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 2007  febbraio 23 Venerdì calendario

WALTER VELTRONI

A cinque anni e mezzo scoprii cosa è il setto nasale. Scoprii che qualcosa con un nome così portentoso poteva rompersi, come un giocattolo o una bicicletta. Il portatore sano, fino al cinquantaseiesimo, dell’indispensabile setto, si chiamava Lorenzo Buffon. Era portiere, come l’odierno aitante Gigi, segno che c’è una predisposizione dei cognomi per i ruoli. Giocava, l’Italia, con l’Inghilterra. Io avevo appena imparato a leggere e scrivere e usavo questo scoperto potere per formulare su ogni quaderno possibile ogni tipo di formazione immaginabile. Vorrei dire che ero stato mandato a scuola un anno prima, proprio per questo me la ricordo perfettamente, quella partita.
Si giocava all’Olimpico e la città, che per me allora coincideva con casa mia, attendeva il momento con emozione. Gli inglesi erano la nostra bestia nera. Grande squadra, con a centrocampo Haynes, Flowers e Bobby Charlton. Davanti, due che sarebbero stati acquistati pochi mesi dopo da Milan e Inter, Greaves e Hitchens. I nostri azzurri non erano da meno. Oddio, non che fossero tutti proprio prodotti dello Stivale. Omar Sivori e Francisco Lojacono erano argentini. Ma l’Italia si giovò, per una volta, di essere un Paese di emigranti. I due erano spavaldi, irriverenti.
Sivori, in particolare, coltivava una meravigliosa cattiveria. Aveva i calzettoni giù, come a dire ai difensori avversari «picchiami quanto ti pare», ed era perfido, scorretto, cattivo d’animo calcistico. Ergo, uno spettacolo a parte. Se un terzino gli stava antipatico era capace di fargli venti tunnel e cinquanta sfottenti dribbling. Era piccolo, una massa di capelli alla Jimi Hendrix sulla testa, e picchiava come un fabbro di classe. Era un genio, anche nelle scorrettezze. Ogni tanto perdeva la «brocca» e scatenava delle risse da saloon. Una volta John Charles lo prese a schiaffi in campo. Aveva esagerato a scalciare il prossimo e allora il gigante John, un centravanti alto e buono come il pane, lo mise a posto come un padre avrebbe fatto con un figlio discolo.
Comunque nel primo tempo Sivori aveva pareggiato il gol di Hitchens, un biondo al quale piacevano le auto e la vita bella. L’Italia sembrava, come ha scritto Brera, non provare nessun «inferiority complex», giocava con sicurezza. Il pubblico cominciò a credere che ce l’avremmo fatta a battere gli inglesi che, in fondo solo quindici anni prima, ci apparivano perfidi. I bianchi reagirono e più volte arrivarono vicino alla porta difesa da Buffon. Ma lui, che era noto anche per un flirt con una valletta di Lascia o raddoppia, parava tutto. Era specialista in uscite spericolate sui piedi degli attaccanti avversari. Errori tattici dell’allenatore italiano liberavano spesso i nostri avversari nell’area. Sempre Buffon si gettava ad abbrancare la palla. Ma all’undicesimo del secondo tempo scambiò generosamente il possesso della sfera di cuoio con il proprio setto nasale, che lasciò in frantumi sul piede di uno dell’attacco bianco. I massaggiatori si affannarono sul suo viso ma il nostro eroe, bello ed elegante, dovette uscire dal campo, tra gli applausi di un pubblico ammirato per il coraggio e la bravura del suo numero uno.
A questo punto va fatta una premessa: allora le regole non erano come oggi. Un infortunio era una tragedia. Le sostituzioni non si potevano fare, si poteva finire in dieci o in nove. E spesso capitava che un dolorante portiere dovesse lasciare la sua maglia a uno spaesato attaccante. Così fu, nel campionato italiano, fino al 1968. Anno che si ricorda per questo. I giocatori, allora, si sacrificavano anche a continuare nonostante l’infortunio. Questo attribuiva un carattere eroico al gesto di chi si disponeva, di solito, all’ala. Era specialista in questo Giacomo Losi, arcigno difensore scarsocrinito della Roma. Molte volte si dispose, anche con una gamba sola funzionante, nella zona di attacco del campo. Una volta, se ben ricordo, segnò pure. Anche per questo fu definito «er core de Roma».
Anche «er core de Roma» vide il numero uno azzurro lasciare il campo e rivolse il suo sguardo alla panchina. Perché la partita era amichevole e le due federazioni avevano concordato tra loro che il portiere sarebbe stato sostituibile. Entrò allora Vavassori, uno dei portieri della Juventus di quegli anni. L’altro era Carlo Mattrel, avevano una elegantissima maglietta bianca con due v nere al colletto che io avrei voluto anche per dormire. Due ottimi giocatori che il destino ha voluto avessero vite corte.
Insomma Vavassori entrò e poco dopo la nostra squadra si portò addirittura in vantaggio con un bel gol di Brighenti, uno con la faccia da ciclista, da «italiano in fuga». Ma in dieci minuti successe l’irreparabile, ma non l’imparabile. Infatti prima Hitchens e poi Greaves beffarono il portiere di riserva azzurro con due tiri facili ma resi impossibili dall’emozione di quel ragazzo biondo e gentile. Lo stadio si gelò e su quel povero uomo crollò un mondo. Buffon aveva rotto il setto nasale ma ora a sanguinare era il cuore di quel giovane e bravo portiere. Quel giorno alla televisione io non avevo occhi che per lui. D’altra parte a scuola, per molti anni, mia madre avrebbe sentito dire dagli insegnanti che «ero tanto sensibile».
Quel ragazzo aveva avuto l’occasione della sua esistenza e tutto gli era sfuggito in nove minuti di vita. Cosa avrà pensato, raccogliendo la palla nella porta violata? E quanto saranno durati, per lui, i quattro minuti che separarono l’ultimo gol degli inglesi dal termine della partita? Cosa avrebbe detto ai compagni di squadra? Vavassori capì che il suo nome sarebbe, per sempre, stato associato a quell’infortunio? Che per anni, finché la memoria non avesse cancellato tutto, sulla spiaggia o al mercato qualcuno certamente gli avrebbe chiesto di quei nove minuti? Era un ottimo portiere, quel ragazzo sfortunato. E io scrivo in suo elogio, quarantacinque anni dopo.A differenza di altri paesi, l’Italia non ha subito recepito la contaminazione tra letteratura e calcio. Molto è cambiato dopo gli scritti di Soriano, Galeano, Hornby e Vázquez Montalbán. Con loro la letteratura calcistica è diventata un genere, prima di nicchia e poi (fin troppo) frequentato anche da grandi firme. Come quelle che compaiono in La matematica del gol, che esce oggi da Fandango (libro + dvd, pp. 184, e20), un’antologia di 16 racconti di cui fanno parte, tra gli altri, Gianni Biondillo, Marco Lodoli, Edoardo Nesi, Francesco Piccolo, Andrea Scanzi, Sandro Veronesi e Walter Veltroni (in questa pagina il brano del sindaco-scrittore, nella foto). Al libro è abbinato un documentario di Umberto Nigri, Con la mano di Dio, che parte dal gol di mano di Maradona ai Mondiali dell’86 per arrivare alla guerra delle Falkland. Ed è probabilmente questo l’unico modo per raccontare, oggi, il calcio: usarlo come pretesto per discorrere d’altro.