e rivendendo all’Unipol le sue azioni Bnl si è messo in tasca 230 (duecentotrenta) milioni di euro.
Un mistero per certi versi simile a quello che ha avvolto il suo ex compagno di scalate bancarie Stefano Ricucci, immobiliarista che voleva conquistare il Corriere, edi cui Coppola ha assunto il cognato: Francesco Bellocchi. «Sono stato molto fortunato, perché ho operato in un momento nel quale il mercato immobiliare è esploso. Non si può farmene una colpa», ha dichiarato un giorno senza infingimenti. Portando come esempio alcune operazioni. Come l’acquisto del Grand Hotel di Rimini («ci sono entrato una volta, l’ho visto e l’ho comprato»), o quello del palazzo ai Parioli che ha poi affittato all’Antitrust («l’ho pagato 67 milioni, due mesi dopo ho avuto richieste per 90 milioni»). Abilissimo a cavalcare la bolla del mattone insieme agli altri spericolati immobiliaristi scalatori di banche che infiammarono l’estate del 2005, facendo persino giudicare al segretario dei Ds Piero Fassino «incomprensibile la puzza sotto il naso che circonda chi si occupa di costruzioni» (avesse potuto, in seguito si sarebbe morso le labbra), lo era pure nelle operazioni finanziarie. Senza limiti di ambizione. Un anno fa ha comprato il giornale Finanza e Mercati.
Alla prima riunione con il comitato di redazione ha proclamato: «Voglio un giornale autorevole, come quello inglese, quello colorato...», indicando il Financial times.
«Preferisco fare che parlare», ripeteva, incurante di essere considerato un parvenu. Il che spiega le rarissime apparizioni pubbliche. C’è una sua foto con la modella argentina Valeria Mazza. Per il resto, le occasioni mondane sono le partite della Roma in tribuna d’onore. Anche quello, però, è lavoro. Coppola è azionista della Roma e ha comprato l’hotel Cicerone da Franco Sensi. Lui e sua moglie Silvia Necci hanno pure messo 25 mila euro a testa nel quotidiano
il Romanista, come hanno fatto anche Antonello Venditti, Francesco Storace, Maurizio Costanzo e Gaetano Bellavista Caltagirone. Dice Riccardo Luna, fondatore e direttore del giornale. «Stavo cercando finanziatori per il giornale e mi dissero che forse Coppola, tifoso romanista, sarebbe stato disponibile. Lo andai a trovare e sottoscrisse due quote, una per sé e una per la moglie, senza battere ciglio».
Il suo nome l’aveva fatto un altro dei «Romanisti», Giovanni Malagò, concessionario della Ferrari a Roma. Che dice di conoscere Coppola come cliente: «Ha acquistato delle automobili e si è sempre comportato in modo irreprensibile. Detto questo, non ho mai avuto particolari frequentazioni». Se non una. Perché Coppola, prima di entrare nel salotto buono della finanza milanese, aveva messo nella cucina romana. Pardon, la Grande cucina: la società che gestisce il ristorante della Casina Valadier. E poco importa se in due anni quella impresa ha perso più di 2 milioni e mezzo di euro. Fra gli azionisti ci sono Carlo Caracciolo, Carlo De Benedetti, Cesare Romiti, la famiglia Perrone, l’immobiliarista Domenico Statuto, Giampaolo Letta (il figlio di Gianni Letta), Vittorio Ripa di Meana e anche Giovanni Malagò con Matteo Cordero di Montezemolo. Proprio lui, il figlio di Luca, socio e amico di Diego Della Valle, che di Coppola, Statuto e Ricucci era il nemico giurato. Ma gli affari sono affari, e le scarpe sono scarpe. Ricorda uno che l’ha conosciuto all’epoca delle scalate: «Coppola sparava sempre a zero su Diego. Poi gli guardavi i piedi e portava sempre le Hogan, le scarpe fabbricate da Della Valle». (Sergio Rizzo)

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Corriere della Sera, 2/3/2007
MILANO – C’è un indirizzo torinese che ritorna in molti degli affari conclusi negli ultimi due anni dall’immobiliarista romano Danilo Coppola. l’ufficio dei commercialisti in via Valeggio 41 di Franca Segre
(nella foto), un nome molto noto nel panorama finanziario della capitale sabauda, la cui famiglia è anche azionista di rilievo della Bim, la Banca Intermobiliare. E proprio lo studio avrebbe assistito professionalmente l’immobiliarista per alcuni dei suoi ultimi affari. A Torino Coppola ha acquistato gli immobili ex Fiat dell’Ipi, di cui fa parte anche il Lingotto. E recentemente l’ingresso nel capitale di Perlafinanza, editrice del quotidiano
Finanza e Mercati. Analoga assistenza nel caso dell’immobiliarista Luigi Zunino, capo della Risanamento Spa, che ha ceduto l’Ipi all’immobiliarista romano. Erano i tempi in cui di Coppola si scriveva già nei giornali per la scalata della Bnl.
