24 febbraio 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 26 FEBBRAIO 2007
«Io voglio una maggioranza certa che deve basarsi sul voto di 158 senatori eletti e non sui senatori a vita»: è questa la condizione posta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel rinviare alle Camere il governo. [1] La soluzione trovata (i dodici punti dettati da Prodi per ricominciare approvati dai partiti della coalizione) è quella proposta giovedì scorso dal presidente del Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy al Corriere: «Io la butto lì: Prodi mette a punto un nuovo programma che spazza via ogni ambiguità su temi come le infrastrutture, la previdenza, le missioni in Iraq e Afghanistan, poi chiede alla coalizione di sottoscriverlo e su questa base si presenta in Parlamento a chiedere la fiducia». Ai dubbi dell’intervistatore Enzo D’Errico («e lei crede che, ad esempio, Verdi e Rifondazione accetterebbero un sì deciso alla Tav o una linea diversa in politica estera?»), aveva risposto: «Non lo so, ma qual è l’alternativa? Con un governo di centrodestra le cose andrebbero peggio. E credo sia chiaro a tutti che il Polo oggi vincerebbe le elezioni». [2]
Resta però il problema dei numeri che al Senato sono sempre scarsi e non mettono in condizione Prodi di governare tranquillamente. Andrea Manzella: «Il Senato italiano è l’unica assemblea al mondo in cui il governo può perdere anche quando vince. La crisi è infatti scoppiata perché la mozione della sua maggioranza aveva avuto 158 voti a favore e 136 contro. Una differenza di 22 voti che sarebbe stata una buona vittoria in qualsiasi aula parlamentare planetaria. Compresa, per non andare tanto lontano, la nostra Camera dei deputati. Ma al Senato, no: è una sconfitta. Perché? Perché a quei 136 voti contrari vanno, per prassi, sommati i 24 senatori astenuti (e dunque 160 è più di 158)». [3] Gianluca Luzi: «161 è il numero di senatori che l’Unione ha garantito al presidente Napolitano: 157 (compresi i dissidenti) eletti nel centrosinistra e quattro a vita». [4]
I senatori eletti sono 315, quelli a vita 7. Totale: 322. Quando c’è il plenum di votanti in aula (321, il presidente Marini per prassi non vota), la maggioranza assoluta è di 161 voti. In caso di assenze il quorum scende. Lo scorso 19 maggio, quando fu votata la prima fiducia, l’Unione prese 157 voti, più quelli di tutti i 7 senatori a vita, più l’indipendente Luigi Pallaro. Totale: 165. [5] Adesso i senatori dell’Ulivo sono 100 (il 101° è Marini). Rifondazione comunista ne conta 27 (compreso Turigliatto, uno di quelli che hanno fatto cadere Prodi). Il cartello Verdi-Pdci ne annovera 11 (compreso il dissidente pentito Fernando Rossi, altro killer di Prodi), le Autonomie ne schierano 10, l’Udeur 3, l’Italia dei Valori 4. Totale: 155. [4] Sergio De Gregorio, ex dipietrista, ormai è più di là che di qua. Potrebbe pure votare per Prodi, ma alle sue condizioni. Ad esempio «Che si mettano da parte i Dico». [6] Il suo voto sarà rimpiazzato da quello di Marco Follini, leader dell’Italia di mezzo. Pallaro, il vecchio stramiliardario di Buenos Aires eletto come indipendente, ha sempre votato con l’Unione, ma la sua fiducia ha un prezzo (per approvare la Finanziaria chiese 14 milioni per gli italiani all’estero). E ha un prezzo pure il voto dell’autonomista siciliano Giovanni Pistorio (unico assente il 19 maggio): il suo leader Raffaele Lombardo ha chiesto in cambio «il Ponte sullo Stretto». Quindi per arrivare a 158 (157+Marini) come chiesto da Napolitano serve il voto di uno tra De Gregorio e Pallaro. [7]
Dei sette senatori a vita, sono sicuri solo quattro voti: Ciampi, Colombo, la Montalcini (purché torni in tempo da Dubai), Scalfaro (purché gli passi la febbre). Cossiga e Andreotti sono «ballerini». Pininfarina? «Non viene... Si spera», ha pronosticato Luciano Violante. [7] Gianfranco Fini: «Se un senatore a vita è determinante in una votazione per approvare, che so, la riforma delle pensioni, o per confermare la presenza di militari in Afghanistan, non c’è motivo per protestare. Ci può essere un problema di opportunità, ma nulla più di questo. Se al contrario anche un solo senatore a vita è determinante a far nascere un governo che si forma sulla base di una precisa condivisione del programma politico, allora siamo in presenza di una grave anomalia democratica». [8]
I senatori a vita sono un’anomalia quasi esclusivamente italiana che da semplice retaggio del sabaudo Senato del Regno si è trasformata, dopo le ultime elezioni, nell’ago della bilancia della politica. Il costituzionalista Michele Ainis: «Se si vuole usare un’immagine, si può dire senz’altro che i senatori a vita indossano una doppia camicia, quella di normali parlamentari con gli stessi diritti e doveri degli altri e quella di singole, eminenti, personalità che non possono essere vincolate in una disciplina di gruppo o di partito». Cesare Mirabelli, ex presidente della Consulta, dice che per i senatori a vita è valido il principio che si possa contarli, di qua o di là, «solo nel momento che esprimono il loro voto, prima si può fare solo una valutazione probabilistica». [9]
