vari, 1 marzo 2007
Corriere della Sera - 28/02/2007 Mario Luzzatto Fegiz Francesco stona assieme al papà Pooh Silvestri furbo (ma piace)
Corriere della Sera - 28/02/2007 Mario Luzzatto Fegiz Francesco stona assieme al papà Pooh Silvestri furbo (ma piace). Brava Nada. Finalmente: dopo settimane di spezzoni in bianco e nero con Al Bano che sembrava un topastro, Baudo impacciato come un presentatore da oratorio, Milva con l’abito della prima comunione, è arrivato il Festival vero, quello a colori coi trucchi giusti, le rughe coperte, ma anche tanta freschezza. Con i primi 10 big e i primi 7 giovani in gara sotto l’immensa cozza multicolore inventata dallo scenografo Castelli. Partenza con Zero Assoluto la cui canzone «Appena prima di partire» (voto 6) è un nobile compromesso fra avanguardia e tradizione melodica. Meno efficace e più dimessa di quella dell’anno scorso chissà perché è data per favorita? Forse per la popolarità di uno dei suoi componenti Matteo Maffucci (8). Piero Mazzocchetti con «Schiavo d’amore» (5,5) ha tre problemi: è un ibrido fra pop e bel canto d’opera (quindi un’identità incerta), un fisico che non buca il video e un manager come Adriano Aragozzini che è molto più popolare di lui e gli ruba la scena con la sua risata folle che spopola a Markette. «Ninna nanna (ninna oh questo amore a chi lo do)» (3) della giovane e avvenente Mariangela (7) è una canzone dalla partitura banale che ci riporta al birignao sanremese del passato. Continua anche la perplessità sul duo Francesco e Roby Facchinetti: perfetto sul piano spettacolare, porta un messaggio positivo, mostra che non esistono scavezzacolli senza speranza. Ma la canzone è quel che è... E Francesco stonava alla grande (4). Stefano Centomo con «Bivio» mostra personalità con un crescendo orecchiabilissimo (8), mentre Jasmine, figlia di Stefania Rotolo è esuberante (7) ma penalizzata dal brano «La vita subito»(5). A costo di passare per critici di sinistra dobbiamo rendere omaggio a «Canzone fra le guerre» di Antonella Ruggiero, intensa, attuale anche se un po’ difficile (7), al testo sulla follia di Simone Cristicchi «Ti regalerò una rosa» (8) pur se molto recitato e poco cantato e alla «Paranza» di Daniele Silvestri, che sarà anche una furbata ma domani la canteremo tutti (8). Poi c’è il coraggio di Nada che ha confermato con «Luna in piena» (9) l’oceano di cultura jazz che la separa dagli esordi di «Ma che freddo fa». Mango si è mosso con la consueta classe melodica e vocale con «Chissà se nevica», sempre uguale a se stesso (7). Spettacolari i giovani Khorakhané, gia «tribute band» di Fabrizio de Andrè, con «La Ballata di Gino» (8). Leda Battisti, ex cantautrice, si è riciclata in pop ballabile con «Senza me ti pentirai» (5). Noiosi con un accento artefatto alla Shapiro i Pquadro con «Malinconiche sere» (4). Nobilmente tediosa anche l’ospite Norah Jones(6). Passano in finale dei giovani Marco Baroni, Stefano Centomo, Jasmine, Pquadro. Dietro le quinte il momento più esilarante lunedì sera: doveva provare Milva, che già aveva saltato per motivi di salute la prova generale. Ma non stava ancora bene. Così, dopo un’occhiata complice fra il direttore d’orchestra Lucio Fabbri e l’autore del brano «The show must go on» Giorgio Faletti, è successo l’inevitabile. Faletti ha cantato (8) al posto di Milva la canzone (risultato emotivo paragonabile a «Signor tenente») e subito dopo orchestrali e amici a prenderlo in giro: «Altro che scrittore di successo, sei arrivato a Sanremo con la parrucca in valigia! Sempre pronto a rubar la scena...». Dal vivo la Rossa non ha valorizzato al meglio la canzone (voto 6+). Colpa di problemi di salute. Mentre la signora prepara la riscossa di giovedì, quando duetterà con Enrico Ruggeri, si discute su «Habanera» a luci rosse scritta da Sanguineti con Andrea Liberovici: scartata dal Festival ed eseguita ieri al dopofestival: vi