Varie, 1 marzo 2007
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Levine David
• Brooklyn (Stati Uniti) 20 dicembre 1926, New York (Stati Uniti) 29 dicembre 2009. Cartoonist • «[...] Anche dopo aver raggiunto il successo internazionale, Levine non ha mai voluto abbandonare Brooklyn, il quartiere dov’è nato, e dal quale si è allontanato solo per studiare alla School of Art of Philadelphia, e quindi con Hans Hofmann. Gran parte del suo lavoro si svolge tuttora nella sua casa di Brooklyn Heights, a pochi passi dalla passeggiata che affaccia sullo skyline di Manhattan, ed inizia con l’analisi attenta delle immagini dei soggetti da ritrarre. “Ho iniziato a lavorare in questo modo” racconta mentre controlla alcune fotografie di politici “perché molti dei personaggi che dovevo immortalare agli inizi della mia collaborazione con la New York Review of Books erano morti o irraggiungibili”. Com’è nata la collaborazione con la New York Review of Books? “Era il 1963 e dopo sole due settimane dall’inizio della pubblicazione, qualcuno, di cui ignoro ancora l’identità, suggerì a Barbara Epstein di visitare il mio studio. Cercavano un disegnatore che avesse le mie caratteristiche specie per quanto riguarda la satira, e con mio grande piacere furono colpiti positivamente dai miei disegni. Fino ad allora si erano avvalsi di Ed Sorel, il quale aveva interrotto la collaborazione. A quell’epoca lavoravo occasionalmente per Esquire, ma riuscivo a pubblicare solo delle vignette molto piccole. Grazie anche alla mancanza di un art director mi trovai all’improvviso ad avere tutto lo spazio del mondo. Come vede ci sono state anche alcune coincidenze fortunate [...] Ho goduto sin dagli inizi di una grandissima libertà. Arriverei addirittura a parlare di un’assenza di direzione, una volta concordato il soggetto. A cominciare da Maupassant, sino a Balzac e Stendhal, avevo all’epoca una cultura quasi esclusivamente ottocentesca, ma poi sono stato costretto a documentarmi sulla letteratura moderna. I miei disegni sono nati spesso dalla lettura dei libri degli autori raffigurati”. Sul piano dell’immagine il suo modello appare Honoré Daumier. “È un riferimento che viene fatto ripetutamente, ma rispetto al quale ho qualche resistenza. Daumier è stato ovviamente grandissimo, ma l’unico elemento concreto di somiglianza è quello delle teste sproporzionatamente grosse rispetto al corpo. Una caratteristica di stile che era presente anche in molto disegno pubblicitario americano degli anni Sessanta. Sono stato influenzato da Daumier, ma anche da molti altri, in particolare dai disegnatori inglesi come Richard Doyle, che disegnò la copertina del primo numero della celebre rivista Punch. Richard Doyle era figlio di un altro grande disegnatore di nome John, e zio di Arthur Conan Doyle. È dal suo lavoro che ho imparato come si potesse rielaborare il lavoro di Dürer in maniera leggera ed umoristica. Ma ho apprezzato anche la coerenza rispetto ai suoi ideali, molto diversi dai miei [...] Doyle era un cattolico devoto, che si dimise dalla rivista quando Punch cominciò a prendere posizioni contro il Papa [...] Sono un uomo di sinistra, che è stato educato in una famiglia molto liberal, con una buona percentuale di comunisti. Le nostre riunioni familiari finivano regolarmente in lite, sia che ci vedessimo a Thanksgiving che a Pasqua [...] nessuno tra di noi è credente, quindi ci riunivamo anche a Pasqua, che era comunque una domenica di festa”. Quali sono gli illustratori che apprezza particolarmente? “Ed Sorel, che ha lavorato in particolare per il New Yorker e The Nation, Al Hirschfeld, il sudamericano Sabat e l’italiano Tullio Pericoli. Di quest’ultimo ammiro il modo in cui riesce a vedere le cose da un punto di vista fantastico. Ho l’impressione che disegnerebbe in maniera eccellente la mitologia”. Cos’è che la colpisce in primo luogo di una persona e di un volto? “Cerco il carattere, tentando di non fermarmi sui connotati superficiali e razziali. Il mio sforzo è quello di trovare e immortalare l’individuo”. È più facile fare una caricatura quando il soggetto ha i lineamenti pronunciati? “Io ho un approccio diverso: cerco di convincere chi si trova di fronte al mio disegno che so qualcosa di intimo del soggetto ritratto. A volte è un dettaglio: ad esempio ho notato che alcune persone sovrappeso si siedono in una maniera particolare, cercando di armonizzare la ricerca della comodità con il tentativo di minimizzare il loro peso”. [...] John Updike ha scritto che i suoi disegni “arrecano sollievo in un periodo esacerbato e potenzialmente disperato”, e che “il suo occhio attento e intelligente ha il ruolo della testimonianza in un momento di confusione”. “Ne sono molto onorato, ma voglio replicare che pochi sanno che Updike è a sua volta un disegnatore con un’ottima tecnica e non so perché non abbia mai sviluppato questo suo talento”. Quali sono i personaggi che si diverte maggiormente a disegnare? “I potenti, e penso sempre a come reagiranno quando disegno il loro naso tre volte più grande della realtà”. E quelli più difficili da raffigurare? “I giovani, a meno che non hanno già vissuto molto, a dispetto della loro età”. [...] continua a disegnare con la stessa passione ad ottant’anni e alcune delle sue caricature sono più incisive di molti editoriali. “Ho preso dalla mia famiglia la voglia di litigare. Avere ottanta anni non significa che sia finita”» (Antonio Monda, “la Repubblica” 1/3/2007).