Javier Cercas, La Stampa 27/2/2007, 27 febbraio 2007
JAVIER CERCAS
Il 12 aprile 1953 Carl Seelig andò a far visita a Robert Walser nell’ospedale psichiatrico di Herisa, nella regione svizzera di Appenzell. Allora Walser stava per compiere 75 anni ed era autore di alcuni tra i più sconvolgenti libri della prima metà del secolo, ma erano ormai decenni che non scriveva, ricoverato in quel manicomio (prima era stato per quattro anni in quello di Waldau, vicino a Berna), e non riceveva altre visite se non quelle del giovane ammiratore che, con il passare del tempo, divenne il suo unico amico e anche il suo mecenate. Come di consueto, la mattina, i due uomini andarono a fare una passeggiata nei dintorni del sanatorio; nel pomeriggio conversarono a lungo su Stalin che era appena morto: «Circondato da servi, alla fine s’è trasformato in un idolo che, ormai, non poteva vivere come un uomo normale», disse Walser a Seelig, come quest’ultimo racconta nel libro in cui narra le passeggiate con l’amico. «Chissà che in lui non si celasse della genialità, ma ai popoli conviene essere governati da gente mediocre per natura. Nel genio quasi sempre stanno in agguato perversioni che i popoli dovranno pagare a prezzo di sangue, dolore e vergogna».
Conviene che a governarci siano uomini di natura mediocre? O dobbiamo aspirare a essere governati da esseri eccezionali in possesso d’un talento che confini con la genialità? Ultimamente i politici ai quali spettano, in Spagna, le maggiori responsabilità - e, in coda a loro, alcuni commentatori - pare che abbiano incominciato a discuterne in modo più o meno sotterraneo. Tutto è incominciato quando, in un’intervista, il presidente del governo, Zapatero, ha confidato al direttore del País una frase che, a quanto pare, gli aveva detto sua moglie: «Non immagini neppure quante centinaia di migliaia di spagnoli potrebbero stare nel governo». Qualche giorno dopo, durante il dibattito parlamentare seguito all’attentato dell’Eta, Mariano Rajoy, il leader dell’opposizione, voleva probabilmente replicare a questa frase quando disse: «Non è sufficiente essere maggiorenne e avere la cittadinanza spagnola: serve qualche cosa di più per essere presidente».
La frase di Zapatero può essere interpretata come un’ulteriore dimostrazione dell’incurabile buonismo che affligge il premier spagnolo; quella di Rajoy come un insulto a Zapatero, ossia un’ulteriore dimostrazione del cattivismo che affligge il leader dell’opposizione. Presa alla lettera, la frase di Rajoy è una banalità: certo, per essere presidente del governo occorre, quanto meno, dedicarsi alla politica, militare in un partito, essere proposto come deputato da quello stesso partito, ottenere il consenso degli elettori, ottenere il consenso della maggioranza dei deputati nel Congresso; presa alla lettera, la frase di Zapatero è falsa per le stesse ragioni. Ma se andiamo oltre l’interpretazione letterale, la cosa cambia: anche se è poco probabile che Walser non avrebbe appoggiato Rajoy, forse in questo caso avrebbe dato ragione a Zapatero.
Chiaramente l’idea che molti cittadini, se non proprio tutti, siano personalmente e intellettualmente in grado di fare il presidente del governo confligge con la nostra propensione a credere che certe cose siano irrealizzabili e con il nostro romanticismo - entrambi incurabili proprio come il buonismo di Zapatero e il cattivismo di Rajoy - e con la spropositata importanza che, nei media, attribuiamo ai politici. Eppure non si tratta di un’idea insensata in assoluto, proprio come non lo è il fatto che molta gente abbia la capacità, se davvero se lo prefigge come obiettivo, d’essere un buono scienziato o un buono scrittore. Ovviamente ci sono qualità indispensabili per essere un buon politico, come per essere un buono scienziato o un buono scrittore; non si tratta, però, di qualità eccezionali, ma di quelle che chiunque di noi può possedere.
In poche parole: che il politico se ne stia lontano sia dal buonismo sia dal cattivismo; che non abbia la vocazione di diventare né idolo, né eroe, né martire e, quindi, non abbia la pretesa di passare alla storia; che lavori duramente e non si inventi problemi (s’accontenti di risolvere quelli che già esistono); che faccia bene di conto e non allunghi le mani nella cassa; che non si circondi di servi (non è necessario che conduca una vita normale - sarebbe una pretesa stupida - ma neppure che conduca una vita completamente anormale, che è cosa molto peggiore); che non faccia follie per apparire a ogni pie’ sospinto in tv o sui giornali (meno un politico appare in tv o sui giornali, meglio è); che non si svegli ogni mattina con un’idea geniale; che parli poco e, qualche volta, racconti una barzelletta; che non insulti, non urli, non menta, pur senza dire sempre la verità. Insomma: che sia pulito, ordinato e non faccia rumore, proprio come un’efficiente domestica.
Qualcuno dirà che questo genere di persone non servono per risolvere situazioni eccezionali. Forse è vero, ma la verità è che qui non viviamo una situazione eccezionale e, oltre tutto, non è dimostrato che i politici puliti, ordinati e silenziosi non servano per risolvere situazioni eccezionali, mentre è dimostrato che i politici eccezionali servono solo, quando servono, per le situazioni eccezionali, e per il resto sono un disastro. Mi rendo conto di come questo sia un ideale prosaico e noioso, ma io lascerei la poesia e il divertimento per altre cose e ridurrei la politica a quello che dev’essere: l’arte di darci una vita buona, che equivale, poi, all’arte di darci una bella vita.