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 2007  febbraio 25 Domenica calendario

La crisi al vertice di Capitalia si è aperta e chiusa negli stessi giorni in cui è caduto il governo Prodi

La crisi al vertice di Capitalia si è aperta e chiusa negli stessi giorni in cui è caduto il governo Prodi. Un blitz, dunque. Ma sarà meglio che la politica, per quanto la rapidità sia un mito contemporaneo, non impari troppo da quello che Silvio Berlusconi chiamerebbe il teatrino della finanza. Qui è in ballo il buon governo societario che, si sa, è fondato sulle buone regole. Ma non esistono statuti, consigli o comitati che possano surrogare la disponibilità delle persone a rendere conto e a pretendere che chi deve rendere conto lo faccia. E questo è esattamente quanto è mancato nella terza banca del Paese. Fresco di reintegro dopo la condanna di Brescia, il presidente Cesare Geronzi ha convocato il patto di sindacato per revocare le deleghe all’amministratore delegato, Matteo Arpe. La procedura non è infrequente, ma resta discutibile perché dà per scontata una delibera che tocca al consiglio di amministrazione. Pur designati dai soci, gli amministratori dovrebbero sempre agire per informata convinzione e non per obbedienza. Le ragioni della revoca sono state sussurrate, ma non consegnate all’esame dei pattisti e dei consiglieri con l’anticipo di rito. Il presidente del patto, Vittorio Ripa di Meana, ha addirittura incontrato il revocando prima che scattasse la convocazione dei soci eccellenti proponendogli, dice Arpe, di dimettersi prima con un riconoscimento economico ovvero, dice Ripa, di addivenire a una composizione. Per dare consigli, Ripa dovrebbe conoscere e condividere il perché della sfiducia di Geronzi. Ma sul punto sorvola. E così non si capisce come mai lui e Geronzi fossero tanto sicuri di avere il consenso plebiscitario del patto e del consiglio. E perché, alla fine, sia Ripa a dimettersi. Ora, poiché Arpe ha avuto il merito di rilanciare Capitalia, il presidente Geronzi doveva avere delle solide ragioni per volerlo cacciare. Che possono essere solo di due tipi: o Arpe ha commesso atti illeciti o sleali documentabili oppure non lo segue o risulta di troppo in disegni che nessuno conosce con certezza. Per esempio, in una fusione Capitalia-Mediobanca, la difesa del ruolo di Arpe potrebbe essere d’ostacolo data la rottura che questi ebbe con piazzetta Cuccia. La rimozione non è riuscita, perché il top manager ha tenuto il punto con una lunga lettera, resa subito pubblica, e contando sulla clausola che esige l’unanimità dei pattisti per certe decisioni, ma anche perché Geronzi non è riuscito a trovare un degno sostituto. Di fronte al rischio di un interregno pericoloso per il titolo, è scattata la riappacificazione, con un’altra lettera del giovane al vecchio banchiere. Geronzi fa sapere: sono scuse. Arpe fa precisare: trattasi di chiarimenti. Nessuno spiega per che cosa. Nè si comprende sulla base di quali informazioni, e di quale regola di governance, sia sceso in campo Roberto Colaninno per la mediazione provvidenziale e, probabilmente, provvisoria. Poiché chi media si pone al di sopra delle parti, potremmo concluderne che il nuovo garante di Capitalia sia l’uomo della Piaggio. Ma il problema vero consiste nella cifra extra istituzionale dell’intera vicenda. In Intesa Sanpaolo si pratica una governance dualistica giudicata all’italiana perché, grazie alla legge Vietti, i rappresentanti degli azionisti siedono sia nel consiglio di sorveglianza che nel comitato di gestione, dove invece starebbero meglio i soli manager. In Capitalia siamo al dualistico arcitaliano: con un presidente e due soci che fanno e disfano sulla testa dello stesso patto di sindacato e, più ancora, su quella del consiglio. Mentre il titolo strappa al ribasso e al rialzo, nell’ignoranza dei più. ( con la consulenza tecnica di Miraquota)