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 2007  marzo 01 Giovedì calendario

La Repubblica 25/02/2007 Edmondo Berselli. Fuori o dentro Sanremo, questo è il destino della musica italiana

La Repubblica 25/02/2007 Edmondo Berselli. Fuori o dentro Sanremo, questo è il destino della musica italiana. Cantanti, canzonettisti, autori e parolieri italiani si trovano sempre di fronte al dilemma: andarci, non andarci, al Festival. La storia della canzone italiana si ritrova ogni anno davanti all´aut aut della Riviera dei fiori. Perché nel suo glorioso passato il palcoscenico di Sanremo era il luogo della competizione, in cui i campioni nazionali si mettevano alla prova, sfidando concorrenti, giuria e pubblico. Da quell´edizione del 1958 in cui Domenico Modugno con Volare diede le ali al miracolo economico, per anni il Festival è stato il tempio di una competizione in cui si sono sfidati protagonisti, fazioni, tifoserie, tribù canore. La gara di Sanremo coinvolgeva insieme il pubblico e i campioni eletti dal pubblico. Era quasi un obbligo accettare la sfida del Festival. Mina che provoca uno shock nelle famiglie con Le mille bolle blu, Adriano Celentano che scandalizza con l´amore "prestazionale" di Ventiquattromila baci, Milva che si fa avanti con la sua vocalità drammatica, mentre i rappresentanti della tradizione, dal "reuccio" Claudio Villa al principe della melodia Luciano Tajoli, cercano di resistere all´ondata degli urlatori: il serraglio del Festival è almeno in parte il riflesso di una società che si fa strada nella modernizzazione, nel consumo, nel cambiamento del costume. Anni dopo, saranno Vasco Rossi e Zucchero ad apparire nel teatro Ariston, Loredana Berté a scandalizzare, i cantautori a negarsi alla kermesse, mentre il Festival si trasforma in evento televisivo abbandonando la drammaturgia del torneo o dell´ordalia. Quasi sei decenni dopo l´esordio, il mondo sanremese è un sedimento della memoria. fatto di strofe e ritornelli, di musica e parole che sono rimaste aggrappate alla mente, e che talvolta risuonano ancora nel ricordo collettivo. Sono un gioco dell´immaginario, costellazioni emotive che riappaiono, e in cui succede di poter ritrovare il clima di un´epoca, o semplicemente la consapevolezza di ciò che si è stati. Con la leggerezza di un´arte minore, ma anche con l´irresistibile richiamo sentimentale che hanno le canzoni quando risuonano in un ricordo condiviso da tutti. ************************** La Repubblica 25/02/2007 Edmondo Berselli. Cara Mina, confesso che ti ho stroncato. Succede che si è in auto, e una radio manda in onda una canzone classicissima di una trentina d´anni fa, e il dito indice correrebbe subito ai pulsanti per cambiare stazione, perché la si conosce già, la si sa tutta, o si crede di saperla, dalla strofa al ritornello, dall´inizio alla fine, e quindi non ne ricaveremmo che un po´ di noia. Ma qualche volta uno cambia idea (si sa che talvolta è una seccatura perfino azionare la freccia) e lascia andare quella musica sino in fondo. E si accorge che certe canzoni rinascono. Non sono affatto risapute, sono di nuovo una sorpresa. A volte una botta di malinconia, di euforia, di tristezza, un colpo al cuore. A me è capitato non troppo tempo fa con Francesco Guccini: la canzone era Incontro, e ciò che non era prevedibile erano le lacrime agli occhi e il nodo alla gola. Succede probabilmente quando si è stanchi e fragili dopo un lungo viaggio, ma ci vuole anche una canzone come Dio comanda, che dica «povera amica che narravi dieci anni in poche frasi», con la erre gucciniana al posto giusto. Oppure prendete Emozioni. La prima reazione, quando parte quel ghirigoro che conoscono tutti, è canonica: «No, Emozioni no, dai». Poi la volta che per caso la si ascolta tutta, integrale, pulita, ci si dimentica per incanto dell´universo simbolico della canzone, parlare per ore e ore con un pescatore, perché