Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  febbraio 22 Giovedì calendario

Se il bipolarismo si trasforma in camicia di forza. Il Sole 24 Ore 22 febbraio 2007. I nodi sono venuti al pettine

Se il bipolarismo si trasforma in camicia di forza. Il Sole 24 Ore 22 febbraio 2007. I nodi sono venuti al pettine. Con una legge elettorale come quella del Senato non poteva che finire in questo modo. Da un certo punto di vista la vera sorpresa è che il governo Prodi abbia retto fino ad oggi con un margine di voti così risicato. Adesso il problema è come uscire dall’impasse. E la soluzione non è dietro l’angolo. Il bipolarismo è una gran bella cosa quando funziona ma quando smette di funzionare diventa una camicia di forza. Soprattutto un bipolarismo strutturato sulla base di due coalizioni pre-elettorali cementate da un premio di maggioranza. Adesso la coalizione che ha vinto le elezioni incassando il premio non è più una maggioranza funzionante. In un regime proporzionale puro la soluzione non sarebbe necessariamente il ricorso alle urne. Prima dello scioglimento delle Camere si cercherebbe di formare un’altra maggioranza. Ma come si fa a fare questi aggiustamenti di maggioranza in un sistema in cui gli elettori hanno dato la vittoria ad una coalizione che aveva preventivamente indicato i suoi membri, il suo capo e il suo programma? Certo, da un punto di vista di legittimità costituzionale il problema non esiste. Bipolarismo e premio di maggioranza non hanno cambiato la forma di governo parlamentare. La Costituzione non impone uno scioglimento automatico delle Camere. Il presidente della Repubblica può accertare se vi siano le condizioni per una nuova maggioranza. Ma qui occorre distinguere nettamente il piano della legittimità costituzionale da quello dell’opportunità o forse sarebbe meglio dire della legittimità politica. Il nocciolo del problema sta nel fatto che i partiti dell’Unione hanno vinto le elezioni per pochi voti incassando alla Camera un premio di 31 seggi. Senza il premio di maggioranza l’Unione avrebbe avuto alla Camera 309 seggi contro i 308 della Cdl (senza tener conto della circoscrizione estero). Col premio ne ha avuti 340. I 31 seggi del premio sono stati ripartiti proporzionalmente tra i partiti dell’Unione sulla base della loro forza relativa. Come si fa adesso a giustificare un’eventuale soluzione della crisi in cui alcuni partiti che hanno incassato il premio restano al governo insieme a partiti che erano all’opposizione, mentre altri partiti che hanno incassato il premio vanno all’opposizione? Perché di questo si tratta se si andasse verso la formazione di una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne. Da questo punto di vista il nostro è un bipolarismo rigido. una rigidità dovuta in gran parte alla presenza di un eccezionale livello di frammentazione partitica. Con partiti così numerosi e così piccoli non si è trovato di meglio che ingabbiarli dentro coalizioni pre-elettorali basate sul collegio uninominale (prima) o sul premio di maggioranza (adesso). Sono queste coalizioni che strutturano il bipolarismo e rendono il governo direttamente responsabile davanti agli elettori. Il sistema però funziona bene se al loro interno reggono un minimo di coesione e di disciplina. Quando questo non avviene la rigidità del sistema non è più un vantaggio ma diventa un limite difficile da aggirare. In fondo non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena. Non si può avere un sistema che dà agli elettori la possibilità di scegliere i governi nel momento elettorale e allo stesso tempo dà ai partiti la libertà di fare e disfare i governi dopo le elezioni. E l’attuale sistema proporzionale con premio di maggioranza voluto dalla Cdl è ancora più rigido della vecchia legge Mattarella. In fondo sia nel 1994 che nel 1996, con il vecchio sistema elettorale, il responso delle urne non era stato chiaro. Aggiustamenti post-elettorali erano quindi giustificabili. Ma l’attuale sistema a premio di maggioranza ha espresso alla Camera un verdetto chiaro in termini di seggi, anche se risicato in termini di voti. Non così però al Senato. La lotteria del Senato - denunciata sulle pagine di questo giornale prima dell’approvazione della nuova legge elettorale - ha prodotto un esito per cui il premio di maggioranza non ha funzionato. I 17 premi regionali hanno finito per elidersi tra di loro per cui al Senato il risultato elettorale non sconta nessun premio di maggioranza. A livello regionale i premi sono scattati in alcune regioni ma a livello nazionale il premio è zero. Qui non si può parlare di un mandato chiaro da parte degli elettori. Ma basta questo per giustificare una soluzione della crisi che non corrisponda al verdetto che gli elettori hanno espresso alla Camera nel «giorno del giudizio»? Roberto D’Alimonte