Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 25/2/2007, 25 febbraio 2007
MILANO
Verrebbe da chiedersi: e adesso che Romano Prodi ha dimostrato la sua debolezza, che ne sarà del Bazolismo? Il Bazolismo è un singolare fantasma che, dopo la fusione Intesa-Sanpaolo Imi, si aggira per l’Italia virtuale dei giornali, ma non solo. Secondo questa teoria, il banchiere Giovanni Bazoli sarebbe riuscito a costruire la prima banca italiana grazie ai favori del premier, come lui cattolico democratico e allievo di Nino Andreatta. E ora, con l’aiuto delle fondazioni bancarie egemonizzate dal fido Guzzetti, il campione nazionale si accingerebbe a esercitare la sua influenza su tutta l’alta finanza, dalle Generali alla Telecom, emarginando Mediobanca e giocando nuovi strumenti finanziari come il Fondo Italiano Infrastrutture. Bazoli, scrive «Il Foglio», schiera «una batteria impressionante di partecipazioni». La sedicente banca per lo sviluppo del paese, in realtà, darebbe a Prodi un’arma per governare l’economia e quel potere reale che altri politici ricavano dall’avere un partito alle spalle.
La caduta dell’esecutivo sembra minare una simile teoria. Ma non per chi ci crede. Per costoro, il mutuo soccorso tra i due professori consentirebbe a Prodi di contare anche fuori da palazzo Chigi. Enunciata e ripetuta, la teoria del Bazolismo non è ancora stata sottoposta alla verifica dei fatti. Colmare questa lacuna può aiutare a capire se il Bazolismo sia il fenomeno speciale e pervasivo che si dice o non sia invece la rappresentazione impressionistica di un centro di potere al quale se ne possono giustapporre altri, allo stesso modo definibili come Profumismo e Geronzismo.
E’ un fatto che Bazoli sia un importante banchiere da un quarto di secolo, esattamente da quando, nel 1982, su suggerimento di Andreatta ma con la benedizione di Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, venne nominato presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, il progenitore di tutto. Bazoli è stato a lungo il principale banchiere privato in un mondo di banchieri parastatali. La sua longevità può essere discussa in relazione alle performance della banca, che ha fatto molta strada ma ha avuto anche i suoi momenti difficili. Certo è che, con questo metro, ci sarebbero anche altre longevità da misurare in un sistema finanziario e industriale dove il potere si esercita per delega di fondazioni bancarie o di sindacati azionari, e non certo per i rischi patrimoniali assunti o per i risultati conseguiti.
Bazoli non ha mai nascosto le sue simpatie politiche. Ma è davvero il braccio secolare dell’esecutivo? Intesa ha varato una Banca delle infrastrutture. Ha una piccola partecipazione nella Pedemontana Lombarda e ha finanziato la Provincia di Milano nell’acquisizione di quote della Milano-Serravalle. La Banca delle infrastrutture, tuttavia, lavora a tassi di mercato. E della riaggregazione delle concessionarie autostradali del Nord si interessò la stessa Mediobanca già nel 2004. Siamo nella normalità. Del resto, l’asfalto piace. Unicredito e la Fondazione Crt fanno parte dell’azionariato stabile di Autostrade assieme ai Benetton. Il Fondo Infrastrutture sarà anche la nuova Iri, ma con la stessa quota di Intesa e Fondazione Cariplo vi partecipano Unicredito e Fondazione Crt. Bazolismo? Profumismo? O business?
E’ un fatto che Prodi ha avuto fretta di osannare le nozze tra Intesa e Sanpaolo, peraltro non contestate da nessun grande partito, ma il campione nazionale è figlio della svolta in Banca d’Italia, avvenuta più per impulso di Giulio Tremonti che del centro- sinistra. Alessandro Profumo ha spinto Unicredito in Baviera anche perché il governatore precedente, Antonio Fazio, gli aveva negato ogni chance in Italia. Con Hvb ha avuto ragione, e ora può tentare un secondo colpo in Europa: si parla di Société Générale, Abn Amro o Barclays. Governante Mario Draghi, la Banca d’Italia ha lasciato liberi tutti e tutti, finora, sono rimasti al di qua delle Alpi. La liberalizzazione del mercato dei diritti di proprietà non ha determinato un’internazionalizzazione virile, ma una concentrazione domestica. Può non piacere, ma era scritto nelle dimensioni di partenza delle banche italiane e nella maggior facilità con cui si guadagna sul mercato conosciuto.
