Sergio Romano, Corriere della Sera, 22/2/2007, 22 febbraio 2007
Ho letto un articolo di Vittorio Messori in tema di scomuniche ma non si parla di quella del 1949 da parte della Chiesa nei confronti dei comunisti a opera del Sant’Uffizio
Ho letto un articolo di Vittorio Messori in tema di scomuniche ma non si parla di quella del 1949 da parte della Chiesa nei confronti dei comunisti a opera del Sant’Uffizio. Vorrei sapere se la scomunica è ancora vigente o quando è stata ritirata. Filippo Cammelli filippo.cammelli@ fastwebnet.it Caro Cammelli, le scomuniche furono in realtà due. La prima è nel decreto con cui il Sant’Uffizio, il 1˚ luglio 1949, vietò ai cattolici, sotto pena di sanzioni sino alla scomunica, l’adesione ai partiti comunisti e persino la «collaborazione» con partiti o movimenti d’ispirazione comunista. La seconda, più specifica, porta la data del 30 giugno 1950 e concerne tutti coloro che attentavano al legittimo esercizio dell’autorità ecclesiastica. In ambedue i casi, ma soprattutto nel secondo, la Chiesa romana reagì alla politica anticattolica dei regimi satelliti. A Praga, nel giugno 1949, il governo, ormai interamente controllato dai comunisti, aveva spodestato l’arcivescovo Beran creando un Comitato di azione cattolica che avrebbe diretto da quel momento gli affari della Chiesa cecoslovacca. A Budapest, dopo una prova di forza con la gerarchia cattolica ungherese, il cardinal Josef Mindszenty era stato arrestato, processato e condannato all’ergastolo. Fu questo il clima in cui la Chiesa decise di usare l’arma della scomunica. Pio XII era convinto che Francia e Italia (ma soprattutto l’Italia) corressero il rischio di una sovversione comunista e volle dire ai battezzati, in termini ultimativi, che non avevano il diritto di essere contemporaneamente cattolici e comunisti. Era un segnale diretto principalmente alle madri, alle mogli e alle sorelle di coloro che militavano nel Pci o ne fiancheggiavano l’azione. Quando fece una visita a Pio XII, dopo lo scoppio della guerra di Corea, l’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede Vladimir d’Ormesson ebbe la sensazione che il pericolo comunista fosse la preoccupazione dominante del Papa. Siamo, ripeto, nel momento più teso e aspro della guerra fredda. Nei tre anni precedenti i segnali di pericolo erano stati numerosi. I partiti comunisti si erano impadroniti del potere in tutti i Paesi occupati dall’Armata Rossa. I nuovi governi avevano incarcerato e processato quasi tutti i leader dell’opposizione democratica. L’Urss aveva interrotto i collegamenti di Berlino con la Germania occidentale e stretto d’assedio la città. E non vi era Paese comunista in cui la Chiesa non fosse considerata un nemico dello Stato. probabile che Pio XII abbia rivisto nella sua immaginazione con angoscia le giornate rivoluzionarie del 1919 quando il vescovo Pacelli, nunzio a Monaco di Baviera, aveva assistito alla creazione di una effimera repubblica dei soviet. Ma il Papa non tenne conto del fatto che le proporzioni del fenomeno comunista in Francia e in Italia rendevano impossibile l’applicazione della scomunica. Alle elezioni politiche del 18 aprile 1948 il Fronte democratico popolare, composto da socialisti e comunisti, era stato sconfitto dalla Democrazia cristiana, ma aveva pur sempre avuto, per la Camera dei deputati, 8.137.047 voti. Tutti coloro che avevano votato per il Fronte rientravano in teoria nella categoria prevista dal decreto del Sant’Uffizio. Ma era possibile procedere a una sorta di scomunica collettiva di una parte così importante della società italiana? Dopo essersi accorta del dissenso e del danno che quella decisione avrebbe comportato per l’unità dei cattolici italiani, la Chiesa finì per annebbiare il decreto con alcune dotte distinzioni canoniche e lo lasciò dormire negli archivi del Sant’Uffizio.