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 2007  febbraio 22 Giovedì calendario

ROMA – Sembra una giornata come le altre. Alle otto e dieci di mattina Massimo D’Alema esce di casa per portare a spasso, come sempre, Lulù, la sua cagnetta labrador, talmente affezionata a lui da fargli delle vere e proprie scenate di gelosia quando il ministro degli Esteri indugia a parlare con qualcuno troppo a lungo

ROMA – Sembra una giornata come le altre. Alle otto e dieci di mattina Massimo D’Alema esce di casa per portare a spasso, come sempre, Lulù, la sua cagnetta labrador, talmente affezionata a lui da fargli delle vere e proprie scenate di gelosia quando il ministro degli Esteri indugia a parlare con qualcuno troppo a lungo. In questi casi Lulù abbaia a più non posso per attirare la sua attenzione. Il titolare della Farnesina ostenta gran tranquillità. Non sembra lo stesso D’Alema che di lì a poche ore, dopo il voto del Senato, resterà seduto per tre interminabili minuti con l’aria terrea. Né quello che più tardi dirà a Romano Prodi: «Io da parte mia dopo quello che è successo mi dimetto comunque». Ma alle otto e mezzo di mattina, nel borghese quartiere di Prati, tutto sembra calmo. D’Alema riporta a casa Lulù e si prepara per l’atteso appuntamento con il Senato. Nell’aula di Palazzo Madama il ministro degli Esteri parla, lancia qualche stoccatina, e si lascia andare a un paio di sorrisi ironici conditi con un «diciamo». Tutto normale, tutto come sempre. Eppure già il giorno prima i numeri del Senato apparivano ballerini, con l’irriducibile Fernando Rossi che bloccava le avances di Anna Finocchiaro e Manuela Palermi con un «siete dei dilettanti». Ma D’Alema fa il D’Alema e le cose sembrano scorrere lisce. La sera prima ha parlato con il segretario del Prc Franco Giordano per quasi un’ora e i due avevano trovato un accordo sulle cose da dire in aula. Al Senato parlamentari e addetti stampa fanno e rifanno i conteggi: i numeri tornano, ma un minuto dopo non tornano più. D’Alema si allontana veloce, i giornalisti lo seguono. Un incontro segreto? Macché. «Dovevo fare pipì», sorride lui, lamentando la scarsità di bagni di Palazzo Madama. Scambia qualche battuta con il presidente ds della Commissione Giustizia del Senato, Cesare Salvi, che gli dice: «Oggi ti sei meritato un sei». Il ministro si volta a guardarlo, la bocca atteggiata a un sorriso, ma l’occhio non proprio benevolo. Ancora il D’Alema di sempre. Fino allo scrutinio, preceduto da una replica in cui picchia già duro. Lì arriva lo sconforto. «E’comeunvotodi sfiducia - si confida con un alleato - nei confronti della mia politica estera e del governo». Francesco Cossiga, che pure gli ha votato contro, gli dice: «Massimo non ti dimettere, che altrimenti Prodi diventa l’unico padrone del governo». Ma D’Alema anche questa volta fa il D’Alema. Spiega ad alcuni compagni di partito: «Io sono una persona coerente, che si assume le proprie responsabilità: l’ho già dimostrato». Potrebbe restare fuori dal governo? Per il premier sarebbe un colpo: senza un personaggio di quel calibro, e di quel carisma presso i Ds, il suo esecutivo sarebbe fortemente indebolito. Ma lo staff del titolare della Farnesina smentisce un’ipotesi del genere: D’Alema è ministro degli Esteri e vicepremier di questo governo e ne seguirà le sorti. E a proposito di Prodi e D’Alema: al premier non sarebbe piaciuta la drammatizzazione del voto fatta dal titolare della Farnesina, perché secondo lui ha inevitabilmente prodotto degli effetti dirompenti. I due si parlano e il colloquio non è di quelli propriamente tranquilli. Intanto al Senato Salvi butta lì un’ipotesi: «E’ la stessa situazione del ’98, i protagonisti sono gli stessi - Cossiga, D’Alema e Marini - e lo stesso è il risultato». A qualche metro di distanza il vicecapogruppo dell’Ulivo, il dalemiano Nicola Latorre, si sfoga così: «Occorre una fase nuova». Già, perché non si può andare avanti con qualche voto in più che un giorno c’è e quello dopo manca. D’Alema, invece, la dice così: «Ci vuole una riflessione molto molto profonda. Del resto, quest’esito era possibile. La situazione è quella che è: c’era bisogno di un momento di verità e c’è stato». Quando Giordano va a palazzo Chigi per parlare con Prodi e D’Alema il clima non è dei migliori. «Ognuno - è il succo del ragionamento che fa il ministro degli Esteri - deve assumersi le proprie responsabilità». Rifondazione, che non riesce a tenere a bada i suoi dissidenti, è avvertita. Tensione alta. Confida più tardi D’Alema a un paio di compagni di partito: «Se non si riesce ad avere una maggioranza vera al Senato non escludo che si possa andare a votare, ma questa volta non tutti insieme e quindi rischieremmo di perdere». E quel "non tutti insieme" è ovviamente riferito alla sinistra radicale. La giornata di D’Alema va avanti tra incontri e telefonate, mentre tutti, nonostante le smentite che arrivano, si chiedono se resterà nel governo. E Leoluca Orlando spiega così l’eventuale assenza del presidente della Quercia dall’esecutivo: «Lui - dice - sta lavorando non al domani ma al suo dopodomani». A sera si riuniscono gli organismi dirigenti dei Ds. Piero Fassino ribadisce che «bisogna blindare Prodi», ma accenna anche a possibili futuri scenari nel caso in cui il premier non ce la faccia. Il ministro degli Esteri blocca ogni possibile discussione: «Non parliamo di niente: ora dobbiamo solo pensare a superare questa situazione difficile». Il resto, semmai, si vedrà dopo.