In questa concentrazione Bazoli ha avuto un ruolo centrale sull’asse Milano- Torino, e anche su quello Brescia-Bergamo con la fusione Banca Lombarda-Bpu. Che Bazoli abbia cura della Lombarda, di cui è uno storico vicepresidente, è un fatto. Che nessuno abbia lanciato un’Opa sulla fino a ieri scalabilissima banca bresciana, è un altro fatto. E dipende da chi è rimasto al palo. A meno che non si sospetti che l’apertura della Banca d’Italia non sia così piena come sembra. La concentrazione delle attività bancarie eccede in diverse zone i limiti antitrust. L’Autorità di tutela della concorrenza sta provvedendo senza complessi. Ma nella teoria del Bazolismo questo importa poco. Conta la potenza di fuoco a fini di potere. Ed è qui che Intesa Sanpaolo va vista da vicino.
La sua «batteria di partecipazioni» è assai meno impressionante di quella di Unicredito e Capitalia. Se si considera il complesso delle partecipazioni in società quotate, Intesa ne ha per 2,6 miliardi, comprendendo anche i pegni e le posizioni di trading, che rappresentano il 3,5% del suo valore di Borsa; Unicredito ne ha per 4,9 miliardi e siamo già al 6,5% e Capitalia ne ha per 3 miliardi, pari al 16% della sua capitalizzazione. Se si passa alla qualità delle partecipazioni, si nota che Unicredito e Capitalia esercitano un’influenza diretta in Generali e in Mediobanca e, attraverso Mediobanca, ancora nelle Generali, in Rcs Media- Group, Pirelli, Telecom. Nel 2003, avevano preso l’impegno di ridurre nettamente la loro partecipazione in piazzetta Cuccia per l’evidente conflitto di interessi. E provvisoria doveva essere la presenza in Generali. Impegni disattesi.
Profumismo?
Geronzismo? Intesa ha un maggior numero di partecipazioni, ma piccole e spesso in società minori: tra le maggiori c’è il 18% di Carifirenze, portato in dote dal Sanpaolo che non è mai riuscito a scalzare la fondazione locale.
Bazoli può contare sulla Mittel che, se assorbirà Hopa, diventerà Super Mittel. Potrà fare concorrenza a Mediobanca, ma da una base patrimoniale assai più modesta e con un ceto professionale da inventare. Il valore di Super Mittel, del resto, non supererà la metà degli attivi netti di Romain Zaleski. Questo anziano finanziere franco-polacco ha fatto molte operazioni, non certo tutte, a lato di Intesa. Fra le altre, è entrato in Generali. Ma, anche contandolo assieme alle fondazioni milanesi e torinesi, non solleva il fronte Bazoliano a Trieste oltre l’8-10% quando Mediobanca-Capitalia-Unicredito possono contare sul doppio. Intesa ha finanziato, non da sola, la crescita di un signore che è suo azionista e azionista dei suoi azionisti. Ha cioè fatto in un caso quello che fa da sempre su larghissima scala Mediobanca e, su scala minore, fa pure Capitalia. A differenza dei debitori di riferimento di Mediobanca e Capitalia, Zaleski non è quotato. E tuttavia, avendo debiti per 7 miliardi e attività per 11, sarebbe il caso che presentasse comunque un bilancio consolidato.
Detto questo, Intesa Sanpaolo resta una grande novità, che ha cambiato gli equilibri di potere per il suo peso nell’erogazione del credito e nella fornitura dell’equity alle imprese che, se andrà come con Piaggio, sarà a scopo di lucro. Più del fantasma politicizzante del Bazolismo, è questa la novità reale che sollecita aggregazioni nel triangolo Capitalia- Mediobanca- Generali. Dove non è ancora stato colmato il vuoto strategico lasciato dalla scomparsa di Enrico Cuccia e dal ritiro di Vincenzo Maranghi, forzato dalla Banca d’Italia di Fazio. Nuovi poli come Unicredito e Intesa Sanpaolo potranno offrire le pietre di paragone per risolvere gli storici conflitti d’interesse dentro questa storica filiera nel segno dello sviluppo delle imprese più che in quello della conservazione del potere. E se questi sono i termini della questione, a Bazoli Prodi servirà comunque poco e a Prodi sarà più utile un Follini di un banchiere.