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 2007  febbraio 22 Giovedì calendario

Capitalia, le accuse di Arpe. Milano. L’uscita di scena di Matteo Arpe da Capitalia giunge al passaggio conclusivo

Capitalia, le accuse di Arpe. Milano. L’uscita di scena di Matteo Arpe da Capitalia giunge al passaggio conclusivo. In mattinata, il tema sarà affrontato dall’assemblea del patto di sindacato, nel pomeriggio dal consiglio di amministrazione che ha esplicitamente all’ordine del giorno - oltre all’approvazione del bilancio 2006 - anche la revoca delle deleghe ad Arpe. Una vigilia carica di tensione, perché molti soci avrebbero preferito evitare lo show-down formale negli organi di governo del gruppo. Ma Arpe, almeno fino a ieri sera, ha rifiutato di rassegnare le dimissioni e, a meno di sorprese dell’ultima ora, attende che sia il cda a sfiduciarlo formalmente. Contando forse - come lo stesso Arpe ha evidenziato in una lettera inviata ieri sera ai consiglieri di Capitalia, in cui rivendica la correttezza del proprio operato a favore di tutti gli azionisti - di ribaltare la situazione a proprio favore. Nella missiva, il cui destinatario è Cesare Geronzi, Arpe ripercorre gli eventi degli ultimi giorni, le pressioni per fargli rassegnare le dimissioni, accusando apertamente il presidente del Patto Vittorio Ripa di Meana di «gravi scorrettezze e di comportamenti gravemente lesivi della mia persona». Ripa di Meana, in sostanza, gli avrebbe chiesto lunedì scorso di dimettersi entro le 12,00 di martedì, in modo da poter convocare il patto per giovedì mattina: in realtà, scrive Arpe, i soci erano già stati contattati per la riunione del patto ed erano anche stati informati dell’intenzione del Presidente Geronzi di presentare una relazione sul comportamento dell’amministratore delegato. «Ripa di Meana - dice Arpe - mi ha parlato davanti a un testimone di una incompatibilità con il Presidente, senza fornirmi ulteriori spiegazioni... ha detto che si sarebbe potuta trovare però una buona intesa economica per la mia uscita». Arpe, in pratica, lamenta di essere stato sottoposto a una sorta di ricatto, e per questo non ha voluto arrendersi. Se Arpe terrà davvero duro fino alla fine, e gli azionisti si schiereranno in maniera compatta a sostegno del presidente Cesare Geronzi che punta a estromettere il giovane manager, bisognerà capire con che motivazioni formali patto e cda assumeranno la decisione. Difficile che possano esserci sorprese procedurali, sia per i numerosi pareri legali chiesti dal presidente sia perché la stessa Banca d’Italia avrebbe fatto sapere, informalmente, di non ravvedere problemi per la stabilità della banca. In ambienti vicini ad Arpe, ancora ieri sera, si sottolineava la necessità di un pronunciamento unanime del patto. Unanimità senza la quale l’amministratore delegato non potrebbe essere sfiduciato. E a questo proposito, è da rilevare che ieri sera è circolata un’indiscrezione secondo cui Alfio Marchini avrebbe deciso di non partecipare alla riunione. Il cda, però, può procedere a maggioranza semplice. Si vedrà solo oggi, dunque, se l’uscita di Arpe - che comunque appare inevitabile - avrà strascichi legali o se invece verrà votata all’unanimità da patto e cda. Chi potrebbe sostenere Arpe, differenziandosi dalla maggioranza dei soci vicina a Geronzi? Non gli olandesi di Abn Amro, che ieri non si sono pronunciati ufficialmente, ma che negli ultimi giorni si sarebbero riallineati alle posizioni di Geronzi. Tantopiù che proprio il loro rappresentante di spicco in cda, Paolo Cuccia, subentrerà almeno temporaneamente ad Arpe ereditandone le deleghe operative. Avvicendamento che obbligherà Cuccia a lasciare l’incarico di responsabile dell’investment e corporate banking di Abn Amro