si sa che a parlarci i pescatori si ritengono disturbati, e il disturbo maggiore è che le chiacchiere fanno scappare i pesci, e all´improvviso, con un incantesimo veramente abietto, quella canzone invade lo spirito, e ci si ritrova stravolti a tu per tu con il portiere, che ancora non ha capito perché voi avete sempre il ciglio umido e l´occhio arrossato, e ormai sospetta che siate una persona molto sofferente, colpita da malattie incurabili, o vittima di tradimenti famigliari davvero penosi. Guccini, monumento nazionale: Sarà che gli artisti sono permalosi, ma Guccini si sente maltrattato da questo mio libro: «Carducci un tubo». Infatti ogni volta che lo incontro, sta sulle sue, fa le facce, i musi, i becchi, anche se vorrebbe ostentare indifferenza. Ma io, che sono un codardo, che non sopporto il dissenso, e voglio essere amato, comincio allora a cambiare il mio giudizio, gradualmente, a riconoscergli qualcosa di più ogni volta che ne parlo, anche di sfuggita, sui giornali, e alla fine esprimo giudizi sempre migliori, arrendendomi quindi senza più condizioni e riconoscendone infine la caratura di venerato maestro. Finché una volta lo incontro a Bologna, dove Guccini per far rispettare la propria immagine leggendaria di santo bevitore fa fuori un paio di bottiglie di lambrusco grasparossa, e quando è il momento in cui si passa alle grappe prende in mano il bicchiere e una chitarra, e canta tutto. Tutto vuol dire tutto. Per due ore. E quando comincia a intonare certi tanghi argentini della guardia vieja che gli ha insegnato il suo chitarrista, El Flaco, tutti capiscono all´istante che il Guccini barbudo, poeta epico dell´anarchia ferroviaria, cantore postremo di Che Guevara (lui che è stato per tutta la vita un moderato, niente rivoluzioni, bensì gradualismo, riforme, socialismo liberale, fratelli Rosselli, il Partito d´azione e Il Mondo di Pannunzio), insomma, proprio quel Guccini lì non è un cantante, un poeta, il traduttore di Plauto e il compilatore di dizionari pavanesi: è un deposito vivente di cultura, tanto che bisognerebbe metterlo dentro una teca e conservarlo come monumento nazionale. Il Molleggiato conservatore e Mina senza stile:Ho parlato male di Celentano, che ormai per qualcuno è come parlar male di Garibaldi o di Ciampi. Perché a meno di trent´anni Adriano era già un reazionario della Madonna, o meglio un tardivo microfono di Dio, dato che lui preferiva e preferisce rivolgersi al Padreterno, senza mediazioni femminili. Uno che mentre tutti noi ci facevamo crescere i capelli sulle orecchie, e ascoltavamo l´Equipe e i Rokes, ma anche i Profeti e i Delfini, oltre che il meglio e il peggio dell´Inghilterra e dell´America, lui cominciava con le prediche, e a dire che tre passi avanti e crolla il mondo beat. Dev´essere per questa delusione stagionata che il primo capitolo di questo libro maltratta con ampia generosità il Molleggiato. Poi si vede la forza del contrappasso, e cioè che cosa succede a essere prevenuti e incattiviti: che proprio in coincidenza con l´uscita di Canzoni esce anche Io non so parlar d´amore, primo disco di una trilogia realizzata con Mogol e Gianni Bella e qui si verifica l´imprevisto, l´avvenimento che mette in crisi tutte le vostre certezze. Perché io sono convinto di non avere sbagliato il giudizio critico su Mina, e sono arcisicuro che tutti i suoi dischi degli ultimi venti o trent´anni siano superflui, e anzi le abbiano tolto qualcosa, e se dovessi intervenire in un convegno internazionale a Parigi o a Londra sulle voci più belle del mondo io farei una relazione per dire che la signora Mazzini non ha mai imparato a cantare come si deve, e che strilla sempre, si sgola anche quando non dovrebbe, ahi ahi, c´è un problema non di bravura, non di tecnica, non di emissione né di pronuncia, ma più semplicemente di stile (lei se ne sbatte, naturalmente, e pubblica il solito disco assurdo, che quest´anno