Così racconta Osvaldo De Paolini, ex direttore di
Finanza e Mercati, l’incontro con l’imprenditore romano: «Non avevo mai visto Coppola e fino alla chiusura dell’operazione lo incontrai solo negli uffici di Franca e Massimo Segre. Peraltro in quegli incontri lui non parlò mai». C’è da dire che un ruolo l’ha avuto anche la Bim, la banca intermobiliare. La storica banca d’affari torinese ha visto nel suo azionariato dai Cordero di Montezemolo ai De Benedetti ai Pininfarina. E la famiglia Segre è il principale socio. Di recente lo stesso Coppola nella sua voglia di essere presente nei principali circuiti finanziari italiani, era entrato con circa il 2% nella Banca intermobiliare (Bim).
Va ricordato che, sempre l’imprenditore romano è arrivato ad avere quasi il 5% di Mediobanca (oggi la quota e più che dimezzata). Di recente l’immobiliarista ha trasferito la sede legale del proprio gruppo. Sede presso lo studio di commercialisti della stessa famiglia, quello in via Valeggio (Massimo Sideri)

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Corriered della Sera, 2/3/2007
ROMA – «L’incisività delle intercettazioni telefoniche sul piano investigativo è stata certamente compromessa dalla verosimile conoscenza da parte di Coppola dell’attività captativa nei suoi confronti». L’immobiliarista era stato informato da una «talpa» che gli investigatori stavano ascoltando le sue conversazioni: il gip lo scrive a chiare lettere nell’ordinanza di custodia cautelare. E dallo stesso passaggio emerge come i magistrati siano a caccia di chi lo ha messo in condizione di essere cauto, di non parlare degli affari «sporchi» o più compromettenti al telefonino e sulle utenze fisse dell’ufficio nella sede del Gruppo o nella casa di Grottaferrata in cui abita con la moglie (che è incinta e che ieri quando la Guardia di Finanza gli ha notificato il provvedimento si è messa a piangere) e la figlia. L’«informatore segreto», malgrado gli sforzi degli investigatori, non è stato ancora individuato: «I soggetti monitorati – ha spiegato il magistrato per far comprendere le cautele adottate – rappresentavano alcune volte l’opportunità di vedersi personalmente per evitare, evidentemente, di essere ascoltati o, comunque, si esprimevano con modalità riservate». A questo proposito, viene citata come esempio la conversazione «intercorsa tra Coppola e una operatrice della Tim alla quale esternava il primo il sospetto di essere intercettato, minacciando in proposito azioni legali».
Dalle carte dell’inchiesta risulta che l’immobiliarista non si fidava delle persone che aveva accanto. E, per questo motivo, aveva fatto acquistare cinque cellulari che consentivano di spiare le persone a cui li aveva fatti avere. Di tre non si sa che fine abbiano fatto. Degli altri si conosce molto: «Caraccioli, su richiesta di Coppola e della sua segretaria Silvia De Fraia, installava sui telefonini un apposito software per la predisposizione di una scheda dedicata, idoneo a consentire l’intercettazione (clandestina, ndr) delle comunicazioni effettuate con tali cellulari, nonché l’intercettazione delle comunicazioni fra presenti, utilizzandoli con funzioni di microspia», è stato sottolineato nel capo d’imputazione.
Le Fiamme Gialle hanno ascoltato un colloquio in cui Caraccioli «concorda con la De Fraia il prezzo del lavoro commissionato e le detta le istruzioni per l’uso dell’apparecchiatura e alle modalità dell’intercettazione, spiegandole che potrà ascoltare il telefono cellulare "spia" in uso a una determinata persona – il quale dovrà avere sempre credito sufficiente – e che, quando il telefono non sarà occupato in una conversazione telefonica, sarà possibile attivarne una ambientale». Secondo il gip, «dal tenore delle conversazioni emerge che il committente degli acquisti eseguiti dalla De Fraia sia Coppola. Ciò si ricava – osserva il magistrato – dallo scambio di messaggi tra Coppola» e una sua amica, C.M.: «La notte tra il 9 e il 10 dicembre 2006 Coppola dichiara esplicitamente di aver letto i messaggi pervenuti al telefono di C.». Quest’ultima, «in due telefonate effettuate successivamente alla De Fraia riferisce alla sua interlocutrice che "Danilo le ha detto che tutti i messaggi che arrivano sul suo telefono arrivano anche sul suo". Se ne ricava – sottolinea il gip – che Coppola era a conoscenza del contenuto degli sms». C’è di più. Scrive il giudice che la De Fraia il 26 dicembre 2006 «informa Coppola di aver scoperto, per mezzo di un telefono spia, una relazione intrattenuta con un’altra donna dal suo fidanzato» (F.Hav.)