Italia. E gli altri soci? La Fondazione Manodori, che la scorsa settimana si era espressa a sostegno del management, ieri ha riunito il cda ma non ha preso una posizione formale a difesa di Arpe, come molti si aspettavano. Nè lo ha fatto la Fondazione Banco di Sicilia, il cui presidente Giovanni Puglisi ieri ha affermato di essere «componente leale del patto di sindacato di Capitalia, riaffermando la centralità dell’intero gruppo che deve prevalere su quella dei singoli». Alessandro Graziani *********** Tci: spezzatino per Abn Amro. Forse Cesare Geronzi non avrebbe mai immaginato che la sua guerra con Matteo Arpe potesse deflagrare a tal punto da coinvolgere mezza Europa. Perchè da Capitalia, il cui titolo anche ieri ha perso l’1,73%, il fronte s’è allargato all’Olanda con l’assedio ad Abn Amro, le cui azioni sono invece volate del 6,1%, alla Spagna del Santander e alla Francia di Vincent Bollorè ai quali sarebbero riconducibili i forti acquisti di titoli Capitalia. Ma la vera novità è l’assedio ad Abn da parte di Tci. La lettera inviata ieri da The Children’s Investment Fund è indirizzata ad Arthur Martinez (presidente del Consiglio dei supervisori) e a Rijkman Groenink, presidente del cda. Il fondo critica la cattiva gestione della banca, il cui titolo «ha reso zero» da giugno 2000 al gennaio 2007 e accusa l’immobilismo dei vertici di Abn invitandoli o &la spezzettare (break up), o a separare (spin-off) o a vendere o a fondersi». Su Capitalia, il fondo è esplicito. «S’è vista una continua speculazione circa la possibile acquisizione di Capitalia. - si legge - Noi pensiamo che tale operazione avrebbe un impatto negativo sulle azioni Abn, date le elevate valutazioni di Capitalia ... e dato il rischio che una acquisizione possa provocare l’uscita da Capitalia del team che con successo l’ha guidata.» La lettera rappresenta anche una esplicita pressione su Groenink a non appoggiare quest’oggi la defenestrazione di Arpe. Su questo punto il fondo Tci trova l’appoggio di alcuni importanti hedge fund italiani. «Come azionista di Capitalia e soprattutto come grosso socio di Abn - ha dichiarato Alessandro Baldin gestore dell’hedge fund di Azimut - sarei quanto meno molto sorpreso se Groenink votasse la mozione Geronzi contro un manager che ha solo creato valore per tutti.» Per ora la lettera ha già sortito un risultato esplosivo, perchè con il 5,2% del capitale scambiato, il titolo Abn non aveva mai visto tanto interesse in Borsa. Walter Riolfi *********** «Signor presidente, non voglio dimettermi». Signor Presidente, mi limito ai fatti. Nella mattinata di lunedì, 19 febbraio scorso l’avvocato Ripa di Meana, in qualità di presidente del patto di sindacato, mi ha voluto incontrare per informarmi della sua richiesta di convocare il patto stesso nella giornata di giovedì 22 febbraio, prima della riunione del consiglio di amministrazione chiamato a deliberare in merito ai risultati 2006. Scopo ed oggetto della convocazione del patto, una sua relazione in ordine alla governance di Capitalia all’esito della quale verrà richiesto al consiglio di amministrazione di revocare le mie deleghe e, quindi, i miei poteri di gestione. L’avvocato Ripa di Meana mi ha suggerito, specificandomi che parlava a titolo personale, di voler considerare l’ipotesi di rassegnare spontaneamente le dimissioni dalla carica attualmente ricoperta, comunicandomi che avrebbe atteso fino alle h. 12.00 di martedì una mia eventuale decisione, essendo quello il termine ultimo per poter convocare la riunione del patto di sindacato prima del previsto cda. L’avvocato Ripa ha peraltro fatto cenno alla possibilità di avviare positivamente una contrattazione sulle condizioni economiche della mia uscita. Ho anticipato al mio interlocutore, di