si intitola Bau, e canta una canzone con Andrea Mingardi, intitolata, ahimé, Mogol Battisti). Sicché quando viene pubblicato Io non so parlar d´amore io mi frego le mani, e mi dico, ma chi vuoi che lo compri, da anni Celentano non vende un disco (a parte quello inciso proprio con Mina, che molti comunque avevano giudicato, almeno fra le righe, una cacchina, altro che l´evento storico del mezzo secolo). E invece qui parte la vendetta del vecchio Molleggiato, e la tremenda vendetta di Mogol, perché il disco vende miliardi di copie. Cinque minuti di Baglioni:Basta guardare Claudio Baglioni per capire che canzoni canterà: anche se ultimamente dev´essere ricaduto in una delle sue dubbiose crisi di ispirazione, dato che ha pubblicato un album di canzoni italiane degli anni Settanta, drammatizzate secondo la sua ugola, con la voce che deve svettare ad altezze irraggiungibili, sulla scia più delle risalite che non delle discese ardite. E però, ogni volta che ascolto alla radio la sua versione di Cinque minuti e poi, gran pezzo "nazionalpop" e strappalacrime di Maurizio ex dei New Dada, non mi sembra tanto convincente, Baglioni, e mi sembra di ricordare che il biondo Maurizio cantava meglio, in modo più vero, la parte finale, quell´epilogo straziante dove il protagonista si rivolge alla morosa che se ne sta andando sull´aereo dopo averlo ipocritamente rassicurato che tornerà, l´infingarda, e lui le piange dietro «bugie!... bugie!... non tornerai!», con un singhiozzo affannato e impetuoso, un ex abrupto che allora stringeva la gola e il petto delle pupe, e che adesso, se la risentissi, farebbe singhiozzare anche me, al punto che questa volta il portiere e i vicini avrebbero tutto il diritto di mettersi a sghignazzare indicandomi a dito, povero scemo. Le budella del Blasco:Resterebbe piuttosto da aprire un forum, o indire un altro convegno internazionale, per capire uno dei grandi misteri della cultura contemporanea, vale a dire quale sarà la ragione per cui Vasco Rossi ha un successo stratosferico in Italia e appena fuori dai confini è uno sconosciuto. Sarebbe un bell´argomento, a cui dedicare pagine su pagine, ma sembra che quando uscì Canzoni il Blasco si sia offeso, forse perché l´avevo identificato con una parola che lui avrà trovato insultante, ma che a me continua a sembrare suggestiva: avevo scritto infatti che il rocker emiliano si era «imbudellito». E quindi per evitare vendette, per pura prudenza e anzi autentica codardia, non ho nessuna voglia di addentrarmi nel mistero: mi limito a contemplarlo gaudiosamente, compro con tempestività corriva l´ultimo album del grande di Zocca, le canzoni mi piacicchiano un po´ sì e un po´ no, poi dimentico il disco e mi limito ad ascoltarlo dove capita, cioè dappertutto, per radio, nella pubblicità, alla televisione, cantato dalle platee che assistono alla sua laurea honoris causa, ripetuto dalle varie generazioni riunite negli stadi ad ascoltare Albachiara, e a spremere la lacrimuccia mentre migliaia di accendini rischiarano la notte italiana, e questa volta sono io a sogghignare, mentre quella smorfiosa dopo un trentennio di anni e di cori, ben più che adulta, è ancora lì sola nella sua stanza, che «con una mano, una mano ti sfiori… tu sola dentro la stanza, e tutto il mondo fuori». Pezzali, il paroliere:Ogni volta che ascolto, più per caso che per necessità, il pop italiano, da Eros Ramazzotti e Laura Pausini a Biagio Antonacci, mi viene in mente quella volta che chiesero a Keith Richards, l´irripetibile e corrugatissimo chitarrista dei Rolling Stones, l´autentico mago o orco dei riff, se era solito ascoltare la musica rock contemporanea. Risposta: «Ma neanche per sogno. Vado a casa e metto su Bach. E mi dico: grandissimo, un genio. Qualche volta di fronte a un concerto brandeburghese o a una fuga in re minore mi commuovo, e mi chiedo: pensa che cosa poteva diventare se avesse avuto un bravo