La Stampa 27/2/2007 (Lettere), 27 febbraio 2007
I fatti risalgono all’estate 1995, quando Srebrenica, enclave musulmana nella Bosnia orientale serba, era sotto assedio da quasi tre anni
I fatti risalgono all’estate 1995, quando Srebrenica, enclave musulmana nella Bosnia orientale serba, era sotto assedio da quasi tre anni. L’allora capo di stato maggiore serbo-bosniaco Ratko Mladic ordinò ai primi di luglio l’attacco finale. La città venne bombardata giorno e notte, mentre i carri armati avanzavano. L’11 luglio i serbo-bosniaci irruppero nella città e i 40 mila abitanti fuggirono alla base Onu di Potocari, a Nord. Riuscirono a entrarci in 7.000, gli altri si accamparono fuori. La base era presidiata da circa 100 caschi blu olandesi che avrebbero dovuto difendere la città, dichiarata dall’Onu zona protetta. All’arrivo dei serbi-bosniaci i caschi blu rimasero fermi, mentre Mladic separò gli uomini da donne e bambini, che furono deportati. Gli uomini - secondo le testimonianze dei sopravvissuti - furono passati per le armi e i corpi sotterrati in fosse comuni. Ne sono stati ritrovati solo 2.000 ma oltre 7.000 persone risultano disperse. I principali responsabili sono considerati i capi politici e militari dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic e Ratko Mladic, latitanti da dieci anni. Nell’aprile 2002 il governo olandese di Wim Kok decise di dimettersi dopo che l’Istituto per la documentazione di guerra riconobbe la responsabilità dei politici e dei caschi blu olandesi nel non aver saputo impedire il massacro.