Varie, 1 marzo 2007
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Forte Charles
• Monforte di Casalattico (Frosinone) 26 novembre 1908, Londra (Inghilterra) 28 febbraio 2007. Imprenditore • «Dalla Ciociaria alla camera dei Lord, il passo è lungo: soltanto un uomo, in effetti, è riuscito a compierlo. Sir Charles Forte [...] era il primo pari d’Inghilterra di origine italiana, un immigrato sbarcato nel Regno Unito da bambino, che aveva fatto il lavapiatti e il cameriere, gestito ristoranti, creato una catena di latterie a Londra, infine costruito un impero alberghiero su cui non tramontava mai il sole: centinaia di hotel da un capo all’altro del mondo, decine di migliaia di dipendenti. Una montagna di soldi guadagnati, lo sforzo a tratti quasi comico di sembrare inglese, al punto di indossare rigorosamente bombetta, gessato e garofano rosso all’occhiello, ma sotto il vestito, tuttavia, un cuore italiano: ”Fare qualcosa di cui andavo orgoglioso”, aveva scritto nella sua autobiografia, ”questo per me ha sempre contato più del denaro”. Con lui se n’è andato l’italiano forse più famoso di Gran Bretagna, una figura ”larger than life” come si dice con un’espressione inglese non facilmente traducibile nella nostra lingua, ovvero troppo grande per essere contenuta in una sola vita: grande imprenditore, self made man miliardario, carattere colorito e istrionico, scalata sociale ”dalle stalle alle stelle”, come in film. Un personaggio, in effetti, degno della retorica che di solito accompagna le storie degli immigrati nel Nuovo Mondo, in America: ma lui invece ce l’aveva fatta nel Vecchio Mondo, nell’aristocratica Inghilterra, cosa ancora più difficile. Finché, nel 1981, l’ex-lattaio di Piccadilly Circus è diventato un Lord, su suggerimento di Margaret Thatcher, allora primo ministro, alla regina Elisabetta: un aristocratico anche lui. ”Era diventato parte dell’establishment britannico”, così lo ha ricordato l’ambasciatore d’Italia a Londra Giancarlo Aragona, ”sapendo rimanere molto vicino al suo paese d’origine”. Nato nel 1908 a Monforte di Casalattico, in provincia di Frosinone, il futuro lord Forte di Ripley era immigrato in Scozia con i genitori quando aveva cinque anni. Dopo essersi fatto le ossa in caffè e ristoranti aperti del padre, la sua ascesa era iniziata negli anni Trenta con l’acquisto di un ”milk bar” a Regent Street, a Londra, di fatto una latteria in cui i giovani potevano ritrovarsi e ascoltare musica senza bere alcolici. Ne seguirono molte altre, presto fu noto come il re dei lattai o ”Mister Piccadilly”. Internato nell’isola di Man durante la seconda guerra mondiale (perché degli italiani non ci si fidava), prese la cittadinanza britannica subito dopo la guerra. Nel 1954 acquistò uno dei locali migliori della capitale, il Cafè Royal, suo fu il primo ristorante dentro l’aeroporto di Heathrow, sua la prima stazione di servizio sulle autostrade inglesi. Qualche anno dopo si lanciò nel settore degli alberghi: alla fine ne aveva 940 in tutto il pianeta, da Londra a Parigi, dalla California a Tahiti, con 70 mila dipendenti solo in Gran Bretagna. Quando si ritirò dagli affari, nel 1992 lasciò il suo impero all’unico figlio maschio, Rocco: ma tra recessione e qualche affare andato male, la Forte Hotels fu scalata e rilevata dalla Granada, un altro gruppo alberghiero. Come il padre, Forte junior s’è rimboccato le maniche, ha ricominciato da capo e ora è proprietario di dodici alberghi superesclusivi, tra cui l’Hotel de Russie a Roma. Mica male come indirizzo per tornare a casa, per questa famiglia di emigranti ciociari» (Enrico Franceschini, ”la Repubblica” 1/3/2007) • «No, non si può proprio dire che Lord Charles Forte [...] corrispondesse al classico clichet dell’emigrato di inizio secolo. Dalla City alla Borsa, fino al giro più vicino alla Casa Reale, lo ricordano tutti come un imprenditore pieno di charme, un albergatore dotato di uno straordinario gusto dell’ospitalità, un italiano famoso che s’era fatto apprezzare per le sue qualità, tra le quali una straor-dinaria gentilezza e cordialità, che usava indifferentemente tanto con la Regina quanto con i camerieri dei