batterista». Meno il cane per l´aia per non dire che insomma, quella mezza tesi di sette anni fa secondo cui attraverso le canzoni si capirebbe meglio la nostra società adesso non mi pare più così interessante. Ma prima di passare questo Rubicone epistemologico rivendico integralmente la sociologia debitamente selvaggia che innerva tutto l´ultimo capitolo, dedicato a Max Pezzali, interpretato come un interprete specializzatissimo, intelligente e a suo modo perfino colto, capace di identificare i giochi di ruolo della provincia. Insomma, potete dire tutto, dell´autore di questo libro: che non ha capito niente né di Mina né di Celentano, che è un vizioso perché è cresciuto negli anni Sessanta e adesso dei Sessanta non ne vuole sapere, che gli piace il Battisti sbagliato, che è un italiano deviante perché Vasco Rossi non lo entusiasma e Claudio Baglioni anche meno: ma su Max Pezzali non ci sono discussioni. L´ha sdoganato lui, cioè io. E ancora adesso sono disposto a sostenere in pubblico che non solo è un bravissimo sociologo naturale, un perlustratore intelligente della provincia profonda, ma è anche il più bravo autore di testi per le canzoni che ci sia in circolazione in questo povero momento. Questi brani sono tratti da "Qualche anno dopo: piangi con me", Postfazione a "Canzoni-Storie dell´Italia leggera", Editrice Il Mulino ************************** La Stampa 25/02/2007 ALESSANDRA COMAZZI La storia d’Italia passa di qui. 2006: Panariello. 2005: Bonolis. 2004: Ventura. 2003: Baudo. 2002: Baudo. 2001: Carrà. 2000: Fazio. 1999: Fazio. 1998: Vianello. 1997: Bongiorno e Chiambretti. Ripassare i conduttori degli ultimi Festival è come ripassare la storia della tv. E anche, un po’, la storia d’Italia: se è vero, com’è vero, che non sono solo canzonette, e la rassegna si incrocia con i destini del paese. La conduzione di Panariello sarà ricordata per la prudenza e le forsennate polemiche sulla mancanza di polemiche: si attendevano le elezioni, il mandato era mettere la mordacchia a tutti. Un’edizione condizionata dalla politica e dalla mancanza di episodi rilevanti. L’onesto Panariello non si era inventato niente, e la sorte non l’aveva aiutato. Quanto diverso, l’anno prima. L’anno di Bonolis (accompagnato da Antonella Clerici e Federica Felini, quella che parlava come la particella di sodio nell’acqua minerale), era stato mirabile. Intanto, lui aveva invitato Mike Tyson, e già questo aveva suscitato belle proteste; poi era morto Alberto Castagna. Ma soprattutto, come a confermare l’inconfondibile intreccio fra Sanremo e l’Italia, in Iraq era stata liberata Giuliana Sgrena, Nicola Calipari era stato ucciso e la sua salma rimpatriata. Proprio la sera della finale. Si disse, anzi, che l’aereo con la bara avesse girato su Ciampino in attesa che finisse il primo turno di canzonette. Per poter trasmettere l’arrivo in diretta. Dopo il Festival, Bonolis lasciò la Rai, forse è ancora pentito adesso. O forse no. Sanremo è fatta apposta: scorre il sangue. Talvolta reale, più spesso, e per fortuna, metaforico. La lunghezza è sempre spaventosa, gli ascolti spesso deludenti. Nell’edizione della Carrà non capitò nessun fatto brutto, ma il fuoco divampò intorno alla partecipazione di Eminem, il rapper bianco che avrebbe cantato con uno slang incomprensibile a ogni comune italiano. Ma poco prima della sua esibizione, ecco ardere la fiamma della protesta: attenzione, mamme e bambini, linguaggio troppo crudo nei brani di Eminem, istigazione alla violenza, alla rapina, allo stupro, all’assassinio, a qualsiasi nefandezza. Poi, l’unico spaventato fu il suo sguardo mentre guardava la Carrà che lo presentava. Indimenticabile, davvero. E la Ventura? Ah, dal Festival della Ventura ci si aspettavano ghiotti risvolti politici, che puntualmente non arrivarono, ci si aspettava che mentre Sanremo cantava con la direzione artistica di Tony Renis, Berlusconi sarebbe