si allude a uccelli che non sono volatili e parafrasando Carmen di Bizet si grida un inequivocabile «vuotami il tuo miele!». Canzone 6, esecutrice Ottavia Fusco 8. ************************** Corriere della Sera - 28/02/2007 Andrea Laffranchi Baù: il vescovo sbaglia Canto un testo monello però non c’è malizia. «Pensavo che la canzone fosse inferiore alla musica classica. Mi ha fatto cambiare idea Mogol che mi ha fatto conoscere Battisti». Un sacerdote del pop ha aperto la strada di Sanremo a Patrizio Baù, diploma al Conservatorio e insegnante di musica in una scuola media di Marolo di Torri di Quartesolo, provincia di Vicenza. Un sacerdote vero, il vescovo di Ventimiglia Alberto Maria Careggio, gli ha aperto quella delle polemiche. Il porporato ha annunciato che oggi non sarà in sala perché proverebbe «imbarazzo» per il testo di «Peccati di gola», un gioco fra piaceri della tavola e quelli della carne: «Un modello negativo, fatto da un professore poi...». Replica serenamente Patrizio: «Se non mi sono posto il problema non è per ignoranza, ma perché non percepisco un pericolo». E aggiunge: «La lettura del testo fuori dal contesto può portare a interpretazioni dettate da timore, ma chi ci vede messaggi immorali è definito dal suo immaginario. Non canto in maniera avida, non esprimo assatanamento. Dico che l’amore è anche fisicità: è un testo monello». Trentacinque anni, sposato e con un bimbo, Baù è nato in Svizzera. Papà era emigrato per lavoro e, quando Patrizio aveva 3 anni, sono tornati nel vicentino. Da ragazzino giocava a calcio, «ala sinistra prodiga di assist». La sua passione è «la nazionale francese, quella di Platini mi è rimasta dentro». E la finale mondiale? «Ero combattuto: sono italiano, ma mamma è francese». Come la zia, cantante lirica famosa oltralpe che gli ha attaccato «la passione per la musica operistica e impressionistica, intensa e affascinante». Così Patrizio si iscrive al Conservatorio e si diploma in chitarra. A 16 anni inizia a insegnarla. «Mi sono avvicinato alle canzoni grazie ai miei allievi. Se uno voleva imparare Vasco per fare colpo su una ragazza lo assecondavo», racconta. Oltre a Debussy, adesso ama Pat Metheny, Ed Harcourt, Blur e Gorillaz. Invidia i colleghi inglesi perché «da noi si punta solo su melodia e bel canto». A Sanremo premierebbe Cristicchi «perché esprime in maniera disarmante e poetica la condizione di un pazzo». Dalla scuola all’Ariston. Che le hanno detto? «I ragazzi hanno accolto la notizia con stupore, ma vorrei capissero che le persone in tv sono come in strada». ************************** Corriere della Sera 28/02/2007. Luigi Offeddu «Sono qui a studiare cultura pop per Fassino». «No, il compagno Lama no, non credo che al festival sarebbe venuto. O forse, chi lo sa? Erano altri tempi. Ma Gramsci sì, che forse sarebbe venuto. Non ci crede, lei? Allora non sa che Gramsci iniziò a scrivere in una redazione di spettacoli, recensioni di spettacoli anche leggeri. Beh, comunque io Lama l’ho amato moltissimo, e Gramsci pure; quando sento "Bandiera Rossa" ho ancora un brivido, e venerdì sera ero a Scandicci la proletaria dove i compagni mi chiamavano appunto compagna... E ora eccomi qui. Qui a Sanremo. A vedere e ascoltare dove va la musica. Quella nazionalpopolare? Certo, anche quella. Poi racconto tutto a Piero. Prendo appunti, sera per sera, e poi gli racconto. Anzi, gli ho appena mandato un sms». Piero è Piero Fassino, e la bella signora che parla è la compagna Silvana Sanlorenzo, laureata in antropologia culturale e responsabile del Dipartimento politiche culturali per i giovani nei Ds. Domenica scorsa mangiavano insieme, a Roma, famiglia Fassino. La signora Anna, padrona di casa, aveva preparato una specialità della sua terra- madre: pasta con i funghi dell’Amiata. E così, fra un fungo e l’altro, parte il discorso: i giovani che vanno chissà dove, la difficoltà di