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la Repubblica, 2/3/2007
Dalla borgata Finocchio, via della Bolognetta, periferia degradata a sud di Roma, a piazzetta Cuccia, nel palazzo secentesco di Mediobanca, tempio milanese dell´alta finanza italica; dall´istituto privato per scolari un po´ testoni "Pio XII" di Torpignattara, al Lingotto, santuario torinese della Fiat, accanto ai Canaletto e ai Gustav Klimt collezionati in una vita da Gianni e Marella Agnelli. Dalle palazzine giallonerastre della Tuscolana e della Romanina, al felliniano Grand Hotel di Rimini. Breve ma intenso, assai poco felliniano, è l´Amarcord di Danilo Coppola, azionista di Mediobanca, proprietario, tra l´altro, di un pezzo di Lingotto e del Grand Hotel riminese, detto "Er Cash" per lo smodato uso di contanti, o "Palazzinaro con la pistola" per il disinvolto maneggiare delle armi da fuoco, da quando sparò per spaventare degli zingari che lo disturbavano in un ghetto di periferia.
Danilo, dagli altari, è finito ieri in una cella di Regina Coeli - forse nei pressi di quella che ha ospitato a lungo il suo collega furbetto Stefano Ricucci - con l´accusa di bancarotta, associazione per delinquere e riciclaggio. Sic transeat gloria mundi, per dirla con San Paolo. Così la gloria, scema per un ragazzo di borgata neanche quarantenne, "tricologicamente scorretto", come è stato definito, peccato francamente alquanto veniale rispetto a quelli più seri che gli vengono addebitati per la criniera lunga e liscia che gli copre le spalle. Il giovanotto è riuscito per un po´ a far credere alle banche, della cui ingenuità fortissimamente dubitiamo, e a questa Italia abituata in ogni dove alle scorrerie dei lanzichenecchi della finanza, della politica, della cultura e anche dello spettacolo, di essere diventato in un battibaleno uno degli uomini più ricchi d´Italia, con un patrimonio di tre miliardi e mezzo di euro, diconsi settemila miliardi di vecchie lire. Può un figlio di borgata, col papà Paolo impiegato morto di ictus poco più che sessantenne e con la mamma Francesca che non più di vent´anni fa vicino al bar "Billi" inscatolava le alici per arrotondare il bilancio di casa, aver scalato la ricchezza e il potere nell´arco di tempo in cui i figli della borghesia benestante impiegano a studiare e a trovare, forse, un posto da 1500 euro al mese ? Può darsi che per realizzare il "sogno americano" serva nascere intelligenti e determinati alla borgata Finocchio. Ma, se vogliamo, è più probabile che in borgata si trovino con meno difficoltà le "pudenda" di un capitalismo prima asfittico e un po´ ottuso, oggi, per molti versi, di speculazione, d´avventura, di collusione, quando non di di riciclaggio. Niente di nuovo, per la verità. Trent´anni fa a salvare l´Italia dal disastro sindoniano, che era cominciato con la Generale Immobiliare, fu chiamato dal potere democristiano incarnato allora da Ferdinando Ventriglia, un manipolo di palazzinari romani di cui oggi neanche si ricordano i nomi. E Salvatore Ligresti, che mai incarnò la lucentezza di un capitalismo delle regole e delle responsabilità, fu per anni la sponda di Enrico Cuccia, che familiarmente chiamava il suo corregionale siciliano "don Salvatore". Nel caso Ambrosiano-Calvi, che finì con l´impiccagione del banchiere sotto il Ponte dei Frati neri a Londra, erano coinvolti insieme il Vaticano, lo Ior, e la banda della Magliana, con faccendieri che sono ancora attivamente sulla piazza.
Con "Er Cash" è stato arrestato Luca Necci, ex cognato di Ricucci, un dettaglio che "ad abundantiam" ricongiunge i fili del capitalismo delinquenziale che negli anni del berlusconismo – per carità, non che anche prima non fosse capitato - ha spadroneggiato, nella convinzione di poter violare tutti i santuari del potere, compresa la "magnifica preda" del Corriere della Sera. Ma tra i "bad boys" di borgata che hanno messo a ferro e fuoco la finanza negli ultimi anni non sono state sempre rose e fiori. Chi ha assistito o avuto eco diretta di qualche riunione dei "concertisti" durante la scalata fallita dei furbetti alla Banca Nazionale del Lavoro, racconta del crinierato della borgata Finocchio che attacca il collega ex odontotecnico di Zagarolo definendolo – pensate un po´ – "inaffidabile", mentre quello inveiva contro chi voleva «fa´er frocio col culo degli altri».