andato dai soldati italiani a Nassirja. Niente di tutto questo: invece lo sciopero dei discografici («porteremo lo stesso a casa il programma», declamava la Ventura come un mantra, mentre prendeva la papaya per tenersi su) e l’epifania di Celentano, nell’ultimo giorno. Chissà quanto costò. I costi sono un tema ricorrente, e un mistero immanente, del Festival. Quanto costano gli ospiti stranieri che alla fine deludono sempre? Non si è mai saputo con certezza. Nelle sue edizioni, Fazio raggiunse ascolti mai più visti, 17, 18 milioni di spettatori, con Dulbecco e Gorbaciov a fare da valletti (1999). Lui aveva scelto lo spariglio; e se quella di Baudo era, è, e sarà, la «messa cantata», la sua era la «messa beat», dove si imbracciavano le chitarre e si suonava il rock per la gloria del Signore. C’erano gli «eventi», sparivano un po’ le canzoni. «Riportare la musica alla sua centralità» è infatti uno dei temi più ricorrenti. Poi, ogni conduttore si cerca qualche diversivo. In questo, il maestro indiscusso è Baudo. Resta mitico il tentativo di Cavallo Pazzo di lanciarsi dalla balconata dell’Ariston, e Baudo che lo convince a desistere; resta nella storia della tv la delegazione degli operai dell’Italsider di Genova chiamati sul palco a manifestare la propria protesta (1984). E ancora. FestivalBaudo 2002, Roberto Benigni ospite. Giuliano Ferrara promette che gli tirerà le uova marce. Fibrillazioni politiche. Alla fine Ferrara tira uova marce in tv; si sospetta che i due, Baudo e Ferrara, si siano messi d’accordo per fare «rumors». Lo stesso anno di Benigni, arriva pure Fiorello che saluta Super Pippo con una bella fleppata proprio lì, sugli attributi. Apriti cielo. Tutti criticano, ma, soprattutto, rifanno il gesto. Per un po’, gli uomini si salutano strizzandosi le palle. Fiorello, d’altronde, apre pure al bacio in bocca, lui è così. E il bacio in bocca, l’anno dopo, a Baudo, ancora lui, lo dà Luciana Littizzetto. Che non si è mai pentita. ************************** La Stampa 25/02/2007 MICHELA TAMBURRINO. Alla faccia dei cantanti stanno bene gli Anni 80. Stampa Articolo. Mala tempora currunt, anche per quanto riguarda il Festival di Sanremo. Le previsioni volgono al brutto persino in un ambito tanto frivolo da pretendere sempre il sereno. Si parla d’immagine scenica che adotteranno conduttori e artisti per presentarsi al pubblico lassù dal palco. C’è chi teme un «post sciamannesimo» adottato dai cantanti in omaggio al diktat penitente che li obbligherebbe a «essere se stessi». Il che potrebbe voler dire tutto e il suo contrario. «Arriveranno conciati come stanno in casa, scialbi e senza personalità. Morti i look maker, gli artisti oggi ignorano la magia del palco e tralasciano quel pizzico di teatralità che invece è indispensabile», sostiene un esperto come Dario Salvatori. Eppure qualcuno tenta di ravvivare almeno l’aspetto di chi dovrebbe dare spettacolo anche solo apparendo. Alberto Frigeri e Mila Ferrari da Milano si sposteranno a Sanremo proprio per curare l’immagine di Leda Battisti, Mango, Jasmine e Daniele Silvestri. Un lavoro impegnativo e una premessa d’obbligo. Dice Frigeri: «Molto dipende da quello che pretendono le case discografiche. L’immagine dell’artista deve per forza corrispondere a quella che poi accompagnerà la copertina dell’album. Un esempio: avevamo studiato per Jasmine, bella mulatta, un look che ricordava molto la mitica Donna Summer, con un trucco che passava dal verde all’arancione fino al viola. I discografici l’hanno bocciato per paura dell’eccesso su una donna di colore. La stessa cosa per Leda Battisti dove andremo a togliere invece che ad aggiungere. Io sono contrario al sottotono. Bisognerebbe stravolgere il pubblico come agli Oscar». Ma quali sono le linee sulle quali si dovrebbe puntare per questo Sanremo 2007? «Innanzitutto il recupero degli anni Ottanta, nei capelli e nel trucco. Vuol dire colori