parlare con loro, e l’«aristocraticismo della politica», arroccata nei suoi palazzi. «Si rifletteva su questo, quando Piero fa: oh, ma fra poco c’è un’occasione straordinaria, il Festival! Lui va matto per il jazz e i musical, ma gli piace un po’ tutta la musica, per esempio quella di Noah. E così, di colpo, aggiunge: Silvana, perché non fai un salto là, ascolti, guardi, e ci racconti?». Detto, e fatto. Ieri, la compagna Sanlorenzo ha preso un treno e al mattino era qui: «In mezzo a tutta questa gente, uno spettacolo, e quanti giovani in giro, quelle ragazzine con i tacchi altissimi tutti uguali... Ma non faranno male?». Niente albergo, ospite in casa di amici: lei ballerina classica, lui architetto «non iscritti ai Ds, nessuno dei due – ride – ma democratici sì, e pure sinceri». L’«inviata» di Fassino porta dentro di sé una giovinezza nella Fgci e pure nel Movimento studentesco, fino a 6 mesi fa era assessore provinciale dei Ds (urbanistica) a Torino. Ha un figlio laureando che va ai concerti rock «ma anche alla madama Butterfly con me». stata a lungo nell’ex-Urss. Sogna un futuro nel Partito democratico. stata anche a Oporto, per l’Internazionale dei socialisti europei, «e suonavano canzoni degli U2». Insomma, non è donna che fatichi a «dire qualcosa di sinistra». Ma il festival, quante domande. Cultura bassa, alta? «Non si possono fare certe distinzioni». Impegno sociale, disimpegno? «Ma qui c’è tutto. Le canzoni con le tematiche sociali, come dicevamo un tempo, e quelle d’amore. C’è Simone Cristicchi, che parla dei disabili. Ma perché, non fa tutto parte della vita? Siamo esseri tondi. Pieni di tutto. Non può esserci solo Luigi Nono, nella vita. Giuliano Procacci diceva: anche le canzoni sono politica. E forse, anche a sinistra, avremmo dovuto rifletterci su ... Io amo Nietzsche ma anche Mango, bellissimo, arabeggiante. Guccini? Belli i suoi testi, ma la musica, insomma, non mi fa impazzire. Eros Ramazzotti, piuttosto, quello sì che l’adoro. Beh, insomma, devo dirgliela tutta? Sono molto, molto incuriosita da Sanremo. E mi sarebbe piaciuto raccontarlo anche al compagno Lama, o al compagno Gramsci». ************************** La Stampa 28/02/2007 ALESSANDRA COMAZZI La messa del Baudeterno. Effetto Bagaglino su Sanremo. O, anche, effetto carri di Viareggio: introdotta da Antonio Cornacchione, arriva l’imitazione di Prodi che dice: «Io Romano Prodi, nel pieno possesso delle mie facoltà, sottoscrivo un accordo per il governo del Paese con il centro destra, qui rappresentato da Cornacchione, finché elezioni anticipate non ci separino». Baudo fa da spalla, contento del comico, «perché siamo in democrazia», e si può scherzare su tutto. Evviva. Poco prima, Cornacchione aveva guardato «quest’orchestra di comunisti», chiosando: «Questi non sono due violinisti ma due giornalisti del Tg1 che a forza di sviolinare Prodi sono diventati professionisti». Ha preso in giro Padoa- Schioppa, Del Noce e Bersani: il solito Cornacchione, certo, già sdoganato per Raiuno fin dal Rockpolitik di Celentano. Il suo secondo intervento previsto è saltato: mancanza di tempo o una piccola censura? La domanda è: oltre a questo, che cosa si inventerà Pippo Baudo, detto Pippo Baldo da Chiambretti, per far parlare del Festival al di là del Festival? Con tutta la controprogrammazione che gli fa la concorrenza? Vuoi vedere che si inventerà la Canzone Italiana? La novità per ora più rilevante è che i brani, al primo ascolto tv, non appaiono tutti uguali e tutti brutti: ci sono dei ritornelli orecchiabili, che magari si faranno persino ricordare. Lui non si è messo lo smoking, bensì la cara giacca di velluto blu notte con cravatta grigio ferro. In compenso, Michelle Hunziker ha indossato molti abiti: il primo d’oro, con tasconi a farfalla nei quali deporre le mani, che notoriamente non si sa mai dove mettere; poi uno bianco, poi uno rosso con cui drappeggia