suoi alberghi. Nato nel 1908 in un paesino della Ciociaria, Monforte Casalattico, approdato in Scozia - ad Alloa - a soli cinque anni al seguito di padre e madre, aveva cominciato come cameriere e doveva le sue prime fortune a un’intuizione, che non era proprio il fast-food, ma in qualche modo, visti i tempi, lo anticipava. Forte aveva insomma importato nel Regno Unito, avvezzo a una rigida divisione tra pub, caffè e ristoranti e legato da sempre al servizio ai tavoli, l’idea della latteria italiana, del cappuccino, della prima colazione veloce ma confortevole. Il suo primo ”milk bar”, che fu l’inizio della sua fortuna, lo aveva aperto nel West End di Londra grazie a un prestito di 2000 sterline e a qualche contributo da parte della famiglia. Di lì in breve aveva costruito un impero globale di ristoranti e alberghi, dall’Inghilterra agli Usa, all’Europa, ai Carabi al Medio Oriente. L’altro colpo di genio, anche questo fondato sull’idea di pasti rapidi, veloci e a buon prezzo, erano stati gli autogrill: non i grandi mausolei delle superstrade americane, piuttosto un mix tra le classiche trattorie per camionisti italiane e la tradizione inglese del ”bed and breakfast”. Ma per arrivare a realizzare il suo sogno, il primo bar ristorante da area di servizio dislocato a Newport Pagnell, sulla M1, aveva dovuto aspettare il 1959, quando era già proprietario del suo primo albergo. Gli andò così bene che in dieci anni, uno dopo l’altro, i suoi grill proliferavano su tutte le maggiori autostrade inglesi, e in breve Charles Forte acquisì una catena di motel americana. Per capire cosa può realizzare il talento imprenditoriale italiano, in un Paese come il Regno Unito che favorisce l’iniziativa privata, basta andarsi a rileggere le date e la storia della ”Forte plc”, la società del baronetto Charles. Dalla prima latteria, aperta nel 1935, a soli 23 anni, all’acquisto del famoso Cafè Royal nel 1954, alla nascita della sua società di catering per gli aeroporti di Heathrow e Gatwick a Londra, di Manchester, Glasgow e Birmingham nel ”55, al suo primo albergo, ”London Warldorf”, nel ”58, seguito da altri ventisette nel Regno Unito e in Irlanda, e in soli dodici anni da altri quindici nel resto del mondo. Nel ”73 Forte acquisisce ”Little Chef”, una catena di 270 ristoranti in Usa, e all’inizio degli Anni Ottanta è ormai padrone di un impero multimiliardario, che ha solide radici nel Regno Unito ma è ormai articolato nel resto del mondo e quotato in Borsa. In questo senso, la nomina a Lord di Ripley, nella contea del Surrey, nel 1982, per Charles Forte sarà il riconoscimento dei risultati del suo impegno imprenditoriale. Un impero imprenditoriale poi proseguito dal figlio, Sir Rocco, che dieci anni dopo prenderà la guida del gruppo, e dovrà far fronte a un difficile rovescio. Nel ”96 infatti, la ”Forte plc” è oggetto di un take-over ostile da parte del gruppo Granada, che ne ottiene il controllo sborsando quasi quattro miliardi di sterline (qualcosa come dodicimila miliardi di vecchie lire). A Rocco Forte toccherà sostenere una lunga battaglia giudiziaria, conclusa con la riconquista del marchio che contiene il nome della famiglia, e insieme una durissima opera di ricostruzione dell’impero turistico alberghiero, oggi tornato a una dimensione globale, con una forte presenza europea e italiana, oltre che inglese. Lord Charles Forte era rimasto affezionato alla Scozia, la sua seconda patria, e negli ultimi anni amava molto vivere in campagna, ricevere gli amici e giocare a scopa, la sua grande passione. Oltre che ai figli e ai suoi familiari, era molto affezionato al piccolo esercito di suoi nipoti, a cui si era dedicato sempre nei ritagli di una vita frenetica; e in particolare, tipica debolezza italiana, a quello maschio che porta il suo nome, il quindicenne Charles nato da Rocco e dalla moglie romana Aliai Ricci. Da vecchio, il volto rugoso segnato da due folti baffi gli aveva restituito l’espressione tipica degli italiani meridionali del suo tempo: aveva scritte in faccia l’energia, la volontà, la testardaggine di quelli che sono abituati a farsi da sé» (Marcello Sorgi, ”La Stampa” 1/3/2007).