Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  febbraio 22 Giovedì calendario

DUE ARTICOLI (SCHEDA DELLA STAMPA)


ROMA – «Ringraziamo il senatore, oppure la dobbiamo chiamare ex senatore...». Risatina di circostanza. Si spengono i riflettori della quindicesima intervista tv, Franco Turigliatto sale le scale meticolosamente e apre la porta del salone a sinistra dell’Aula. A saperlo, forse, quella maniglia non l’avrebbe nemmeno toccata. Prima passa sotto il naso di Giovanni Russo Spena che gli dedica uno sguardo poco in linea con la non violenza bertinottiana, tradotto burocraticamente nel comunicato che parla di «scelta incompatibile con il partito». Poi gli si fanno incontro i baffoni di Fernando Rossi, l’altro dissidente fatale che nell’intervista del giorno prima gli aveva dato «dell’irriducibile a parole»: «Rischia di perdere il seggio per il ricorso della Rosa nel pugno – aveva detto – figuriamoci se si mette contro il partito». Figuriamoci. Turigliatto gli si fa incontro: «Non ci credevi nemmeno tu, eh? Pensavi che alla fine il risotto l’avrei mangiato pure io. E invece io non ce la faccio più a votare cose che mi fanno schifo. Visto?». Eppure la voce è bassa, il tono più amaro che incavolato. Perché il naufragio del governo Prodi ha il volto mite e lo sguardo timido di questo senatore piemontese dal nomignolo siciliano, il «compagno Turi». Uno che in politica è arrivato dal basso: la passione lo prende nel 1966, sull’onda della morte di Paolo Rossi, lo studente socialista ucciso negli scontri con i giovani di destra alla Sapienza. Poi gli anni da dirigente della Lega comunista rivoluzionaria in cui condannava «L’Italia braccio armato della Nato nel Mediterraneo» (25 marzo 1983 ma sembra ieri), un passaggio in Democrazia proletaria, fino alla nascita di Rifondazione dove diventa responsabile lavoro per il Piemonte. Lavoro, morti bianchi, rapporti saldi con i movimenti anti Tav del Val Susa e poi, per induzione, di Vicenza. Per i compagni un
pedigree perfetto. Con tanto di padre operaio, madre casalinga, figlio 27enne precario, un fratello esperto di cinema che collabora con Enrico Ghezzi a Fuori orario. Unica dissonanza una moglie che lavorava alle Nazioni Unite che però nel frattempo è diventata ex.
Un uomo di partito. Che anche grazie al partito (sotto forma di concorso riservato allo staff dei consiglieri) ha conquistato il posto fisso in Regione alla soglia dei 60 anni ed ora ha il salvagente dell’aspettativa. Ma che alla disciplina di partito non si è piegato, resistendo a tre assalti. La riunione con il gruppo la sera prima («sono stati commoventi i loro sforzi») che gli ha fatto passare una nottataccia in bianco nel suo appartamento di Trastevere. Una telefonata, tutt’altro che commovente, del segretario Franco Giordano: «Mi chiama solo per dirmi che se cade Prodi arriva l’apocalisse». E poi un incontro a quattr’occhi con Vannino Chiti, in cui chiede a D’Alema di fare ricorso al vocabolario della prima repubblica. «Non pretendo – spiega a Chiti – che D’Alema dica la base non si fa. Basta annunciare una pausa di riflessione e un dialogo vero con il popolo della pace». Nella replica del ministro degli Esteri non c’è traccia di pause di riflessione: «Andreotti l’avrebbe detto. Ma lui è più scafato, questi mi sembrano dilettanti allo sbaraglio».
Dall’ascensore sbuca Gavino Angius. Per fortuna non sente le sue parole: «La fiducia a Prodi sono pronto a votarla anche domani, perché non voglio certo il ritorno di Berlusconi». Ma è la concessione di un attimo: «Non sono pentito. Rivendico il mio diritto a votare secondo coscienza su tutto, specie su cose che non sono del programma dell’Unione, come l’Afghanistan e Vicenza». Avrà ancora questo diritto? Difficilmente le sue dimissioni saranno approvate dall’Aula con il centrodestra che lo considera un eroe. «Ma io ho proprio voglia di andar via». Vorrebbe dedicarsi alle rose della casa paterna vicino a Pratiglione: «Ne ho centinaia, quando le poto ci metto tre giorni. Le mie preferite sono quelle inglesi dell’inizio 800. Sentisse che profumo». Con la testa sembra già lì.


***

Di 60 anni, uno solo in vetrina. Prima del non-voto al governo Prodi, di Turigliatto sen. Franco - seggio conteso dai radicali - si era parlato in estate per l’assunzione a tempo indeterminato in Regione (suo primo impiego) grazie alla legge sui portaborse, contrastata dal compagno di Rc, Mario Contu (morto nel 2005). Nato a Rivara, Turigliatto scoprì la politica a Palazzo Campana, si laureò in Scienze Politiche, aderì a Lega Comunista Rivoluzionaria, poi a Dp e nel 1991 a Rifondazione. Irriducibile: già nove anni fa, nel partito, bocciò il governo Prodi, «Non c’è la svolta. Basta!».