anche il partner. Scende lungo lo scalone rigenerato dallo scenografo Gaetano Castelli mentre l’orchestra suona «Michelle ma belle», poi piange, confessa di essere morta di paura e di aver perso la voce per l’emozione. Quella voce flebile assai con cui canta Adesso tu di Ramazzotti, proclamando: «Perché l’unica cosa veramente bella che ho fatto nella vita, l’ho fatta con quell’uomo». Dichiarazione d’amore, dunque? Lo scopriremo solo vivendo. L’aver rinunciato alla tradizionale coppia «la bionda e la mora» si è tradotto in una reale co-conduzione della soubrette svizzera. Lei interagisce, interloquisce, tiene botta, fa l’imitazione del pesce napoleone, ritorna al suo amato Tutti insieme appassionatamente. Non urla, ride molto. Dopo il primo collegamento con Chiambretti, reuccio del DopoFestival, osserva come lui «sia scatenato: non vedeva l’ora di essere a Sanremo». Solo che Chiambretti è così di suo, basta vedere una puntata qualunque di Markette, e di Sanremo ha già una nutrita esperienza. E’ in sala stampa, in mezzo ai giornalisti, che parlano molto dei compensi: «Con tutti i soldi che avete preso Michelle non è più una svizzera, ma una banca svizzera. E tu, Pippo, sei il Banco di Sicilia. Mi avevi detto: torna alla Rai, che siamo tutti di noi. Zàc, è caduto il governo: non trovo più un referente, di un comunista manco l’ombra. Anzi, perché il governo di centro sinistra non lo facciamo noi? Tu sei il presidente del Consiglio, alle pari opportunità mettiamo quel signore di cui non dico il nome se no mi bacia in bocca». Ed ecco il regista Gino Landi inquadrare il direttore di Raiuno Del Noce in prima fila. Seduto lì inamovibile, altro che il povero abbonato della pubblicità. Un piccolo guaio tecnico è avvenuto con l’attesa canzone di Norah Jones, che nel finale del suo pezzo sembrava guardare imbarazzata il suo gruppo, come se qualcosa non andasse bene. «Vuoi ripetere?», le ha chiesto Baudo. «No va bene, così», ha risposto lei. E’ il bello della diretta, bellezza. ************************** La Stampa 28/02/2007 MARINELLA VENEGONI Il ruggito di Nada tra le ninnenanne. ZERO ASSOLUTO «Appena prima di partire». Come una telenovela. E’ crisi nera con la ragazza con la quale sognavano nel 2006 di svegliarsi una mattina. Volano carciofi («credi sia stato un piano studiato per farti del male?») e anche il brano ne risente: meno incisivo del precedente, conserva tuttavia lo stile sommesso e l’atmosfera eterea del primo successo. VOTO 6 PIERO MAZZOCCHETTI «Schiavo d’amore». Emigrato da Pescara in Germania dove l’ha scoperto Rumenigge, sconosciutissimo da noi, l’uomo viaggia sul doppio registro pop-lirico, come Bocelli ma a modo suo. Lo si scopre però solo nel finale, quando l’ampia canzone si apre a romanza vagamente pucciniana, e il ventottenne tenore mette il turbo rivelando un vocione inversamente proporzionale all’esile figurina. E’ un prodotto Aragozzini. VOTO 7 FRANCESCO CON ROBY FACCHINETTI «Vivere normale». Fosse facile, vivere normale, «come padri e figli con i propri sbagli». Deliziosi nel volersi così bene dentro gli stessi occhi azzurri, padre e figlio restano tuttavia ciascuno in preda ad emozioni contrastanti. Fanno reality, più che una canzone: che comunque è una Heavy Pooh. Come se Francesco avesse preso il Rescue Remedy, e suo padre un acido. Spiace, ma. VOTO 4 ANTONELLA RUGGIERO «Canzone fra le guerre». Una ninna nanna, come un sottofondo struggente alle immagini drammatiche che il mondo più travagliato ci manda ogni giorno. La magnifica voce di «Vacanze romane» si è scurita ma non perde fascino, in una canzone-verità di indubbio impatto emotivo giocata su voce, pianoforte e fisarmonica. VOTO 7 DANIELE SILVESTRI «La paranza». Il Festival, si sa, lancia bagliori di metafore sulla società italiana. In questa edizione non ci sarebbe niente né da ridere né da ballare, se non ci fosse appunto Silvestri: che