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 2007  marzo 01 Giovedì calendario

Lugo Fernando

• San Pedro del Paraná (Paraguay) 30 maggio 1951. Politico. Presidente del Paraguay (dal 2008). Vescovo sospeso «a divinis» • «Monsignor Fernando Lugo ha molti nemici e un sogno audace, diventare presidente del Paraguay, il suo Paese. Ha davanti poco più di un anno di tempo e una serie di ostacoli da far rabbrividire anche un vescovo che è riuscito a lavorare e farsi amare a San Pedro del Paranà, una delle regioni più miserabili dell’intera America Latina. Deve vedersela con un partito al potere da sessant’anni, una classe dominante arroccata da secoli tra i suoi privilegi, la giustizia elettorale del Paraguay e, per finire, il Vaticano, che l’ha già sospeso a divinis. Senza contare chi vorrebbe, e potrebbe, farlo fuori fisicamente. Nel Sudamerica che cambia, dopo il presidente-operaio e il presidente-indio, i socialisti del 21esimo secolo e le donne, arriva anche la proposta del ”vescovo rosso”, candidato e favorito alle elezioni che si svolgeranno ad aprile del prossimo anno in Paraguay, sei milioni e mezzo di persone abituate da sempre a convivere con politici corrotti e dittatori. Lugo ha 55 anni e una vita, finora, simile a tanti preti del continente vicini alla Teologia della liberazione, crocifisso tra le mani e lotta contro le ingiustizie. Capelli e barba bianca, una camicia chiara a maniche corte, una parola per tutti. Dopo gli anni da missionario e quelli di studi dottrinari a Roma, Lugo è rimasto per undici anni a capo della diocesi di San Pedro. Fino alla decisione di entrare a tempo pieno in politica e tentare addirittura la presidenza. Non ha un partito, né fondi. Vive in una casetta di Lambarè, modesto quartiere alla periferia della capitale Asuncion. Lo appoggia una galassia di movimenti sociali riuniti attorno alla sigla Tekojoja, che significa ”unità” nella lingua indigena guaranì. Contro la sua candidatura ci sono le regole ecclesiastiche e quelle della Costituzione del Paraguay: entrambe impediscono a un religioso di assumere cariche politiche di rilievo. Monsignor Lugo ha dovuto scegliere e lo scorso dicembre ha annunciato la rinuncia all’abito talare. Ma la questione non è finita. Il Vaticano, per bocca del cardinale Giovanni Battista Re, da un lato lo ha sospeso a divinis – cioè dall’esercizio dei sacramenti – dall’altro gli ha risposto intimando di ”continuare a svolgere i doveri inerenti allo stato clericale”, perché ”la scelta religiosa, assunta liberamente, è per sempre”. Sull’ambiguità giocano i nemici di Lugo: l’ex vescovo è ancora un prete e quindi non può candidarsi. ”Sbagliato – risponde lui ”. Teologicamente io sono vescovo fino alla morte. Ma per la legge paraguayana sono un cittadino laico, quindi eleggibile”. A questo punto, la disobbedienza potrebbe costargli la sanzione massima della Chiesa, ovvero la scomunica. La sfida di Lugo è indubbiamente audace. Il Paraguay è dominato da sei decenni filati dal Partido Colorado, compresa la lunga e feroce dittatura del generale Alfredo Stroessner, rimasto al potere dal 1954 al 1989. Il Paese è povero e dominato dalla corruzione e dall’illegalità. Gran parte dell’economia è tuttora trainata dal contrabbando di merci verso Brasile e Argentina, anche se il boom della domanda mondiale ha consentito al piccolo Paese di ritagliarsi ultimamente un piccolo spazio tra gli esportatori di soia e carne. Lugo punta certamente sull’onda lunga di sinistra che attraversa il continente, ma rifiuta di venir accomunato a Hugo Chavez o Evo Morales. ”Il Venezuela ha il petrolio, la Bolivia il gas. Noi no. Dobbiamo cercare una strada di sviluppo diversa, originale”. Tra quel poco che ha da offrire il Paraguay c’è l’energia elettrica della grande centrale di Itaipù, la più grande del mondo, che finisce quasi tutta in Brasile. E qui Lugo non è disposto a far sconti. Ha già annunciato che un prezzo equo di vendita al Brasile dovrebbe essere sette volte più alto di quello attuale. Entrare nella lista dei ”nemici’ degli Stati Uniti non gli interessa. Ha e vuole continuare ad avere buoni rapporti con l’ambasciata Usa. In una intervista recente ha dichiarato che ”la fame e la disoccupazione, la mancanza di sanità e scuola non hanno ideologia”. Si sente più vicino a Lula che a Chavez, come figlio di una formazione umanista e cristiana, ”che crede al pluralismo e al rispetto delle differenze”. A dar retta ai sondaggi di opinione, l’ex vescovo ha una immagine positiva per l’83 per cento dei paraguayani e buona parte voterebbero per lui. Ma la sua candidatura, per la questione dell’abito talare, potrebbe essere ancora impugnata dal tribunale elettorale e della Corte Suprema. ”Non sarà facile per il partito Colorado rinunciare al potere dopo 60 anni, sono in tanti ad avere molto da perdere se io vinco – dice ”. La tentazione di far scendere i militari in strada potrebbero averla”. Minacce ne ha già ricevute. Ma, dice, ci sono abituato da anni» (Rocco Cotroneo, ”Corriere della Sera” 1/3/2007).