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 2007  febbraio 26 Lunedì calendario

Caro direttore, Come è accaduto con Lady D., anche per D’Alema non c’è valletto o sarta o stalliere che non scriva un libro di memorie o un articolo di giornale, o magari una lettera di dimissioni

Caro direttore, Come è accaduto con Lady D., anche per D’Alema non c’è valletto o sarta o stalliere che non scriva un libro di memorie o un articolo di giornale, o magari una lettera di dimissioni. Ha proprio ragione Lucia Annunziata: il tramonto del dalemismo è assai più lungo del suo meriggio. Però D’Alema, diversamente dalla principessa, è vivo; sebbene per alcuni di noi, a quanto pare, abbia smesso di lottare. E se invece fossimo noi ad aver capito di D’Alema poco e nulla, allora come oggi? E quale sarebbe poi la differenza tra il D’Alema «di allora» – il riformista moderno, il Blair tricolore, il beniamino di tutti – e quello di oggi – il galleggiatore, il doroteo, e persino lo sfigato? Di che cosa parliamo quando parliamo di D’Alema? A forza di procedere per caricature, la politica italiana ha smesso di interessare i suoi stessi protagonisti. Due coalizioni impossibili e impresentabili, prigioniere di due leader oramai anziani, vagano per l’agone in ordine sparso, senza meta e senza scopo, che non sia quello di darsi ogni tanto qualche sonora legnata. evidente che per un uomo come D’Alema, educato ad una concezione della politica come arte, scienza e tecnica di gestione del contratto sociale, una tale simultanea riduzione della politica a parodia e a barbarie, un po’ Corrida e un po’ wrestling, non può che apparire come uno scandalo – nel senso proprio della parola: quel turbamento della coscienza causato da un’azione, da un comportamento o da un discorso contrari alla morale. La morale della politica, come di ogni attività intellettuale, sta nella sua coerenza interna. E la politica italiana di oggi in tanto è immorale, in quanto non sa più rispettare le proprie elementari regole costitutive. Non si dà politica quando il capo dell’opposizione, a otto mesi dal voto, rifiuta di riconoscere formalmente il risultato di un’elezione generale da lui stesso indetta; e non si dà politica quando il capo del governo si ostina a mantenere in piedi un’alleanza che non ha paragoni in Occidente né maggioranza in Parlamento.  in questo luogo specifico della storia d’Italia – grosso modo: l’Italia uscita stordita e stravolta dal crollo dei partiti democratici – che D’Alema si è trovato a fare politica. La dissoluzione del Pci, della Dc e del Psi ha liberato e riportato alla luce quelle forze primordiali e belluine della sinistra antioccidentale, del centro clericale e della destra xenofoba che per cinquant’anni l’infame partitocrazia aveva saputo tenere fermamente a bada. Siamo la ex-Jugoslavia della politica, e se non ci spariamo addosso è soltanto perché oltretutto siamo anche dei gran cialtroni. In questo scenario D’Alema ha provato a fare le uniche due cose che andavano fatte, e che prima o poi andranno fatte: un accordo fra maggioranza e opposizione per riscrivere la Costituzione, un governo di centro-sinistra senza i comunisti e con il centro cattolico. Si è discusso a lungo sul fallimento della Bicamerale e sul sostanziale insuccesso dei due governi D’Alema. Ammettiamo pure che quel doppio risultato negativo dipenda dai limiti politici, culturali, caratteriali o psicologici del presidente dei Ds, e insomma dal suo essere, come è stato futilmente scritto da Andrea Romano, «un mesto incrocio fra Don Chisciotte e Don Abbondio». Se pure fosse così, se pure D’Alema fosse – mi si passi l’espressione toscana – un coglione, i termini del problema rimangono gli stessi, per la buona ragione che, diversamente da quanto accade nel magico mondo degli opinionisti e dei capipartito, essi hanno a che fare con la realtà. Prima o poi, infatti, bisognerà scrivere una nuova Costituzione insieme a Berlusconi, e prima o poi bisognerà costruire una coalizione riformista che, come sempre è avvenuto nel nostro Paese e come del resto prevedeva il progetto originario dell’Ulivo, non può non escludere la sinistra radicale e non può non includere i cattolici democratici. Esiste dunque per l’Italia una sola politica possibile: quella che D’Alema a suo tempo tentò. Non dunque di «dalemismo» bisognerebbe parlare, ma di semplice razionalità politica. D’Alema è l’ultimo hegeliano in un mondo politico new age attraversato e divelto dal peggior irrazionalismo. La sua proverbiale arroganza non è altro che insofferenza per la superficialità, e scaturisce dalla convinzione che la realtà richieda uno sforzo della ragione per poter essere afferrata e compresa nella sua complessità, e che sia precisamente in questo sforzo – in questa "fatica del concetto" – che la ragione percorre il cammino inverso tornando alla realtà, e dunque diventando prassi, azione, trasformazione. Maneggiare la complessità con gli strumenti della ragione è il lavoro di D’Alema, la sua cifra e il suo limite, nonché la causa tanto del disprezzo quanto dell’ammirazione che il personaggio sa suscitare a sinistra come a destra. La malizia con cui gli avversari, gli antipatizzanti e gli ex simpatizzanti assistono divertiti ai suoi fallimenti somiglia alla risata della servetta trace che vede Talete cascare in una buca mentre è tutto intento a scrutare il cielo. Scanzonate e trasversali, le tricoteuses dei giorni nostri scambiano i propri fremiti per un programma politico, s’impancano a giudice severo, s’abbandonano in pubblico alla delusione e all’ira proprio come i personaggi dei reality, e in definitiva non riescono a superare quell’insoddisfazione infantile che ogni volta tenta la scorciatoia del capriccio ultrariformista o del girotondo paleogruppettaro. L’Italia di oggi è bendisposta verso le servette, e dunque a D’Alema ogni volta vanno i lazzi del pubblico pagante. Ma potrebbe succedere che la politica, un giorno, anche nel nostro Paese riprenda il suo corso: e in tal caso, poiché non si potrà non fare la politica di D’Alema, è probabile che la si farà con lui.