Stefano Malatesta, la Repubblica 28/2/2007, 28 febbraio 2007
STEFANO MALATESTA
Zelda Fitzgerald, eroina, santa e martire dell´età del jazz, un tipo sarcastico prima di diventare pazza, che non si faceva intimorire da nessuna celebrità, diceva che le pose da macho di Ernest Hemingway erano fasulle quanto un assegno non coperto. Ma la migliore battuta su "Papa" appartiene a Martha Gellhorn, la sua terza moglie: «Ernest è il più grande bugiardo del mondo, dopo il barone di Munchausen». E tutto questo al momento della massima fama dello scrittore, considerato un uomo irresistibile ed uno scrittore incomparabile. Povero "Papa" così lodato in vita, con una serie interminabile di imitatori che sono andati ad accentuare i suoi già vistosi difetti, e così maltrattato dopo la sua morte in un modo eccessivo come se tutti volessero farsi perdonare l´enfasi di prima.
Martha Gellhorn non era solo la moglie di un famoso scrittore e gli americani la conoscevano molto bene prima che i due fossero proclamati a metà degli anni ´30 la coppia dell´anno dalla rivista Collier´s. Era una formidabile reporter con un ingannevole aspetto da conturbante stella del cinema, lunghi capelli biondi a boccoli e lunghissime gambe, non il tipo che uno immaginerebbe in tuta mimetica mentre sbarca sulla spiaggia di Omaha insieme con i rangers, falciati a dozzine dalle mitragliatrici tedesche, mentre tentano di impadronirsi del ponte di Hoc. E a New York o più facilmente a Parigi, così sicura di sé e con indosso quei vestiti costosi e il glamour che irradiava tutt´intorno e l´ottima educazione, poteva passare per la classica laureata nel collegio Vassar, così ben descritta molti anni più tardi in The Group da Mary McCarthy, di ricca famiglia, sistemata come una presenza elegante nei giornali dove il padre conosceva il direttore.
Di tutte queste immagini possibili, di vero c´era solo il fatto che la sua famiglia era una della più eminenti di St. Louis, ma anche una della più democratiche. Eleanor Roosevelt era una vecchia amica della madre di Martha, e in casa sua i neri erano ricevuti con la stessa cortesia dei bianchi (cosa che non succedeva in quasi nessuna altra famiglia: sto parlando del ricevere, non della cortesia). Ma l´appartenenza ad una classe sociale superiore non l´aveva portata a quell´arroganza così evidente sotto le buone maniere che negli Stati Uniti accompagna i ricchi come un pesce pilota accompagna lo squalo.
Il suo stile, se così vogliamo chiamarlo, era fatto di coraggio fisico, forte temperamento morale, una straordinaria determinazione a registrare accuratamente i fatti così come nascevano e come si svolgevano, senza preoccupazioni da sofista per quella che viene chiamata la verità unica, che non esisterebbe. Un modo di sentire e di vedere che rivolgeva prima di tutto a quel mondo che i giornali tendono ad ignorare, se l´eccezionalità del loro caso non attirasse la curiosità: la povera gente, i derelitti, i senza terra senza casa senza pane, i niños de rua, i macilenti coolies cinesi, i portatori africani, i periferici delle grandi metropoli. Tutti quelli che non ce la faranno mai. Una sensibilità sociale che andava di pari passo, per qualche meraviglioso equilibrio del suo carattere, con una facilità a diventare amica dei potenti e dei famosi: non solo i Roosevelt, ma Adlai Stevenson, Leonard Bernstein, H. G. Wells, Diana Cooper, Bernard Berenson e molti altri.
Una volta Martha ha scritto di aver capito la povertà negli anni in cui giovanissima aveva vissuto senza soldi a Parigi. Francamente non credo che Martha avesse gli stessi problemi di borsello di Henry Miller che, in quegli stessi anni e in quelle stesse strade oramai così cambiate da essere irriconoscibili, saltellava da un marciapiede all´altro battendosi lo stomaco vuoto come un tamburo.
Per una nemica della retorica questo è un piccolo peccato veniale di retorica romantica, di pretesa bohème parisienne. Era stata piuttosto la grande depressione nel periodo in cui lei aveva cominciato come reporter ad attraversare un´America, così povera e miserabile, da lasciare cicatrici indelebili come l´imprinting di cui parla l´etologo austriaco. Un tratto comune a numerosi scrittori dell´epoca, ma non ad Hemingway, che in quegli stessi anni era rimasto in Europa o in Africa, tra i bufali nella savana e i toros nell´arena e tornava nelle Americhe solo per andare a pescare i marlin e gli squali intorno a Cuba in epiche imprese, di cui poteva variare il racconto non l´epicità. Ancora non sapevamo che sparava con la carabina agli squali, che venivano issati a bordo tra il disgusto dei marinai.
I due, Martha ed Ernest, non si conobbero nel turbine della guerra civile spagnola, come voleva la leggenda creata da scrittori agiografi di "Papa". Comunque andarono insieme in Spagna ed Ernest abbozzò un suo ritratto in un personaggio di Quinta Colonna, una pessima opera teatrale in cui Martha è una «junior league blonde», sempre con le gambe più lunghe più morbide più dritte del mondo, ma con null´altro in suo favore. Definita nella pièce dal suo amante, un giornalista che fa cupamente l´agente segreto, come un tipo «pigro e pretenzioso e abbastanza stupido», «un´annoiata vacca di Vassar che non è capace di cucinare ma che può scrivere abbastanza bene quando le va».
