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 2007  febbraio 23 Venerdì calendario

HUGO DIXON

Se si immerge una rana in una pentola di acqua bollente, questa cerca di lasciare il contenitore all´impazzata. Se la si pone in una pentola di acqua fredda che viene riscaldata lentamente, l´animale si lascia cuocere fino alla morte senza reagire. C´è da sperare che le dimissioni di Prodi sfocino in una catarsi del pasticcio politico ed economico che ha zavorrato l´Italia per molti, troppi anni, evitando così che il Paese finisca in pentola. I nove mesi di Prodi sono stati senza infamia e senza lode, caratterizzati da poche idee radicali di riforma economica e da una turbolenta coalizione di centro-sinistra che, anche quando riusciva a trovare un accordo, poteva contare su una striminzita maggioranza al Senato. A Prodi non si rimprovera soltanto l´incapacità di aver dato vita a riforme di rilievo, ma anche l´ingerenza del suo governo nella politica industriale. Senza contare l´assenza di progressi da registrare in termini di miglioramento delle deboli finanze del governo: con un debito al 107% del Pil l´Italia è il peggiore tra tutti i paesi europei, se si esclude la Grecia. Per non parlare poi del settore privato, che sembra essersi incagliato nuovamente nei malandati meccanismi di un tempo, come confermano le lotte di potere di matrice bizantina in casa Capitalia. Questo non significa che il predecessore di Prodi, Silvio Berlusconi, abbia fatto meglio. Anzi, per molti versi ha fatto peggio, facendo leva sul suo potere di magnate mediatico per sostenere i propri interessi politici e viceversa. In assenza di chiari percorsi all´orizzonte, ci sarebbe da augurarsi una crisi che producesse una versione italiana del ripulisti stile thatcheriano. Ma per quanto l´Italia sia un paese in difficoltà, la gente tendenzialmente vive bene, di qui lo scarso anelare a leader politici forti in grado di imporre riforme dolorose su spesa pubblica, pensioni e politica industriale.
Per il Belpaese il tempo di bollitura sembra ormai prossimo.
[Parcelle salate]
Gli investitori dei fondi di acquisizioni aziendali sono abituati a pagare cospicue commissioni ai gestori dei loro capitali, ma sono sempre più scontenti degli onorari principeschi delle consulenze prestate dalle società coordinatrici delle acquisizioni; e poiché le grandi acquisizioni non richiedono più lavoro di quelle piccole, spesso i clienti chiedono alle banche d´investimento di ridurre le commissioni a una percentuale del valore delle operazioni. Ad esempio, la tariffa per la recente acquisizione di Equity Office Properties, valutata 39 miliardi di dollari al momento della cessione a Blackstone, sarebbe stata di 40 milioni, ma oltre alle consulenze Blackstone ha chiesto ben 200 milioni. Se è vero che Blackstone ha girato la metà di questi soldi agli azionisti del fondo, ha comunque intascato 100 milioni, ossia circa il triplo della normale tariffa. Tuttavia le commissioni sulle operazioni dovrebbero essere un retaggio del passato. Dopo tutto, le usuali commissioni dell´1,50% sui capitali gestiti, normalmente addebitate da alcuni tra i fondi più grandi di Blackstone o di altre società, rendono più di 200 milioni di dollari all´anno, ai quali si aggiungono le percentuali sugli utili. Alcune società, come Warburg Pincus, non chiedono commissioni sulle operazioni, ma nessuno ha il coraggio di chiedere a Blackstone di cambiare sistema. Qualche investitore mugugna, ma non aspettiamoci che si lamenti in pubblico, perché nessuno vuole essere estromesso dall´esclusivo club dei soci di Blackstone; anzi, fino a quando proseguirà la sua sbalorditiva serie di successi, il colosso delle acquisizioni aziendali potrà permettersi di chiedere le commissioni più salate e nessuno oserà fiatare.
Lauren Silva