A Danilo Coppola, che pare nulla abbia a che fare col parzialmente omonimo Frank Coppola detto "Tre dita", il mafioso che per anni fu in soggiorno obbligato a Pomezia e che di lì pilotò molti affari immobiliari a Roma e nel Lazio, di carattere non ne manca. Quando compra 170 milioni di azioni della Bnl, Diego Della Valle lo invita a prendere un tè all´Hotel Eden di Roma e più o meno gli dice: caro signore, quello che lei ha speso per la Bnl oggi vale il doppio, per cui si è fatto un bel gruzzolo, perciò lo monetizzi, per favore, se ne vada, perché uno come lei nel consiglio d´amministrazione della banca non entrerà mai. «E che sono io, uno straccione ? Lei è sicuro di essere più ricco di me ?», gli risponde il crinierato e, preso dall´indignazione del parvenu rifiutato, un sentimento che tanti guai ha procurato a questo paese determinando persino la "scesa" in politica di Silvio Berlusconi, si compra il 4 per cento di Mediobanca, di cui nei giorni scorsi ha ceduto la metà per 50 milioni di euro. Il suo faro di vita, come spesso confida, è Francesco Gaetano Caltagirone, che nelle stanze del potere è entrato, eccome, per ricchezza, per abilità e per parentele politiche acquisite. Ma soprattutto per gli investimenti nei giornali: Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino. Quello è il modo per rifarsi una verginità. Ma il "Corriere" è il boccone impossibile di quel velleitario spaccone di Ricucci e di tutti quelli che lo proteggevano nel giro stretto berlusconiano e della Casa della libertà, che dal banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani hanno succhiato, a quanto pare ai magistrati, tangenti per una cinquantina di milioni di euro: non solo il povero Luigi Grillo, l´ ex democristiano ligure organizzatore della lobby pro Antonio Fazio durante la partita Antonveneta, ma anche i ruspanti leghisti e il ricco bibliofilo siculo Marcello Dell´Utri, l´inventore di Forza Italia, che nelle vicende dei "bad boys" del capitalismo straccione ha un suo ruolo non di secondo piano. I figli non hanno le colpe dei padri, per carità. Ma sapete chi distribuì il film da Oscar della signora Ricucci, alias Anna Falchi ? Un certo Jacopo Dell´Utri, figlio del sullodato. Allora – si dice Coppola – se il "Corriere" è impossibile cominciamo dal basso: da quell´accrocco editoriale messo insieme da Osvaldo De Paolini, giornalista noto soprattutto per la personale esperienza borsistica, e dai suoi soci, compreso il direttore editoriale Gianni Locatelli, ex direttore del "Sole 24 Ore" ed ex direttore generale della Rai, incorso qualche anno fa, con alcuni suoi colleghi, nell´ increscioso incidente Lombardfin. Così "Er Cash" sborsa 12 milioni o giù di lì per acquisire il 18 per cento di un´impresa editoriale semiclandestina. Licenzia i commercialisti di borgata e si affida al superstudio torinese dei Segre. Ma non bastano i Segre, il Lingotto, Mediobanca, la Roma Calcio, il piccolo scudo di stampa con i giornaletti finanziari, il palazzo affittato all´Antitrust, a esorcizzare il turbillon inquietante di società nazionali o esterovestite governate spesso da baristi e studenti ignari, la contiguità antica con il commercialista della cosca Piromalli, Roberto Repaci, i trascorsi affari con Giampaolo Lucarelli, l´ombra di Enrico Nicoletti, boss della banda della Magliana.
L´impero di cartone forse è al capolinea. Chissà se lo è pure il giocarello del clan dei neopalazzinari, ribattezzati immobiliaristi – i Coppola, i Ricucci, gli Statuto, i Zunino, ma anche altri, come lo stampatore Vittorio Farina, assistito da personaggi che troviamo già tre lustri fa nelle cronache di Tangentopoli – che con un vorticoso giro di vendite, acquisti, riacquisti, rivendite, di scambi e controscambi, drogano il mercato immobiliare in una bolla gonfia di nulla, creando i fondi virtuali per l´assalto al cielo del capitalismo. Il tutto fiorente sulle fumanti "macerie della politica", come diciamo non noi, ma il ministro dell´Interno Giuliano Amato. (Alberto Statera)

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la Repubblica, 2/3/2007
MILANO - La bufera giudiziaria su Danilo Coppola travolge un impero dalle dimensioni e dai confini molto labili. I numeri - nel suo caso - non sono una certezza. «Abbiamo attività per due miliardi, un utile lordo di 60 milioni di euro e liquidità per 400 milioni», recitava a inizio 2005 una pubblicità del gruppo negli stessi giorni in cui l´ Antitrust stimava in 19,6 milioni il giro d´affari dell´immobiliarista. Tra le due valutazioni c´è un abisso che si spiega con la complessa ragnatela di società messe in piedi da Coppola tra Italia e Lussemburgo. E ricostruire la girandola di miliardi transitati (a volte con biglietto di andata e ritorno) in questa ingarbugliata matassa è stato un lavoro improbo anche per la Guardia finanza.