Alla fine la maggioranza dovrebbe essere la stessa che c’era prima. Augusto Minzolini: «Con gli stessi numeri che non hanno funzionato». [10] Marzio Breda: «Come si fa a fidarsi davvero, se i numeri non cambiano? Con quali chance Romano Prodi può puntare a una ripartenza, dopo tre sconfitte in nove mesi, se non potrà contare sull’innesto di almeno sei-sette senatori?». [11] Per il presidente del Consiglio resta il rischio di «finire nel trappolone». Fabio Martini: «Lo scenario paventato da Prodi è quello di accettare il nuovo giro di pista, fidarsi di chi gli dice ”i numeri ci sono”, ma poi ritrovarsi affondato in Parlamento. ”Sarebbe peggio che uscire subito di scena”». [12] Un senatore amico del presidente del Consiglio: «Se dura solo pochi mesi, è finito per sempre». [13]
Nei prossimi giorni Prodi dovrà tenere sotto «controllo» i senatori ballerini e registrare meglio le tre novità di questa nuova, incertissima stagione. La prima riguarda Follini, destinato ad assumere un ruolo politico di frontiera. Martini: «La seconda novità riguarda la presa d’atto - che sarà pubblicamente annunciata - del fatto che al Senato i margini di maggioranza sono ristrettissimi e che dunque il governo si prepara ad aprire il confronto ”sui grandi temi”, per i quali - come dice il ministro per i Rapporti col Parlamento Vannino Chiti - ”saranno possibili intese con le opposizioni”. Terza novità della nuova fase, la definizione più puntuale di quel ruolo da ”dittatore democratico” che, Prodi lo sa, rischia di allentarsi alla prima curva». [12] Edmondo Berselli: «Nessuno sa, tanto per dire, se superato il punto di svolta, e riguadagnato un consenso parlamentare, il rinato governo Prodi possa portare a casa il rifinanziamento della missione in Afghanistan». [14]
Adesso si punta a ottenere la fiducia, poi si vedrà. Amedeo La Mattina: «Poi si vedrà anche sul decreto di rifinanziamento della missione afghana, mentre in un primo momento le due cose erano strettamente legate. Quello che dicevano, dal premier fino ai capigruppo della maggioranza, era che non bastava far ripartire l’esecutivo: era necessario garantire i voti per la sua continuazione, a cominciare dalla politica estera. Ora, è vero che nei 12 punti del programma sottoscritti l’altra sera a Palazzo Chigi c’è in testa la politica estera. Ma quello che non c’è è la certezza di una maggioranza autosufficiente per l’Afghanistan, appunto, e per andare avanti nel tempo. Il nodo Afghanistan, ha detto Fassino, si affronterà quando arriverà al pettine. La priorità adesso, per il segretario dei Ds, è quella che il governo ottenga la fiducia alle Camere». [15] Berselli: « meglio tirare a campare che tirare le cuoia, secondo la classica espressione di Giulio Andreotti». [16]
Può essere che il governo ottenga una rinnovata fiducia e, magari, superi persino la prova del voto sull’Afghanistan. Luigi La Spina: «Può essere che Prodi possa pure affrontare, anche se non si vede come, l’arrivo della legge sui ”Dico” in Parlamento senza uno squagliamento della sua maggioranza, ma tutte queste ipotesi sono legate a un’unica certezza: lo stallo della politica italiana resterà assoluto finché non si cambierà la legge elettorale. Anche nuove elezioni, infatti, non muterebbero lo scenario, perché se è vero che il centrodestra, pur privo dell’Udc di Casini, potrebbe oggi confidare nella vittoria, una campagna elettorale all’insegna del ritorno di Berlusconi potrebbe avere un esito, al Senato, simile a quello attuale, sia pure a parti invertite». [17]
Questa legge elettorale, si dice, non permette di vincere le elezioni al Senato. Manzella: «Lo impedisce perché si prevedono diciassette ”premi di maggioranza” regionali. E questi si eliminano a vicenda e la loro somma algebrica non può determinare quel margine in più che garantirebbe al Senato di funzionare. Quindi abbiamo una Camera che assicura la maggioranza e un Senato che la contraddice. E non per scelte imprevedibili del corpo elettorale ma per artificiose malformazioni della legge». [3] Mastella: «Quella che c’è oggi, che chiamano ”la porcata”, è stata fatta dai partiti maggiori del centrodestra con la connivenza dei partiti maggiori del centrosinistra. Adesso, sono tutti contro. Certo, Prodi si rafforza se fa la legge elettorale. Ma col rispetto di tutti, con equilibrio». [18]
«Se il voto di mercoledì scorso al Senato, è stato l’appello per il governo. Un eventuale prossimo incidente sarebbe la cassazione», ha detto Napolitano durante le consultazioni. [19] Paolo Passarini: «La sua preoccupazione è doppia: che un nuovo capitombolo a breve termine del governo Prodi metta a repentaglio la credibilità sua e dell’istituzione che rappresenta; e che, di conseguenza, si determini la fine precocissima della legislatura». [20] La Mattina: «Come andrà a finire è ancora tutto da verificare. Certo è che l’Unione deve evitare a tutti i costi le elezioni anticipate: deve darsi tre mesi di tempo per far nascere il Partito Democratico, superare la boa della prossima Finanziaria, e poi, con una nuova legge elettorale andare magari alle urne. Incrociando le dita». [15]