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 2007  febbraio 28 Mercoledì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

TORINO – Con tutto il rispetto per i docenti emeriti del Mit di Boston e le Palme d’oro a Cannes, più di Noam Chomsky e Ken Loach poté il sostegno d’una signora anziana che abita in campagna nella famosa casa delle rose inglesi, quelle che il senatore Franco Turigliatto aveva voglia di tornare a potare dopo il «no» a Prodi, la crisi di governo, le telefonate d’insulti nella casa torinese.
A sorbirseli c’era il figlio Stefano, 27 anni, anche perché il papà è rimasto a Roma travolto dagli impegni, «al massimo saremo riusciti a sentirci una ventina di minuti al telefono», mentre la mamma australiana vive e lavora a Sydney in un’agenzia delle Nazioni Unite, l’Organizzazione internazionale del lavoro, e non ha potuto fare altro che mandare una mail d’incoraggiamento dal Pacifico, «ho parlato con il papà, non preoccuparti, sii forte».
Così Stefano era rimasto solo qui, nel quartiere San Salvario, l’appartamento che divide col padre a Torino sta in una palazzina residenziale di mattoni e qualche isolato più in là c’è la sezione di Rifondazione in via Bertholet con i manifesti di Vicenza, «Ascoltare la base, non costruirla». Il telefono che squillava, i tg che rimandavano lo «scandalo» Turigliatto, «papà mi ha chiamato subito, era dispiaciuto che toccasse a me ricevere tutte quelle telefonate un po’ minacciose, ma io gli ho detto di non preoccuparsi e al secondo giorno ho staccato la linea, che altro dovevo fare?».
Ed è qui che interviene la figura della nonna, o meglio della prozia, perché la nonna vera non c’è più da tempo e a rappresentare quelli che una volta si chiamavano «i vecchi», Lari e Penati della famiglia, è rimasta la sorella che vive nella casa delle rose di Camagna, frazioncina di Rivara Canavese, «lei ha lavorato in campagna tutta la vita, si è presa cura di un marito che non c’è più, ha cresciuto un figlio, di tutti quelli che ho sentito è stata lei ad avere le idee più lucide, secondo me. Mi ha semplicemente detto: è ipocrita dire che si è contro la guerra e poi votarla, e tuo padre non è un ipocrita».
Stefano non s’è mai occupato di politica, «trotzkista io? Sostengo mio padre ma non avrei neanche i termini per definirmi...». A vederlo pare il ritratto del senatore da giovane, un Turigliatto dai capelli scuri e i tratti più affilati, «ma in realtà somiglio a tutti e due», ride. Si è laureato a Sydney in storia della letteratura inglese e insegna la lingua a Torino. Nel momento più difficile, racconta, è intervenuta la coscienza della famiglia contadina e operaia, «anch’io avevo i miei dubbi, non sapevo bene cosa sarebbe successo, e parlare con la zia mi ha chiarito tante cose, mi ha fatto sentire meglio per la scelta giusta che papà ha fatto: a Vicenza non sono potuto andare, ma in tv ho visto settantamila persone, fior di dirigenti che intimavano a Prodi di tutto e poi, dopo pochi giorni...». Del resto sono arrivate anche le lettere di «compagni» che gli davano ragione, l’appello degli intellettuali. Il peggio sembra passato, ora il senatore voterà la fiducia. Ma sull’essenziale fa testo la signora di Camagna, quando parla della «zia» gli occhi di Stefano brillano. «Perché lei c’era, in paese, quando arrivarono i tedeschi. Sa bene cos’è una guerra».