forti sul viso, linee meno grafiche e più pittoriche grazie a lucidi e creme, capelli costruiti a differenza degli anni Novanta. Assisteremo a un forte ritorno del caschetto sull’onda di Madonna che come sempre detta moda. I vecchi artisti asseconderanno il gusto del pubblico adottando un’eleganza banale. Spero nei giovani e in una personalità come quella di Antonella Ruggiero che potrebbe osare. Una cosa è certa - conclude Frigeri - vallette e presentatori saranno più eleganti degli artisti in gara che faranno la figura dei poveretti». Infatti l’attenzione è puntata soprattutto sul guardaroba di Michelle Hunziker che è partita per Sanremo con una valigetta a mano: «Ho portato calze e mutande. Al resto pensano gli altri». Ossia i cinque stilisti made in Italy che vestiranno l’attrice «come una principessa dei nostri tempi». In apertura Valentino che così si è già espresso: «E’ una ragazza perfetta, una donna che non sarà mai volgare qualsiasi cosa le si possa mettere addosso: perciò è facile vestirla». Una semplicità che vale una fortuna, quasi quanto uno degli abiti dello stilista in lizza per essere indossato che costa, a comprarlo, 290 mila euro. A seguire Versace, Alberta Ferretti («Michelle è come appare, nella vita e in televisione»), Gucci che per bocca della stilista Frida Giannini così si esprime: «Adoro la vivacità di Michelle, è giusta per interpretare il nostro marchio». Infine Giorgio Armani che fornirà abiti vintage a tutt’oggi ancora in mostra al Museo Guggenheim di New York. Ricami preziosi e inediti, romanticismo di una Grace Kelly moderna, mentre per la serata riservata alla premiazione dei giovani si opterà per vestiti grintosi e incisivi. Le scarpe gioiello sono di Sergio Rossi e di René Caovilla. L’immagine di Michelle è curata dallo Studio Marver, il trucco è realizzato da Marianna Falci («Michelle vuole la luce di una principessa, creerò qualcosa di adatto al momento») e l’acconciatura realizzata da Paolo Di Pofi: «Punterò sui capelli raccolti classici, stile Audrey Hepburn. Saranno soprattutto chignon in versione moderna». ************************** La Stampa 25/02/2007 Stampa Articolo GIANGIORGIO SATRAGNI La canzonetta al ritmo di uno Stradivari. Sulla costa di Sanremo spira una curiosa brezza musicale. Con un doppio annuncio l’Orchestra Sinfonica della cittadina ligure ha reso noto di essersi aggiudicata come direttore stabile Enrico Dindo, stella italiana del violoncello da qualche stagione anche direttore d’orchestra; al tempo stesso ha comunicato che alcuni propri musicisti suoneranno strumenti dell’alta liuteria cremonese di oggi all’imminente Festival della canzone italiana. Il sobbalzo è naturale, in quanto sembra un ritorno d’attenzione per la qualità del suono nell’accompagnamento delle canzoni, che, già fagocitate nel carrozzone mediatico dello show, sembrano più obbedire a dettami commerciali che a canoni di bontà artistica. Ora da Cremona, capitale mondiale della liuteria da secoli, sulle orme degli Amati, di Stradivari, dei Guarneri, sono arrivati 18 violini e 3 viole di maestri liutai contemporanei risultati vincitori al concorso promosso dall’Ente Triennale di Cremona e dal Consorzio Stradivari. Sulla qualità degli strumenti nessuno ha dubbi, su quanto invece essa sarà valorizzata e su cosa passerà nelle case degli italiani c’è qualche punto interrogativo. La televisione, si sa, livella e massifica, anche sul versante acustico, e di ciò all’Orchestra Sinfonica di Sanremo paiono essere coscienti: Paolo Maluberti, dirigente del’orchestra, riconosce che «dovendo essere amplificati, è necessario che si facciano opportune regolazioni che possano rendere al meglio questi capolavori della liuteria». Molti auguri. Intanto corre voce che al Festival possa arrivare un violinista italiano di fama internazionale a suonare un vero Stradivari: non uno qualsiasi di colui che è ritenuto, ad ogni modo, il massimo