porta la sua vis enigmistica dentro un brano scatenato di ritmica sudamericana nel segno del sarcasmo e delle rime. VOTO 8 MILVA «The Show must go on». Stufo di Vito Catozzo, Faletti voleva diventare Mick Jagger ma non c’è stato verso. Ora, è scrittore di successo ma non gli è passata. L’amarezza per le rose che come musicista non ha potuto cogliere sgorga dalla voce di Milva in forma ottima ancorché terribilmente emozionata. Un pezzo teatrale, di parola, sottolineato da un coro gospel. Versi senza speranza, l’ombra di «Signor Tenente». VOTO 8 SIMONE CRISTICCHI «Ti regalerò una rosa». Quando Baudo dice che questo Sanremone 07 è un po’ Club Tenco e un po’ Musicultura, pensa forse soprattutto a Simone, che lavora con i manicomi dove tiene spettacoli. Nel rap-canzone sfoggia bella padronanza linguistica e il testo è da ricordare: una interpretazione affettuosa e drammatica per il problema dei «matti» che non trova soluzioni. VOTO 9 NADA «Luna in piena». La regina della musica off italiana è sempre con coerenza fuori dal coro pop. Lavora sui toni più bassi della voce già così unica, porge una cantilena inquieta e romantica che odora di certa scuola newyorkese e piacerebbe a Lou Reed. VOTO 8 MANGO «Chissà se nevica». Mango ha affinato l’uso della voce come strumento e qui c’è una sorta di apoteosi della sua tecnica. Il pezzo è vivace, un po’ arabeggiante, con tastiere Anni ”70 e un possente tappeto ritmico. Ricorre (ancora?) il concetto della «bella sempre». VOTO 7 LEDA BATTISTI «Senza me ti pentirai». Da Sanremo a Music Farm e ritorno, Leda mostra di essere ancora alla ricerca di un percorso artistico tutto suo. Qui è cantautrice di un pezzo spagnoleggiante e un po’ kitsch. E non convince granché. VOTO 5 I GIOVANI. Sfida con eliminazioni nel primo gruppone di debuttanti: Mariangela con la sua esile Ninna Nanna pop, PQuadro più attrezzati degli Zero Assoluto, i Grandi Animali Marini con una marcetta beatlesiana, Jasmine la figlioccia di Renato Zero in un pezzo generazionale, il cantautore traditional Marco Baroni, il popettaro pianista Stefano Centomo, i baldi pacifisti Khorakhané che evocano i Passano: PQuadro, Jasmine, Baroni, Centomo. ************************** La Stampa 28/02/2007 Casa Ramazzotti Eros con Aurora commossi dalla tv Ieri sera Eros Ramazzotti era davanti alla televisione con la figlioletta Aurora, tornata a Milano domenica sera: «Hai visto mamma che canta la canzone di papà?», le ha detto quando Michelle ha intonato con voce incerta e rotta dall’emozione «Adesso tu». E un po’ Eros si è commosso davvero. Dopo tutto ciò che è successo, lui e Michelle stanno ritrovando un dialogo. Sul palco dell’Ariston forse qualcosa è ricominciato. ************************** La Stampa 28/02/2007 Roby & Francy ”Vivere normale” nel clan speciale Il Figlio indossa un blazer di velluto nero. Il Padre una giacca destrutturata in cotone bianco lavorato. Il Figlio ha le braccia tatuate, il Padre un braccialetto d’oro con ciondoli. E naturalmente il Figlio ha scarpe da ginnastica a fiori, e il padre stivaletti neri lucidi con rialzo, stivaletti da Pooh. E quando il Figlio era un adolescente con la cresta da punk che frequentava i centri anarchici, essere figlio di Pooh non era cosa di cui andare fieri, «l’avessi mai dichiarato, penso che mi avrebbero ammazzato di botte». Però un giorno Francesco Facchinetti, figlio di mezzo di Roby Facchinetti - sua madre Rosaria è la «seconda signora» d’una complessa Dynasty bergamasca - è salito sul palco del Festivalbar mentre i Pooh si esibivano, e s’è ritrovato travolto da quella che lui chiama «l’onda»: «Era l’energia che il pubblico rimandava indietro. Un’energia pazzesca. Quella serata del 2003, a Pistoia, non la scorderò mai. Cacchio, ho pensato, questo è mio padre!». Il patriarca Il Padre è un patriarca, tre mogli e cinque figli che fanno squadra e si ritrovano nei momenti importanti. Ha