L´unica fotografia certa è il patrimonio immobilizzato a Piazza Affari. Un portafoglio di titoli che oggi vale poco più di 500 milioni. Il gioiello è la partecipazione del 2% - appena ridotta dal 4,3% per rimborsare un prestito di Deutsche Bank - in Mediobanca. Poi c´è il nocciolo duro del business: il 74% dell´Ipi, il gruppo immobiliare che controlla anche il Lingotto rilevato da Luigi Zunino. Più due piccole quote del 2% circa nella Bim e nella As Roma, suo vecchio amore calcistico. Fuori dal recinto di Borsa, Coppola ha giocato le sue carte migliori sul mestiere che conosce meglio, il mattone: negli ultimi anni ha rilevato l´hotel Cicerone (da Franco Sensi) e il Daniel´s a Roma, oltre al Grand Hotel di Rimini di felliniana memoria. Poi si è messo sulle orme di Ricucci, puntando sulla carta stampata. Non su Rcs, cui pure si era detto interessato all´epoca della scalata del re dei furbetti, ma con una piccola quota ne "Il Romanista" house organ della tifoseria giallorossa e con quella di controllo in Perlafinanza, casa editrice del quotidiano "Finanza & Mercati".
Da dove arrivano i soldi con cui Coppola ha costruito questa piccola fortuna? La sua versione è scritta nero su bianco nel bilancio del gruppo. Arriva «dai primi investimenti nella valorizzazione delle aree edificabili, con acquisizioni mirate in zone di Roma ad alta urbanizzazione e domande di alloggi in incrollabile crescita». Questi investimenti hanno generato «cospicui profitti con conseguente introito di importante liquidità» che hanno consentito di diversificare il business. Poi è arrivata l´era dei furbetti e delle scalate bancarie. Nella partita Bnl, Coppola ha guadagnato circa 230 milioni. Con Antonveneta altri 26, tuttora congelati presso la Procura di Milano. Due operazioni realizzate grazie soprattutto ai generosi prestiti delle banche. L´inchiesta di Roma stabilirà se queste erano davvero le sue uniche fonti di liquidità (Ettore Livini)

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ELSA VINCI
ROMA - solo l´inizio. L´accusa di bancarotta per il fallimento della società Micop, intestata a un prestanome di Danilo Coppola, fa da apripista. Nell´ordinanza di custodia cautelare contro l´immobiliarista romano, il gip Maurizio Caivano scrive: «Con riferimento alle società Assa srl, Gen 5 srl, Phoenix Real Estate e Spica.Ca. Immobiliare, il pubblico ministero in data 13 febbraio 2007 ha formulato istanza di fallimento». Non soltanto. «Analoga procedura verrà attivata per le società Spazio 91 srl e Gabbiano immobiliare 2003 non appena perverrà comunicazione dell´emissione di avviso di irregolarità da parte dell´Agenzia delle Entrate». «Ne discende, come correttamente osservato dal pm, che trattandosi di situazioni identiche a quella della Micop srl, i fatti contestati assumono in prospettiva i caratteri di bancarotta patrimoniale». Il castello sta per crollare. Il giudice Caivano spiega perché nelle 61 pagine dell´ordinanza, dove traccia un inedito profilo dell´imprenditore accolto nel salotto buono della finanza italiana con la partecipazione in Mediobanca.
Coppola viene descritto come «il capo di un gruppo organizzato per attuare un programma criminoso». Programma «avviato a partire dal 2002 e che perdura fino a oggi». Dunque inevitabile l´arresto. «L´attuale operatività del sodalizio rivela una spiccata propensione a delinquere degli indagati», con rischio di «reiterazione dei reati e inquinamento delle prove». Inoltre, scrive il giudice, Coppola ha soldi e conoscenze per fuggire all´estero.
Il supertestimone. Le indagini della guardia di finanza e della procura di Roma hanno trovato riscontro e forza nelle rivelazioni di Mauro Messina, che ha lavorato per Coppola dal primo ottobre al 22 novembre 2005 come direttore responsabile della contabilità e dell´amministrazione. Nell´interrogatorio dell´11 maggio 2006, Messina ha spiegato lo schema con cui agivano l´imprenditore e i suoi amici, adesso accusati di associazione per delinquere: «Il gruppo includeva anche società che non conoscevo e che anzi il signor Bellocchi (braccio destro di Coppola) in più occasioni mi aveva detto essere società terze. Posso ipotizzare che le transazioni tra le società del gruppo e queste altre che sembravano artatamente terze erano solo fittizie, perché spostavano immobili non trasferendo l´effettiva disponibilità del bene, che passava da una mano all´altra dello stesso imprenditore. Le transazioni però potevano essere fatte a valori gonfiati e essere finanziate dalle banche di fiducia. In questo modo si potevano erogare finanziamenti più elevati all´imprenditore ed essere destinati ad altri scopi, ad esempio l´acquisto di titoli azionari quotati o di altri immobili, innescando quindi un meccanismo moltiplicatore della liquidità».
Le banche. Il gip scrive che molte delle operazioni sotto inchiesta sono state realizzate da Coppola grazie «ai finanziamenti ricevuti da Unicredit». Ma ci sono altri istituti. Il supertestimone ha spiegato: «Tra le banche di fiducia del gruppo ricopre un ruolo particolare la Banca Intermobiliare. L´amministratore delegato, Pietro D´Aguì, era legato da rapporti di strettissima amicizia con Danilo Coppola, facendo anche da testimone al battesimo della figlia». Mauro Messina ha detto di non essere riuscito a capire «le fonti della provvista estera». Ma aveva dei sospetti: «Una volta Coppola disse a Bellocchi in mia presenza che se il gruppo avesse avuto bisogno di denaro bastava che glielo avesse chiesto con qualche giorno d´anticipo, di modo che lui ne potesse "far scendere giù" un po´. Immagino che questo significasse farsi arrivare la provvista dal Lussemburgo e da Montecarlo, dove Danilo andava per affari spessissimo servendosi del suo aereo personale». C´è un versante di indagine che riguarda gli istituti di credito.