liutaio della storia, ma il cosiddetto "Cremonese" del 1715, nucleo originario della collezione di violini custoditi nel palazzo comunale di Cremona e prestato di volta in volta dalla città lombarda. Trovata pubblicitaria o altro segno di qualità a Sanremo? Per il momento la certezza, svincolata dal Festival, è Dindo, che arriva alla direzione dell’Orchestra Sinfonica dopo aver creato e guidato dal 2001 I Solisti di Pavia, un complesso di musicisti d’eccellenza riuniti dal violoncellista desideroso di non limitarsi alla carriera di solista, pur ricca di meritati allori. Da primo violoncello nell’orchestra della Scala di Muti, Dindo balzò a notorietà con la vittoria nel 1997 al concorso parigino intitolato a Rostropovic, divenuto poi il suo mentore artistico. Adesso unirà Pavia e Sanremo: «Sono orchestre diverse con un repertorio diverso - racconta - a Sanremo svilupperò un percorso di messa a punto del complesso attraverso le Sinfonie di Schubert. Ho trovato entusiasmo e un gran desiderio di migliorare, il repertorio classico viennese serve a mettere a posto i dettagli tecnici». ************************** La Stampa 25/02/2007 MARINELLA VENEGONI Niente America siamo diventati autarchici. E’ tramontato il sogno di avere Michael Jackson, unica superstar internazionale che Pippo Baudo abbia inseguito fin da quando ha cominciato a pensare al Festival. Se la Rai ha pochi soldi, l’ex Peter Pan non ha da parte sua un progetto pronto, e pare che i due si siano dati appuntamento per l’anno prossimo: tanto Superpippo sarà ancora lì, nei secoli fedele. In assenza di un nome di grande rilievo che attiri l’attenzione del Popolo e dell’Inclita, come successe per Springsteen o Madonna, sembra sfumare la sudditanza psicologica sanremese all’ospite americano o inglese di turno; regna un minimo di autarchia, anche perché il parterre di chi non è in concorso si annuncia più curioso che glorioso. Se dobbiam procedere con il criterio della novità, il più interessante è di sicuro Mika, l’anglo-libanese finito con il singolo Grace Kelly (che ascolteremo all’Ariston) in cima alla hitparade inglese prima ancora che il cd fosse stampato. Il suo album Life in Cartoon Motion è messo su con eleganza, pieno di citazioni degli 80, allegro e trascinante e solo il Cielo sa quanto ci sia bisogno di atmosfere spensierate in questo Sanremo dove la gara dei Big offrirà molti brani anche belli ma che hanno al 99 per cento come sfondo la malinconia (l’1 per cento è Silvestri). Secondi da non perdere, per chi vorrebbe pure divertirsi, saranno gli scatenati Scissor sisters, anche loro come Mika imparentati con il glam e la dance. E’ gente che, dietro l’aspetto giocoso, lavora con grande serietà di risultati. Sulla carta, l’ospite più importante del Sanremone sarebbe Norah Jones, che viene a presentare il terzo album della sua fortunata carriera, Not Too Late, che è però parso subito assai più debole rispetto ai precedenti. Certo nel suo caso conta il personaggio, e la sua storia di figlia di Ravi Shankar non riconosciuta dal padre se non nella maturità, e dopo aver ottenuto una gran botta di successo. Joss Stone è un altro soggetto curioso: la ora ventenne reginetta del soul e r’n’b ha sorpreso il mondo più grazie all’ottimo marketing tessuto intorno alla sua voce profonda e alla giovane età, che non per i dischi; lei stessa lo ammette ora, alla vigilia dell’uscita del terzo lavoro che promuove a Sanremo. Per chi ama le atmosfere cantautorali, sarà un’ottima quanto fugace occasione la presenza sul palco dell’americano John Legend, titolare di 3 Grammy, che sta portando in giro l’ultimo cd Once Again, l’ultimo e superprodotto cd dove coniuga un buon mestiere con la sempiterna passione per Marvin Gaye. Ma forse, una botta di vita arriverà per molti davanti alla tv dalla presenza dei Take That, i già ragazzotti che furono la culla del successo planetario di Robbie Williams, ora