avuto Alessandra, stilista di successo, e Valentina (addetta stampa, anche lei a Sanremo in questi giorni) da Lella; ha avuto Francesco da Rosaria; ha avuto Roberto e Giulia, che studiano ancora, dalla sua attuale compagna Giovanna. Franci, come lui lo chiama, è stato quello che più degli altri ha faticato a «vivere normale», come da refrain della canzone ascoltata ieri sera al Festival: una canzone da Pooh, ma con più batteria. «Da ragazzino ho attraversato periodi di buio», racconta Francesco, ero irrequieto, la scuola era il mio tallone d’Achille. Mi avevano iscritto al liceo classico, ma non m’andava di studiare greco e latino. Una sera mi sono imposto, ho detto: ”A me interessa suonare. Datemi il permesso di cambiare scuola e vi prometto il diploma; in cambio, lasciatemi seguire la mia strada”. Quando sono diventato geometra ho incorniciato l’attestato e l’ho posato sulla scrivania di papà; lui ha alzato il telefono e ha chiamato il proprietario di una radio. Così ho iniziato a comporre jingle. Poi ho incontrato Cecchetto, e ho fatto da solo». Roby non lo interrompe. S’è ritagliato un ruolo amoroso da spalla accanto a questo ragazzo due spanne più alto di lui, che l’ha convinto a tornare sul palco di Sanremo diciassette anni dopo la sua unica volta. Allora, con i Pooh («Uomini soli» era la canzone) fu una vittoria. Oggi, con Francesco, è soprattutto uno spot televisivo affettuoso e magari un po’ ruffiano, ma è il Padre, tra i due, ad essere il più emozionato: «Durante le prove ho avvertito qualcosa che non avevo sentito mai prima d’ora: un figlio è un impulso incontrollabile», confida Roby, mentre Franci - si sa come sono i ragazzi - pigia sui tasti del telefonino. Il clan e i Dico Impulso condiviso, quest’anno a Sanremo la relazione filiale e maschia ha il sopravvento su quella tra uomo e donna: c’è il giovane Baroni che dedica la canzone al papà, c’è Al Bano che canta un brano prodotto col suo secondogenito Yari, e anche un altro Pooh, Dodi Battaglia, aveva inviato un pezzo che avrebbe voluto interpretare insieme al figlio maschio. Gli amori passano, i ragazzi restano, e crescono. Ai suoi, Facchinetti senior ha insegnato a fare clan, «i fratelli sono una risorsa, sono così poche le persone, in una vita, alle quali puoi domandare sapendo che la risposta sarà sì». Fratelli sul serio. «Io detesto la parola fratellastri», interviene Francesco, «Alessandra è stata sempre un punto di riferimento, quella da cui correvo per farmi consolare. Valentina lavora con me. In Roberto, il più piccolo, rivedo il Francesco di qualche anno fa. Sono un po’ il suo mito... purtroppo come dice papà. Quando i miei genitori si sono separati è stato un dolore, ma ho sempre saputo che ci sarebbero stati entrambi». E si finisce col parlare dei Dico. Che ne pensa, la famiglia allargata Facchinetti, dei diritti di convivenza che hanno mandato in crisi il governo? Roby dice che «si sono fatte troppe polemiche su un falso problema: garantire libertà di scelta alle persone non significa certo affossare la famiglia», e si dichiara «favorevole ai Dico così come all’aborto e a tutte le conquiste civili». Il figlio precisa che «l’aborto è un omicidio, anche se in qualche caso è necessario», e afferma che «le persone sono dotate di buon senso e giustificare sempre ogni errore è una cazzata». Il Figlio è più conservatore del Padre, e anche questo è un tema della contemporaneità che finirà, prima o dopo, nelle canzoni di Sanremo. ************************** La Stampa 28/02/2007. Paolo Martini I telepatici SuperPippo miliardario per mancanza di eredi. Come una specie di Schumacher all’incontrario, Baudo non corre certo sul filo dei record per festeggiare il ritiro. Dopo il suo 12° festival si parlerà del prossimo contratto con Raiuno: se Sanremo 2007 gira al meglio, Del Noce gli ha pubblicamente promesso un altro anno almeno di direzione artistica. Ma