Varie, 24 febbraio 2007
NAGEL
NAGEL Alberto Milano 7 giugno 1965. Manager. Dal 2007 Consigliere delegato di Mediobanca (in pratica il responsabile della gestione dell’istituto). Laureato alla Bocconi, in Mediobanca dal ”91, ha percorso qui tutti i gradi fino a ricoprire, dal mese di aprile del 2003, la carica di Direttore Generale • Grande nemico di Matteo Arpe: «[...] sono nati nello stesso vaso e cresciuti nella stessa terra. Si sono formati alla scuola di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi. Laureati in Bocconi con il massimo dei voti, sono quasi coetanei visto che Arpe è nato nel novembre del 1964 e Nagel nel giugno del 1965. Arpe è entrato in Mediobanca immediatamente dopo la laurea, nel 1987, Nagel quattro anni dopo. La maggiore anzianità di servizio, e soprattutto la stima di Enrico Cuccia che lo considerava suo pupillo, rendevano l’attuale amministratore delegato di Capitalia il predestinato, quello che avrebbe affiancato Vincenzo Maranghi. Non è andata così. Nel 1999 Arpe, già in odore di eresia per il suo atteggiamento molto critico nei confronti del capitalismo famigliare, compie peccato mortale. Forte dei 200 miliardi di lire fatti guadagnare alla società grazie alla consulenza prestata alla razza padana nell’opa Telecom (è nella sua stanza che si contano le adesioni all’offerta di Roberto Colaninno e si festeggia), chiede un avanzamento di grado. Per Maranghi, abituato a dare le promozioni senza che queste venissero richieste, si tratta di un gesto inconcepibile. Su questo rompono. Fu Nagel a diventare direttore generale [...] La poca simpatia dell’uno è ricambiata dall’altro: Nagel giudica un po’ eccessiva la cura di Arpe per se stesso. Ma tolte queste contrapposizioni, frutto di vecchie ruggini e di un differente modo di vedere la vita, rimane il fatto che i due hanno più punti di contatto che differenze. Da Maranghi hanno ereditato una naturale predisposizione al cattivo carattere che rende le loro arrabbiature temute dai collaboratori e quasi mitologiche nelle narrazioni di chi vi assiste; da Cuccia il culto della memoria e della vendetta. Fieri della loro educazione professionale, guardano con atteggiamento altero la quasi totalità dei loro colleghi. In particolare non piacciono loro i ragazzi cresciuti in McKinsey: Corrado Passera, innanzitutto, ma pure Alessandro Profumo (anche se l’ad di Unicredit ai loro occhi si è fatto finalmente banchiere dopo l’acquisizione tutta di mercato di Hvb), Vittorio Colao e Mario Greco. La radicale ortodossia mediobanchesca che li ha forgiati li porta a celare gli indizi riguardo alle loro idee politiche. In guardia dai francesi Pur avendo il pedigree da reazionari, sono stati gli artefici di quella rivoluzione che è stato l’inizio del tramonto del capitalismo famigliare. Nagel ha giocato il ruolo del poliziotto buono, Arpe, temuto per il suo stile negoziale, quello del poliziotto cattivo. Le trattative, in particolare con Cesare Romiti e con Luigi Lucchini, quando entrarono in crisi i rispettivi gruppi, sono state condotte con una durezza al limite della brutalità dagli uomini di Capitalia, che non hanno mollato fino alla resa dei loro avversari. E lo stesso trattamento Arpe lo avrebbe riservato anche agli Agnelli, i quali però anche nei momenti di maggiore difficoltà di Fiat non cedettero all’ipotesi di abbandonare le partecipazioni considerate strategiche, a partire da Rcs, qualora Marchionne avesse fallito. Oggi i due eredi di Cuccia si trovano al centro degli snodi di tutti i più intriganti progetti di integrazione bancaria. Con il dettaglio, non trascurabile, che tutti i dossier finora prospettati li vedrebbero in teoria soccombenti. Finora i due sono riusciti a compiere imprese ritenute difficili. Il primo ha riportato al successo una banca altrimenti votata alla scomparsa. Il secondo ha traghettato Mediobanca nel ventunesimo secolo, tracciandone un profilo nuovo. Arpe e Nagel sono due uomini di potere che non hanno alcuna intenzione di farsi da parte. Arpe è un abile giocatore (lo ha dimostrato tenendo testa alla personalità di Cesare Geronzi per tutti questi anni), ed è uomo di decisioni rapide. Quando ha saputo che Gerardo Braggiotti guardava al dossier CapIntesa, ha creduto che i francesi si stessero muovendo e ha reagito superando la soglia del due per cento nell’azionariato di Intesa, bloccando i milanesi. [...]» (’Il Foglio” 16/3/2006).