Mediobanca. Il giudice Caivano scrive che «gli acquisti di azioni di Mediobanca, Bnl, Bim, Ipi e As Roma sono stati finanziati con risorse provenienti dai reati».
I telefoni. Coppola sapeva di essere ascoltato. «Emerge dal contenuto di varie conversazioni e dalla quella tra lui e una operatrice Tim, alla quale esterna il sospetto di essere intercettato, minacciando iniziative legali». Inoltre Coppola «aveva acquistato un cellulare-spia, che gli consentiva di intercettare a sua volta tutte le telefonate e gli sms della "fidanzata"».

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La Stampa, 2/3/2007
FEDERICO MONGA
MILANO
«Facciamo solo il nostro mestiere. Siamo come medici, la nostra è una missione: curiamo i poveri come i ricchi, le aziende piccole e quelle grandi. Per noi non fa differenza». Dalla villa di Grottaferrata di Danilo Coppola al torinese Studio Segre, celebri commercialisti torinesi al secondo piano di una palazzina Anni ”70 alla Crocetta, ci sono qualche centinaio di chilometri e svariati anni luce di distanza. Eppure «non fa differenza», risponde la signora Franca Bruna Segre a chi le chiede un’opinione sulla sorte del suo illustre cliente.
Del resto dal Lingotto - versione Zunino - alla Crocetta, dalla fabbrica che fu simbolo della Torino operaia ai salotti della finanza nel quartiere anch’esso simbolo, ma dell’alta borghesia subalpina, le relazioni di Danilo Coppola sotto la Mole sono multiformi e radicate. Vanno ben oltre l’acquisizione, due anni fa, della quota di controllo dell’Ipi dalla Risanamento di Luigi Zunino. Lo stesso Zunino che aveva rilevato la società dalla Fiat e che in queste ore fa sapere di aver conosciuto Coppola e di aver concluso con lui l’affare Ipi - che controlla tra l’altro il Lingotto - solo perché presentatogli «dalla signora Segre».
Proprio Franca Segre e suo figlio Massimo sono oggi i personaggi della comunità finanziaria torinese più vicini all’immobiliarista arrestato, pur risultando del tutto estranei alle contestazioni della magistratura. Non così è stato invece due settimane fa, quando la magistratura torinese ha aperto un’indagine per aggiotaggio contro Coppola. In quel procedimento risultano infatti indagati sia Massimo Segre sia l’ad di Banca Intermobiliare Pietro D’Aguì, entrambi per il loro ruolo di consiglieri dell’Ipi. Mondi diversi, diversissimi, quello dell’immobiliarista romano e dello studio torinese dove le impiegate sono rigorosamente in grembiule nero e la signora Franca risponde direttamente al telefono. Eppure i Segre - storicamente vicini a Carlo De Benedetti che seguono anche oggi - hanno evidentemente visto nell’immobiliarista un imprenditore e investitore interessante, con cui stringere i rapporti. Massimo Segre, ad esempio, oltre che consigliere dell’Ipi è diventato presidente di Editori Perla Finanza, la società che pubblica un quotidiano e un settimanale finanziario di cui Coppola ha preso il controllo tre mesi fa.
Sempre attraverso i Segre si arriva a un’altra delle aree di interesse di Coppola, ossia la Banca Intermobiliare. Nella banca, che ai valori di Borsa attuali capitalizza circa 1,3 miliardi di euro, l’immobiliarista è presente con una quota appena superiore al 2%. La Bim stessa è controllata con la maggioranza assoluta del capitale dalla Cofito, una finanziaria divisa tra le famiglie Segre, D’Aguì, Giovannone e Scamberlin, seguita con una quota di quasi il 10% dai belgi di Fortis. E proprio la signora Franca, ha da anni la presidenza.
Strano «animale» societario, questa Bim, dove a un nucleo storico di azionisti legati a vario titolo al mondo torinese - ci sono i Pininfarina e la stessa Cofide di De Benedetti, mentre in consiglio siede Matteo Cordero di Montezemolo - si sono aggiunti più di recente azionisti nuovi come Alcide Leali con il 2%, il «papà» dei fondi d’investimento in Italia Angelo Abbondio e, per l’appunto, Coppola. Qualcuno negli anni scorsi l’aveva paragonata a una piccola Mediobanca subalpina, centro di relazioni oltre che di affari. Un paragone azzardato, forse. Anche perchè lo stesso Coppola, dopo la Bim, aveva sentito il bisogno di mettere un piede - un piede che nei momenti di maggior splendore era arrivato a contare quasi il 5% - proprio in Mediobanca.

