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 2007  febbraio 25 Domenica calendario

Al terzo piano dell’Hôtel d’Angleterre, a Caen, abitò a lungo, nei suoi ultimi anni, George Brummell

Al terzo piano dell’Hôtel d’Angleterre, a Caen, abitò a lungo, nei suoi ultimi anni, George Brummell. La sola interruzione fu un soggiorno di due mesi e diciassette giorni in prigione, per debiti. Alle cinque scendeva alla table d’hôte e accettava di farsi offrire qualche buon vino da ignoti. Certi turisti, dopo aver ammirato gli arazzi di Bayeux, si fermavano un giorno all’Hôtel d’Angleterre per vedere da vicino il celebre dandy. Chiedevano a Monsieur Fichet, il proprietario, di farli sedere a tavola di fronte a lui. Ora Beau Brummell si presentava come un ex console in un buco della provincia francese. Non aveva nulla da fare, se non contare i debiti. Un libraio gli mandava le novità da Parigi. Lunghissima, come sempre, la toilette al mattino, passeggiare lungo il Cours Caffarelli, insulso ma poco frequentato, andando in direzione del mare. Disegnare ritratti per l’album di Mademoiselle ***, a Luc-sur-Mer: una Gilberte o Albertine che si azzardava sulla spiaggia normanna. Parasole, bagni en costume de bal, i capelli sciolti si asciugavano al vento. Una contessa polacca sdraiava le sue perle sulla sabbia, perché prendessero aria. Daignez agréer l’offrande d’une esquisse pour votre album. Alla sera, la società di Caen offriva partite di whist, da evitare, e balli contegnosi. « Monsieur, nous sommes ici pour danser, non pour causer ». Uscito dalla prigione, Brummell continuava a obbedire ai suoi rituali, anche se era ridotto a cambiarsi la biancheria una sola volta al giorno. Il nitore del suo aspetto si era appannato, ma l’argentea batterie de toilette lo assisteva ancora. Il vernis de Guitton arrivava da Parigi. Un primo segno nefasto si ebbe quando una vecchia dama gli consigliò scherzosamente lo jabot nero, che Brummell aveva sempre aborrito. Ma ora sapeva che i suoi avevano perso freschezza. Accettò il consiglio («in senso figurato, si può dire che Brummell spirò quel giorno» secondo il capitano Jesse, «questo ammirevole cronista che non dimentica a sufficienza» lo avrebbe definito una volta Barbey d’Aurevilly). A partire dall’inverno 1836 lo stato della sua mente sembrò deteriorarsi. Non v’era dubbio: Brummell «era diventato del tutto indifferente al proprio aspetto». Ora lo si incontrava per strada come un vecchio signore trascurato e sporco. Soltanto le sue maniere rimanevano intatte. Diede via alcuni vasi di porcellana, un orologio e qualche gioiello, ultime reliquie che non aveva voluto includere nella grande asta dei suoi oggetti a Londra. Ma così poteva continuare a comprare i suoi amati biscuits de Reims in una confetteria davanti all’albergo. Certe volte diceva che doveva dare un ricevimento, doveva invitare persone illustri di cui era amico. Alcune avevano nomi di morti. Il suo domestico metteva in ordine le stanze, accendeva i candelieri, preparava il tavolo per il whist. Alle otto, secondo le istruzioni ricevute, apriva la porta annunciando la duchessa di Devonshire. «Al suono del nome di Sua Grazia, che ben ricordava, il Beau si alzava immediatamente dalla sua poltrona e andava verso la porta, salutando l’aria gelida che veniva dalle scale come fosse la bella Georgiana». Le offriva poi di sedersi in una poltrona: « un dono della duchessa di York, mia grande amica; ma, povera cara, come sapete non è più tra noi». Alle dieci il domestico annunciava che le carrozze erano alla porta. Nell’inverno del 1836 Brummell ricevette una visita che lasciò qualche traccia nella memoria degli occasionali testimoni. Già il solo fatto che qualcuno andasse a trovarlo «provava che c’era ancora, in qualche luogo remoto, una persona che si interessava al suo stato, o almeno aveva una singolare curiosità di vedere