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 2007  febbraio 26 Lunedì calendario

Come è possibile che a difendere la Gea e i Moggi, autori del più grande scandalo di corruzione e abuso di potere nel calcio, vi sia una deputata quale l’on

Come è possibile che a difendere la Gea e i Moggi, autori del più grande scandalo di corruzione e abuso di potere nel calcio, vi sia una deputata quale l’on. Giulia Buongiorno? Dalle istituzioni dovrebbe pervenire un segnale di moralità e di pulizia. Invece un nostro deputato si occupa della difesa di personaggi che hanno corrotto un sistema, abusato del proprio potere per imporre giocatori e obbligarli a entrare nel loro sistema. In un Paese corretto e democratico questo non sarebbe possibile. Che cosa ne pensa? Giovanni Sereni giov.sereni@libero.it Caro Sereni, esistono molti altri casi in cui avvocati-parlamentari hanno assunto la difesa di imputati in processi molto discussi. Ed esiste il caso recente, per molti aspetti ancora più clamoroso, del collegio di difesa di Silvio Berlusconi, composto in parte da avvocati che sedevano in Parlamento. Esiste un conflitto d’interessi? Può il ruolo dell’avvocato condizionare in queste circostanze quello del parlamentare e gettare l’ombra del dubbio sulla sua capacità di esercitare una funzione nazionale? Molti avvocati (fra cui suppongo l’on. Buongiorno) le risponderebbero che ogni persona ha il diritto di essere difesa, che deve essere considerata innocente sino a prova contraria, e che lei, nella sua lettera, sembra dare per scontata la colpevolezza dei due imputati. vero che l’avvocato prende inevitabilmente le parti del cliente e finisce per sposarne anche le tesi più discutibili. Ma l’esistenza di un difensore è garanzia di giustizia. Un processo senza contraddittorio è spesso un processo arbitrario e ingiusto. Il parlamentare-avvocato, quindi, contribuisce dialetticamente al buon funzionamento di uno Stato di diritto. E se qualcuno obiettasse che possono esservi circostanze in cui il Parlamento discute di questioni destinate ad avere una certa influenza sul processo a cui il parlamentare avvocato è personalmente interessato, questi risponderebbe che è perfettamente capace di separare, nella sua coscienza, l’interesse professionale dall’interesse pubblico. Ma problemi di questo genere non possono essere risolti sulla base della maggiore o minore onorabilità di un singolo parlamentare. Le leggi sul conflitto di interesse si fanno per affrontare problemi generali e debbono prendere in considerazione il maggior numero possibile di casi ipotizzabili. Credo che una nuova legge, migliore di quella adottata durante gli anni del governo Berlusconi, dovrebbe dare una risposta anche al problema della compatibilità tra la funzione parlamentare e le libere professioni. Non vorremmo assistere nuovamente, tra l’altro, a una situazione come quella in cui il presidente del Consiglio viene difeso in giudizio da parlamentari che contribuiscono contemporaneamente alla redazione e all’approvazione di leggi destinate a migliore la sua posizione giudiziaria. Credo che la rinuncia del parlamentare alla professione sia giustificata anche da altre considerazioni. Per molto tempo la deputazione fu un servizio civile, reso gratuitamente da un cittadino alla sua nazione. Più tardi i socialisti sostennero, con ragione, che la gratuità favoriva i ricchi e ostacolava l’ingresso in Parlamento dei rappresentanti delle classi più umili. Comincia allora, in tutto l’Occidente democratico, l’epoca dei gettoni di presenza, degli emolumenti mensili, dei rimborsi. Ma in Italia, dove le buone intenzioni producono spesso pessimi risultati, i parlamentari hanno finito per regalare a se stessi una somma di benefici e di previdenze superiori a quelli di maggior parte delle democrazie europee. Anziché essere un servizio civico, la carriera politica è diventata un mestiere generosamente retribuito, ricco di quei vantaggi collaterali che nel mondo degli affari vengono chiamati «fringe benefits». paradossale che deputati e senatori pretendano di affrontare oggettivamente il tema della riforma pensionistica o dei Dico quando hanno già risolto generosamente le proprie questioni personali con criteri completamente diversi da quelli che molti di essi pretendono di applicare ai loro elettori. Ed è ancora più paradossale che pretendano di considerare «part time» quello che, a giudicare dai compensi, dovrebbe essere considerato rigorosamente «full time».