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Il Foglio, 2/3/2007
Roma. Danilo Coppola, presidente e primo azionista di Ipi con una quota del 74,4 per cento del capitale, è stato arrestato ieri dagli uomini del Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza di Roma. E’ stato disposto l’arresto di altre sette persone, fra cui il cognato di Coppola, Luca Necci, Francesco Bellocchi (fratello della prima moglie di Stefano Ricucci), e Alfonso Ciccaglione, amministratore delegato di Ipi. Fra le ipotesi di reato contestate agli arrestati vi sono associazione per delinquere, appropriazione indebita, falso, impiego di denaro e beni di provenienza illecita, e bancarotta fraudolenta. La Gdf ha perquisito tutte le sedi delle società del gruppo Coppola, sequestrando titoli per circa 70 milioni di euro, fra cui una parte delle partecipazioni detenute dall’immobiliarista in Ipi, Mediobanca e Roma Calcio. Gli arresti nascono da un’indagine condotta dai pubblici ministeri della procura di Roma, Giuseppe Cascini e Lucia Lotti, partita dal fallimento, a dicembre 2006, di Micop, una società controllata. Micop risulterebbe collegata ad almeno altre cinque società del gruppo, che sarebbero state svuotate del capitale sociale con alchimie fiscali, e poste in fase prefallimentare. La Gdf avrebbe accertato un buco di circa 130 milioni di euro. Il gip, nell’ordinanza di custodia cautelare, ha scritto che il gruppo Coppola avrebbe ”una spiccata propensione a delinquere”, motivando le esigenze cautelari con i pericoli di reiterazione del reato, inquinamento delle prove e fuga. I magistrati romani avrebbero accelerato i tempi per il nervosismo manifestato da Coppola a causa del suo coinvolgimento nell’inchiesta della procura di Torino che lo indaga per aggiotaggio. L’immobiliarista, la scorsa settimana, aveva chiesto agli inquirenti romani di essere sentito, dopo la fuga di notizie relative alla sua iscrizione nel registro degli indagati per bancarotta.
Ipi nella giornata di ieri ha emesso una nota in cui ha precisato che le vicende del suo presidente non riguardano la società, la cui attività prosegue. La società immobiliare – acquistata da Luigi Zunino che l’aveva acquistata a sua volta dalla Fiat – è la punta di diamante delle attività di Coppola. Egli conta il 2,17 per cento di Mediobanca. La partecipazione nella merchant bank milanese, che nei mesi scorsi era arrivata a sfiorare il 5 per cento, è stata recentemente ridotta. La quota in Mediobanca è stata l’investimento più discusso, ma non l’unico. Coppola detiene anche il due per cento di una piccola banca d’affari torinese, la Bim, di proprietà di un gruppo di famiglie, Giovannone, D’Aguì, Scanferlin e Segre. Nell’azionariato di Bim sono presenti anche Alcide Leali (l’ex proprietario di Air Dolomiti, attualmente partner del fondo M&C nell’operazione Alitalia), i De Benedetti, i Ligresti e con una quota sotto il due per cento i Montezemolo. I Pininfarina ne sono usciti, poco più di due mesi fa, il 28 dicembre scorso.

’Lombrosianamente discriminato”
Il gruppo Coppola ha un portafoglio immobili valutato fino a 2,3 miliardi di euro. Controlla alcuni grandi alberghi tra cui il Cicerone e il Daniel’s di Roma, e il Grand Hotel di Rimini. A Torino possiede uno dei simboli della città, il Lingotto, e a Milano il complesso di Porta Vittoria. Coppola ha una quota nella Roma Calcio ed è il proprietario del quotidiano Finanza & Mercati. Si è imposto alle cronache nel 2003, all’alba di quella che sarebbe diventata la fase dei furbetti del quartierino. E’ stato azionista del contropatto di Bnl, che vanificò gli assalti del Bbva, ed è stato accusato di aver fatto parte dei concertisti coagulati intorno alla Popolare di Lodi nella scalata di Antonveneta. Ha sempre ostentato un atteggiamento da battitore libero. Si rifiutò di sottoscrivere l’accordo firmato dagli altri azionisti che parteciparono alla scalata alla banca padovana, grazie a cui fu possibile il dissequestro delle azioni e la vendita agli olandesi di Abn.
La curiosità giornalistica e i dubbi sull’origine delle fortune di Coppola sono state molteplici, a partire da un’inchiesta del Sole 24 Ore firmata da Claudio Gatti. Al tempo dell’ascesa degli immobiliaristi e del dibattito su quel gruppo di new comers come fattore di ricambio del sistema economico e finanziario, Coppola fu preso di mira anche a causa di un tratto socialmente discutibile, l’abbigliamento piuttosto avventurista e una pettinatura alla Paperoga. Contro l’aggressione pregiudiziale all’antropologia coppoliana vi fu un moto di reazione tricologicamente liberale. A suo favore si schierò anche Gad Lerner, che su Vanity Fair, lo definì ”lombrosianemente discriminato”.