il rudere prima che crollasse». Così scrive il fedele e malevolo capitano Jesse. E prosegue: «Era una dama, che arrivò una mattina fredda e tetra, senza carrozza, domestico o bagaglio, all’Hôtel d’Angleterre. La straniera aveva una certa età ed era vestita semplicemente, ma la sua aria e le sue maniere indicavano che aveva vissuto nella più alta società. Nel vedere quella elegante apparizione passare davanti al vetro del suo bureau, il vigile proprietario si fece avanti nel cortile alla sua rencontre, ed ella gli chiese di mostrarle una stanza. Il proprietario l’assecondò, ed era sul punto di ritirarsi; ma lei lo pregò di restare e gli chiese se Mr Brummell viveva ancora nell’albergo. "Mi piacerebbe molto vederlo, signore" disse la dama. "Può far sì che possa vederlo senza che lui abbia modo di vedere me?". "Nulla di più facile, signora" rispose il proprietario: "Alle cinque, senza eccezione, Mr Brummell scende dalla sua stanza alla table d’hôte; il suo appartamento dà su questa stessa scala, così in ogni caso dovrà passare davanti al suo; se permette, la raggiungerò a quell’ora e, quando lo sentirò scendere, gli andrò incontro: se lei si mette allora sulla porta, lo vedrà benissimo, perché tiene sempre un lume in mano". Puntuale all’appuntamento, Monsieur Fichet incontrò Brummell e lo trattenne a conversare per pochi minuti, sulle scale, in un punto dove lo si poteva osservare bene; tornando nella stanza della sconosciuta, la trovò in lagrime e molto scossa, tanto che dovette passare un po’ di tempo prima che potesse ringraziarlo per la sua gentilezza. Subito dopo, pagò il conto e partì la sera stessa per Parigi con la diligence ». Talvolta Brummell si distraeva scrivendo lettere, per esempio a Mademoiselle ***, Luc-sur-Mer, un giorno di luglio: «Perché mai, in nome della comune prudenza e della mia propria tranquillità, non sono riuscito a contentarmi di limitare la mia conoscenza di voi all’etichetta mondana del togliermi il cappello, quando per caso ci fossimo incontrati? Durante gli anni in cui ho vegetato nella sterile palude della mia vita recente, ho evitato con cura di gettarmi con la mia pazza testa in quel che si può definire un’assurda pena; e ora, a dispetto di tutto il mio essere in teoria circospetto e avveduto, mi trovo con testa e piedi, cuore e anima, innamorato di voi. Non posso, a costo della vita, fare a meno di dirvelo; ma, poiché non tutta la ragionevolezza mi ha per sempre abbandonato, mi metterò in una camicia di forza e mi farò incatenare allo stipite del letto... Ma voi ridereste di me nascondendovi dietro la manica di crinolina; perché non c’è niente di più ridicolo di una persona nel mio stato disperato». E una sera di agosto: «Quell’orangutang del libraio mi ha mandato una sciagurata traduzione francese di Manzoni, invece dell’originale italiano che gli avevo chiesto. Dice che glielo hanno rubato. Mi vergogno a trasmettervi questa notizia: a un primo sguardo, si direbbe che il libro vi annoierà. Se tale fosse il suo fato, dategliene uno ancora peggiore: gettatelo in mare. Nulla, al momento, è affiché a Londra o Parigi che valga assolutamente la pena leggere: nel momento in cui apparisse, sarà per voi. «La mia esistenza qui è ormai perfettamente desolata, insipida e infruttuosa: non vedo più o meno nessuno, non parlo a nessuno: e mi trovo così miserabilmente abattu e distrait che sono incapace di passare le ore, lunghissime, in quelle occupazioni che erano mia risorsa e divertimento. Sono consapevole della mia colpevole inerzia di spirito, ma, anche mettendoci tutta l’anima, non riesco a raccogliere l’energia sufficiente per costringermi a fuggire questo luogo disgraziato anche se ciò mi sarebbe di grande sollievo». A una di queste lettere Brummell accluse una poesia che aveva scritto anni prima, quando versi del genere erano in voga a Londra: Il funerale della farfalla.