stando ai bene informati è in ballo il rinnovo per quattro anni (a scanso di incognite politiche e ribaltoni direzionali) della sua esclusiva con la tv di Stato. Per inquadrarne l’entità economica, basta ricordare che all’inizio del 2005 l’ex «distruttore generale» berlusconiano Cattaneo pretendeva a carte bollate da Baudo, dopo pubblica polemica, le scuse con richiesta di penale, proporzionale al compenso annuo garantito, nell’ordine esatto di 2milioni 169mila 118 euro. Non se n’è fatto niente, ovvio. Tra le sue straordinarie capacità StraPippo vanta anche quella politica. In Italia l’amicizia con Baudo è quasi una precondizione per muoversi bene al centro della scena del potere, e ancora poco più di un anno fa Rutelli lo voleva far correre come sindaco a Catania. Ma ormai anche a sinistra lo amano, e non parliamo poi del suo coetaneo Berlusconi! Incidentalmente, ora alla Rai comandano di nuovo «i democristiani», ma non è questo il segreto dell’elisir di lunga vita tv di Baudo. La ricetta si può riassumere omeopaticamente, con una celebre battuta attribuita al grande impresario Bibi Ballandi, e che sintetizza il giudizio finale sui vari nuovi potenziali Baudo: fortissimo, ma «l è un scapadizz!». A parte StraPippo sono tutti un po’ mattacchioni. Baudo insomma resta fermo per un motivo semplicissimo: non ha alternative. E nessuno le vuole trovare. Sì, ci sarebbe Fazio, ma ormai fa il David Letterman italiano. C’è Fiorello, ma ... fa il Fiorello. Il presentatore più in forma Auditel del momento è «il mediano alla Ligabue» Carlo Conti. Ora ci riprova con Raiuno la regina Simona Ventura, ma deve far dimenticare il suo Sanremo. C’è pure la rivelazione Flavio Insinna, ma da grande vuole fare l’attore. Ecco, anche per questo Pippo può fare ancora il Baudeterno in Rai. ************************** La Stampa 28/02/2007. Legend: devo tutto a Stevie Wonder. John Legend è ormai un habitué dalle nostre parti e ha gran voglia di comprarsi una casa in Toscana. Un classico, se pensiamo alle decine di rockstar che hanno eletto il nostro paese a terra di buen retiro, non solo spirituale. «Amo molto il vostro paese - ha detto lui - e ci càpito spesso. Forse in questo periodo ci sarei venuto anche senza dover partecipare al Festival perché ormai la promozione del mio Once Again è arrivata quasi alla fine ed è tempo di vacanza anche se sto già scrivendo i pezzi del prossimo lavoro. Per natura, e per piacere, sono uno che non si ferma mai, tuttavia per comporre musica se stai in un bel posto è tutta un’altra storia». Pur ammettendo di non conoscere alcun cantante nostrano né il presentatore-guru Pippo Baudo, Legend sa di prendere parte allo spettacolo tv più importante del nostro paese. «Oh sì - ammette - me lo hanno detto, e un po’ sono emozionato». Purtroppo, per decisione della casa discografica, le due canzoni scelte per la serata sono il primo e ormai datatissimo singolo Ordinary People e la più recente Save Room. Perché non inserire la nuova PDA (we just don’t care)? «Decisione discografica; per me una canzone vale l’altra». Della collaborazione con Sergio Mendez ricorda la bella alchimia che si era creata durante le registrazioni del disco Please Baby Don’t. «Quando lavori con un grande è sempre un’esperienza pazzesca, se poi aggiungiamo anche Will.i.am dei Black Eyed Peas, che ha prodotto il disco, allora il cerchio si chiude. Will è attualmente il più eclettico e intelligente produttore/musicista che ci sia e lo si nota dalla quantità di canzoni che ha fatto arrivare in classifica». La bravura di questo pianista, produttore, cantante si è notata anche durante il party di Gucci a Milano, dove davanti a ospiti superselezionati ha fatto ascoltare le canzoni dei suoi due cd, oltre a qualcosa dal repertorio di Stevie Wonder al quale dice di dovere tutto. «E’ grazie a Stevie e al suo disco Talking Book se sono diventato ciò che sono».