Lucia Annunziata, La Stampa 23/2/2007, 23 febbraio 2007
Curiosamente, mentre quasi tutti sembrano assumere come probabile un ritorno a Palazzo Chigi di Romano Prodi, molti dei suoi amici non sono del tutto convinti di sapere fino in fondo cosa davvero voglia fare Romano
Curiosamente, mentre quasi tutti sembrano assumere come probabile un ritorno a Palazzo Chigi di Romano Prodi, molti dei suoi amici non sono del tutto convinti di sapere fino in fondo cosa davvero voglia fare Romano. Cosa davvero pensa, come davvero sta?, si chiedono. Domanda non secondaria, che circola nelle stesse segreterie dei partiti: la soluzione di una crisi, infatti, come sanno gli osservatori avveduti, passa anche attraverso le convinzioni, le caratteristiche, nonché le ossessioni, dei vari protagonisti. In particolare se si parla di Romano Prodi, uomo solo apparentemente tranquillo, il cui umore, negli incontri informali, viene descritto come «altalenante». Fa notare un amico, senatore: «A Romano molte cose si possono rimproverare, ma non la incoerenza» - e incontriamo qui uno di quei fattori di continuità di cui si parlava prima - «nel ”98 Prodi preferì la crisi alla scelta di formare una maggioranza che non era quella affidatagli dalle urne; oggi questa idea non l’ha cambiata». Un suo eventuale ritorno al governo è dunque «legato solo alla possibilità di considerare la maggioranza quale è oggi: mettendo insieme i pezzi che ci sono, con delle lievi modifiche». Ma quanto durerebbe una maggioranza così limitata? E qui si presenta il dilemma: accettare la sfida, anche di pochi mesi? O lasciare subito? I vantaggi del primo e del secondo caso sono ovvi: «il primo gli offre quella chance che si merita. Ma, se dura solo pochi mesi, Prodi è finito per sempre. Se invece si ritira adesso, come fece nel 1998, conclude il suo incarico ma non brucia nulla del suo potenziale». Aggiunge il senatore: «Dopo tutto, è riuscito a tornare a capo dell’Ulivo proprio perché nel ”98 uscì di scena limpidamente». Non ci sarebbe certo modo o tempo per Prodi di tornare, stavolta come premier, in futuro - ma un ruolo forte nella sinistra lo avrebbe di sicuro: «Ad esempio, se lasciasse oggi con un taglio netto potrebbe diventare il capo del Partito democratico». Che differenza c’è fra un governo istituzionale e un governo di larghe intese? Nelle chiacchiere politiche si usano spesso in queste ore le due definizioni in maniera intercambiabile: in effetti, si fa notare, sono due concetti profondamente diversi, e non solo in termini costituzionali, ma anche e soprattutto politici. Nella geografia della soluzione della crisi, questa differenza può essere riassunta in due nomi, che ufficialmente non ci sono, ma che circolano vorticosamente nella società romana: Franco Marini e Giuliano Amato. Se (facendo questa ipotesi che non appare vicina ma che è comunque sul tavolo) venisse affidato l’incarico al presidente del Senato, l’operazione profilerebbe di fatto l’avvio di un governo di larghe intese: cattolico, pontiere per eccellenza, è infatti il soggetto perfetto per aprire una strada di grandi dialoghi. Se (per la stessa ipotesi futuribile) l’incarico venisse dato a Giuliano Amato, si tratterebbe di un governo istituzionale - la personalità, la storia, del ministro degli Interni lo riportano nell’ambito dei «tecnici» più che dei partiti. La differenza è estremamente chiara ai politici dell’Ulivo. Anna Finocchiaro potrebbe essere incappata nel primo grande stop a quella brillante ascesa cui era stata destinata con la nomina di capo della delegazione dell’Ulivo a Palazzo Madama. Gli orientamenti di Rossi e Turigliatto non erano sconosciuti: come è stato possibile farsene sorprendere? L’incidente non è isolato, mugugnano dentro i Ds: che dire dell’approvazione della mozione della Cdl per Parisi pochi giorni fa? Il ruolo di gestire il terreno del Senato non è facile, ma se lo fosse stato, si sottolinea, non sarebbe stato così alto l’onore di ottenerlo. Stampa Articolo