riuniti in un progetto che sta reincontrando tutti i vecchi fans, con una fortuna perfino insperata. Nella serata del giovedì, dedicata alla libera rielaborazione delle canzoni dei cosiddetti big in gara, si potranno fare degli incontri inattesi. Primo fra tutti, quello con le storiche, indimenticate Supremes, che i fratelli Gianni e Marcella Bella hanno scritturato per ravvivare il loro brano Forever per sempre; Amalia Gré ha chiamato Mario Biondi, l’ultimo talento della scena italiana; gli Stadio invece Teresa Salgueiro dei Madredeus, la voce incantata che innamorò Wim Wenders; gli Zero Assoluto si sono potuti permettere Nelly Furtado, con cui hanno pure inciso un duetto; anche fra gli ospiti italiani della serata ci saranno vecchie e nuove conoscenze che ci illumineranno: da Enrico Ruggeri invitato da Milva, agli eccentrici Capone Bungt Bungt che accompagneranno Daniele Silvestri, da Tullio De Piscopo ospite di Fabio Concato a Sergio Cammariere chiamato da Simone Cristicchi, fino al pianista Stefano Bollani a Sanremo con Johnny Dorelli. Il venerdì, infine, si aspettano i superospiti italiani: invitati da Baudo o per chiara fama o fra coloro che sono entrati nei primi dieci dischi più venduti nel 2006. Naturalmente, non è il tentativo di fare un Grammy italiano (di questo non importa nulla a nessuno) ma solo una formula per non far morire di noia gli aficionados. Gli ospiti saranno otto: da non perdere Franco Battiato alle prese con il nuovo disco Il vuoto, accompagnato dal gruppo metal femminile sardo delle Mab, Renato Zero che si sta preparando al lancio del prossimo album, Gianna Nannini reduce dai trionfi di Grazie, che presenterà un pezzo della sua imminente opera Pia De’ Tolomei, Tiziano Ferro che è in tour con Nessuno è solo e l’astro ormai più che nascente, Elisa. ************************** La Stampa 25/02/2007 A Mediaset il controprogramma è fiction. ROMA. Controprogrammazione all’insegna di film e telefilm, con rare eccezioni come il giovedì con i ragazzi rinchiusi nella casa del Grande Fratello, sulle reti Mediaset nella settimana calda del Festival di Sanremo. Se su Raiuno, da martedì a sabato si canta, sulle reti concorrenti ci si rilassa con i film e la fiction americana. L’impressione è che Mediaset punti più su Italia 1 che su Canale 5 dove si giocherà un po’ di rimessa con due film d’antan dei Vanzina A spasso nel tempo 1 e 2 con l’allora coppia felix Boldi-De Sica, datati 1996-’97. In pratica su Canale 5 la controprogrammazione non ci sarà e se Baudo non farà super ascolti non sarà certo per merito di Canale 5, che da tv commerciale punta a ottimizzare costi e a non sprecare inutilmente le produzioni. Allora si affida a Italia 1 il compito di «disturbare»: la rete di Luca Tiraboschi giocherà un po’ di più con Sanremo, cercando con i telefilm americani di togliere il pubblico più giovane dal Festival. Martedì, sul debutto di Sanremo, Mediaset si presenterà con A spasso nel tempo su Canale 5, risparmiando alla fiction Nati ieri un ulteriore flop (la serie è stata sospesa a quattro puntate dalla fine perchè troppo debole), mentre su Italia 1 i fan troveranno una puntata inedita di Dr. House, che la prossima settimana avrà due collocazioni (martedì e venerdì), cui seguiranno Il bivio con Enrico Ruggeri e uno speciale di Studio Aperto sulle nuove Brigate Rosse. Ruggeri, plurivincitore del Festival, sarà poi ospite a Sanremo per duettare con Milva. Mercoledì l’unico guizzo di Attacco allo Stato, la fiction con Raoul Bova sulle Br che uccisero D’Antona, in una versione tv movie su Canale 5. Giovedì su Canale 5 il Grande Fratello, che in passato ha saputo tener testa a Sanremo. Su Italia 1 debuttano la seconda serie di Csi: Ny e a seguire la nuova serie, la quinta, di The Shield. Sabato con la finale di Sanremo, quasi niente da segnalare: Castaway con il naufrago Tom Hanks su Canale 5 e il film family su Italia 1.