Nella vita reale lei fece finta di nulla, all´inizio, e continuò a lodare a lungo Per chi suona la campana come un capolavoro e chinava sempre il suo capo orgoglioso davanti a quella che riteneva la scrittura superiore di "Papa". Ma il problema non era tanto quello di leggere i libri di Ernest, quanto di vivere insieme ad un uomo insopportabile, che stava attaccato al fiasco di valpolicella da mane a sera e che poteva diventare violento, quando uno lo consigliava di non raccontare troppe balle.
Come giornalista e come scrittrice - ma in lei i due mestieri si confondono totalmente - aveva trovato subito una scrittura adatta alle cose che voleva raccontare: realismo sobrio, ma accuratissimo e una straordinaria abilità nel tirare fuori il memorabile dai piccoli, apparentemente insignificanti dettagli, di cui si capiva l´importanza solo quando tutti i pezzi si andavano ad incastrare perfettamente gli uni con gli altri, come in un puzzle. Dal 1936 in poi è stata la più celebre corrispondente di guerra americana e anche la più brava.
Aveva cominciato con la guerra civile spagnola, e con la guerra sino-giapponese, trovandosi in Finlandia al momento dell´attacco russo e naturalmente muovendosi qua e là durante la seconda guerra mondiale, non solo in Normandia e continuando poi fino al Vietnam e oltre. Ma i pezzi che le riuscivano meglio erano sempre di viaggio o incontri con persone che la incuriosivano per qualche aspetto, che era quasi sempre un lato morale, mai fisico della personalità.
Nei giorni scorsi una piccola casa editrice, la FFB edizioni, ha pubblicato alcuni di questi suoi viaggi, che sono un genere del genere perché appartengono alla categoria dei viaggi sfigati (un termine che allora non si usava) o dell´horror trips, dove il disastro incombe ad ogni incipit di pagina: In viaggio da sola o con qualcuno (pagg. 305, euro 14). Il primo e il più noto, che da solo farebbe la fortuna di qualsiasi giornalista, è la spedizione eroicomica di Papa e Martha nella China di Chiang Kai-shek, invasa dalle spietate truppe giapponesi, qui come altrove dedite ai massacri.
Sia lui che lei non sapevano assolutamente nulla del paese che andavano a visitare, con l´aggravante per Ernest che non solo non sapeva, ma non voleva sapere, non rientrando la Cina nel giro dei suoi interessi che riservava ai Toros o ai leoni. Infatti nel racconto è soprannominato Unwilling Companion, il compagno recalcitrante, perché non aveva nessuna voglia di farsi succhiare il sangue da zanzare infette in luridi posti ancora più infetti, come poi dirà. Mentre lei, che aveva voluto a tutti i costi partire, portata dalla sua energia e dall´ansia sociale, all´inizio andrà dentro e fuori i più infami tuguri per testimoniare i più ignobili metodi di lavoro che avesse mai visto. Ma la Cina è troppo grande e così totalmente diversa - soprattutto allora - dall´Occidente, così pronta a travolgere chi le si avvicina con intenzioni descrittive, e anche così sconvolta dalla guerra, di modo che il viaggio si trasforma in un vero incubo. E dopo non molto, Martha detta «volli sempre volli» si arrende alle zanzare, al freddo, alla sporcizia, agli innumerevoli disagi, al cibo schifoso, ai cessi che non funzionano, ai funzionari che non rispondono e mormora: «Voglio morire».
«Troppo tardi» gli fa eco il suo compagno.
Il traduttore che accompagna gli americani, un ineffabile personaggio che appare come la quintessenza delle cineserie viste da Hollywood, non aiuta. E anzi esiste il fondato dubbio che li stia prendendo per i fondelli, perché quando chiedono dove quella barca sul fiume stia andando, lui risponde: «In giro». E se vogliono sapere cosa trasporta, lui mormora gelido: «Un carico».
E continua sempre su questo tono e ad un´altra domanda su che tipi di alberi sono quelli che si vedono lungo la sponda, il nostro dichiara: «Alberi Normali». E "Papa", che ha pieni i coglioni di tutta quella storia, dà di matto e comincia a imprecare e a prendere a calci i mobili che trova nella sua stanza con scarponi di cuoio rinforzati: «Figli di puttana, pezzi di merda, fottuti bastardi». Tutto il lunghissimo articolo, pubblicato per Collier´s è talmente imbastito di una autoironia che non risparmia amori propri e vanità, da risultare uno dei più divertenti e dei più riusciti, almeno per quanto mi ricordi.
Martha si divise da "Papa" subito dopo lo sbarco in Normandia, continuando a viaggiare da un capo all´altro del globo e a scrivere libri come Love Goes to Press, un romanzo in cui la reporter, che assomiglia straordinariamente a lei, batte con uno scoop tutti i colleghi maschi, attardati dalla loro boria. Per avere un´idea dei suo spostamenti nei due anni che lavorò intorno alla raccolta In Viaggio da sola e con qualcuno, basta leggere l´elenco delle sue case alla fine del libro: Claviers, Spetsai, Comino, Icogne, Naxxar, Antigua, T´Xbiex, Lindos, Symi, Marsalforn. 1975-1977.
Rimase sempre spiritosa, raccontando molte altre disavventure, non perché avesse l´abitudine di piangersi addosso - se mai il contrario - ma perché queste si prestavano a mettere in scena commediole, che servivano a rendere più leggero l´impegno sociale. Quando diventò cieca, a novant´anni, con un tumore alle ovaie e al fegato, si rinchiuse nel suo appartamento, mise a posto tutte le carte, poi andò a letto prendendo un´overdose di pillole. «Morire» aveva detto ad un amico «è un affare tosto, in qualsiasi modo avvenga». Lei è morta nella massima discrezione, come un antico e stoico romano.