Varie, 24 febbraio 2007
Tags : Vittorio Ripa Di Meana
RipaDiMeana Vittorio
• Roma 19 settembre 1927, Roma 28 dicembre 2008. Avvocato. «Era l’uomo che consentiva di coniugare il cognome Ripa di Meana alla parola riservatezza. [...] l’unico a poter essere chiamato semplicemente ”l’avvocato”, senza paura di essere confuso con Gianni Agnelli. In realtà quell’appellativo professionale serviva a garantirgli un posto a parte in una famiglia così numerosa e così protagonista [...] Col fratello Carlo, quasi coetaneo, non c’era proprio sintonia. Votato quest’ultimo al palcoscenico della politica, dal Pci al Psi, ai Verdi, ha preferito sempre l’appartata e sostanziale gestione del potere. Forse per questo Vittorio Ripa di Meana – figlio di un’aristocratica famiglia piemontese radicata a Roma – aveva orientato giovanissimo i suoi studi di giurisprudenza, spingendoli nei terreni più difficili ed esclusivi, quelli del diritto societario, commerciale e industriale. Così mentre Carlo scandiva la sua carriera diventando ministro dell’Ambiente e commissario europeo, Vittorio aveva affiancato all’attività forense – mai interrotta – la presenza nei consigli di amministrazione delle società che contano: le Generali, Capitalia, di cui ha presieduto a lungo il patto di sindacato, il mondo dell’editoria e della finanza, fino alla vicepresidenza del Fondo per l’ambiente italiano (Fai). stato a lungo a fianco di Carlo De Benedetti e non solo nel gruppo Espresso, così come nel consiglio di amministrazione dell’agenzia Ansa. Grande amico di Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, scelse per il suo studio un elegante appartamento di piazza dei Caprettari, vicino agli uffici del principe. Conosceva bene il mondo della comunicazione, tanto da risultare uno dei potenti meno inclini a rilasciare facili dichiarazioni. Solo una volta si è lasciato tentare dall’avventura politica, in quella stagione dell’incertezza – siamo nel 1993 – che assisteva alla dissoluzione del mondo partitico che l’Italia aveva conosciuto per decenni. Si candidò a sindaco di Roma nella tornata che avrebbe visto prevalere una sinistra sorpresa con Francesco Rutelli, nello scontro con Gianfranco Fini affrancato dal ghetto dell’Msi. Guidava una lista civica, l’Alleanza Laica-Riformista, presentato da Bruno Visentini e lo fece con orgoglio ”per vincere”, non per ”una battaglia di testimonianza di esuli”. Non fu un successo, ma anche nell’Aula Giulio Cesare portò una testimonianza di concretezza: la sua idea di Distretto federale per Roma è ancora oggi una delle meno fumose per dare un assetto credibile alla Capitale [...]» (Paolo Fallai, ”Corriere della Sera” 30/12/2008).