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La Stampa 3/3/2007
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03 Marzo 2007

«Francesco Bellocchi
chiese di nascondere
le compravendite
interne al gruppo»


[FIRMA]FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
C’è una «talpa» che ha incastrato Danilo Coppola. Si chiama Mauro Messina, per qualche mese è stato responsabile della contabilità. Un brutto giorno fu chiamato da Francesco Bellocchi (uno del settore: ex cognato di Stefano Ricucci, braccio destro di Coppola) per «ritoccare» i bilanci. Oddio, ritoccare è un eufemismo. I bilanci andavano truccati per nascondere il tourbillon di compravendite, spesso tra società dello stesso gruppo, che serviva ad aumentare il valore patrimoniale degli edifici in portafoglio.
Messina si rifiutò. Il giudice riporta il suo racconto: «L’imposta evasa dall’Immobiliare Valadier risultava essere di 13 milioni di euro. Ovviamente scrissi un rapportino con cui espressi il mio disaccordo e il mio totale dissenso, e feci presente che quel documento invalidava anche il bilancio delle società che era stato già depositato e fornito alle banche e a terzi». Finì alla porta: licenziato. Ma non ha dovuto attendere molto per vendicarsi. Qualche tempo dopo ha cominciato a raccontare tutto agli ufficiali della Guardia di Finanza. Un testimone «chiave», scrive il gup Maurizio Caivano.
La storia finisce come sappiamo: Danilo Coppola in carcere da due giorni, nelle minuscole celle del braccio «nuovi giunti» di Regina Coeli. Crisi di panico all’ingresso, poi nella notte, crisi anche ieri. «Claustrofobia», ha spiegato il suo difensore, Fabio Lattanzi. L’avvocato spera che Coppola possa essere trasferito al più presto in infermeria. Forse già oggi, al termine dell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice. Nel frattempo Lattanzi e Coppola si sono incontrati per parlare della difesa. Lattanzi è ottimista. Ai suoi occhi tutto si ridurrebbe a un eventuale illecito fiscale.
Al bar «Duilio», intanto, nel cuore della Borgata Finocchio, diciottesimo chilometro della Casilina, non si parla d’altro: giornali squadernati sul bancone. Coppola in carcere: la gente si dà di gomito. Dialogo tra due giovanotti: «Aho, visto... finito ar gabbio». «Embé, te meravigli?». Nessuna meraviglia, tutto è cominciato da qui e qui si torna. Un grumo di palazzine costruite una sull’altra, strade senza marciapiedi, lottizzazioni senza capo né coda. Il papà di Danilo fino al 1995 - e poi il giovanotto rampante - hanno costruito le fondamenta dell’impero in borgata. Tante di queste case le hanno costruite loro. Nota caratteristica, l’intonaco rosa.
Il giorno dopo la caduta, sono davvero lontani i tempi della scuola privata «Pio XII» e della prima agenzia in via della Bolognetta. Oggi ricordano soprattutto che Danilo Coppola si divideva tra il villone ai Castelli e l’ufficio ai Parioli, l’aereo privato nell’hangar di Ciampino e gli affari in giro per l’Italia. C’è poca voglia di parlarne. «Un grande», dice di lui un giovanotto all’ingresso del secondo bar del quartiere, il Billy’s, attaccato alla casa della mamma di Danilo. «Uno sveglio anzichenò», lo definisce l’editore Bruno De Vita, animatore della tv privata «Teleambiente», ispiratore del partito dei Consumatori, uno che della borgata conosce tutto e tutti dato che c’è nato, ci vive e ci lavora.
Certo, sono lontani i tempi di quando Danilo Coppola si meritò il soprannome di «Er Cash». Più o meno era dieci anni fa. Gli affari avevano cominciato a girare per il verso giusto. Lui era ancora un ragazzo sotto i trent’anni a cui piaceva andare in giro «vestito a tiro» e con una vistosa coupé gialla. In tasca, sempre un rotolo di banconote da centomila. Da cui il nomignolo. Parcheggiava rombando davanti al bar «Duilio», entrava spavaldo e offriva a tutti cavandosi fuori di tasca, appunto, il «cash».
«A quel tempo - racconta De Vita - il giovane Coppola si muoveva in un giro affaristico-democristiano che in borgata conoscevamo molto bene. In zona si costruiva come pazzi. Tutto abusivo, eh... per i palazzinari era il regno di Bengodi. Funzionava il sistema della bancarella. Fondavano una piccola finanziaria per consorziare i soldi di quattro-cinque tra costruttori e grossisti dei materiali per edilizia».
Una sorta di associazione di mutuo soccorso. «Si facevano poi dare altri soldi dalla banca. Costruivano, vendevano, restituivano il fido alla banca e si dividevano i guadagni». Partì così. Ma poi di strada ne ha fatta. Eccome se ne ha fatta (Francesco Grignetti)