fronte ad un testimone, se potevo conoscere le motivazioni che mi dovevano indurre a considerare tale ipotesi. A tale domanda non ho ricevuto alcuna specifica risposta, avendo lui richiamato una generica ragione di «incompatibilità»tra il presidente e l’amministratore delegato di Capitalia. Ben prima del termine indicatomi e senza che io fossi stato portato a conoscenza delle ragioni di tale revoca, molti dei soci venivano avvertiti dell’imminente convocazione del patto. Nella stessa giornata di lunedì, l’avvocato Ripa di Meana ha chiesto di incontrare il dottor Fabio Gallia, dirigente di Capitalia e amministratore delegato della controllata Banca di Roma, per offrirgli il posto di amministratore delegato di Capitalia, ottenendone successivamente il rifiuto come oggi riportato da tutti gli organi di stampa. Non mi è chiaro in che veste il presidente del patto di sindacato abbia formulato tale offerta, visto che ai sensi di statuto la carica di amministratore delegato è deliberata dal consiglio di amministrazione su designazione del presidente. Si tratta di un atto gravemente pregiudizievole del ruolo e della carica da me ricoperti nella società: appare evidente come tale offerta anticipi sia la volontà del patto di sindacato, ancor prima di essere stato convocato in forma ufficiale, che le valutazioni e deliberazioni del consiglio di amministrazione, unico organo deputato a decidere in ordine alla revoca delle deleghe a un suo membro, sulla base di motivazioni che nessuno, tantomeno il sottoscritto, conosce. Alcune amare constatazioni: Il pormi di fronte all’alternativa secca tra dimissioni o revoca delle deleghe, di inaudito impatto mediatico, senza conoscere i motivi e senza che mi siano stati mossi addebiti o chiesti chiarimenti circa azioni e/o comportamenti miei o del management, rappresenta un palese comportamento di violenza psicologica, lesivo della mia dignità personale e reputazione professionale e volto a costringermi ad un atto che, date le oggettive premesse, sicuramente non potrebbe mai considerarsi spontaneo; La sua convinzione che i membri del patto di sindacato, che in ben due occasioni nell’ultimo anno le hanno confermato la fiducia pur in presenza di circostanze straordinarie, condividano le sue valutazioni senza addirittura conoscere il contenuto della sua relazione, sembra solo evidenziare una sua certezza circa il comportamento dei soci e, successivamente, anche dei membri del consiglio di amministrazione. Tutto ciò premesso, desidero comunicarle che la mia indisponibilità di rassegnare le dimissioni richiestemi si fonda sulla certezza dell’assoluta correttezza dell’operato mio e di tutti i componenti del management della banca che in questi anni hanno svolto il proprio lavoro, in condizioni spesso non facili, con orgoglio, lealtà e dedizione. Questo trascende e va oltre il merito dei risultati raggiunti. Lei sa bene, signor presidente, che tale spirito di massima lealtà istituzionale non è mai venuto meno neppure quando il rispetto di tale valore ha comportato per me rilevanti costi personali. Confido che nelle prossime riunioni vengano osservate le più elementari regole di rispetto umano e professionale e mi sia quindi consentito di conoscere per tempo il contenuto della sua relazione e di poter replicare alla stessa. Da parte mia, non potrò che mantenere un comportamento che anteporrà ad ogni altra considerazione gli interessi e la reputazione della banca. La prego di dare lettura della presente in occasione della riunione del patto di sindacato prevista per il 22 febbraio. La copia per i consiglieri viene trasmessa all’area affari legali e societari affinché possa essere messa a disposizione dei medesimi in vista del prossimo consiglio di amministrazione. Matteo Arpe