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 2007  febbraio 21 Mercoledì calendario

TRE NOTIZIE SU CLAMOROSE INCHIESTE DEL PASSATO: VALLETTOPOLI, RICUCCI E GEA. TUTTO RIENTRATO. TUTTO CDS


21/2/2007
ROMA – Macché Vallettopoli, macché ricatti sessuali in cambio di un contratto in Rai. La procura di Roma azzera l’inchiesta sulla concussione sessuale e chiude pure quella sulle raccomandazioni. Tre le richieste di archiviazione, le prime due per Salvatore Sottile, ex portavoce di Gianfranco Fini e oggi giornalista al Secolo (lo scorso giugno fu sottoposto agli arresti domiciliari, poi revocati dopo due settimane), e per Giuseppe Sangiovanni, il vicedirettore delle risorse artistiche sospeso dall’incarico ad agosto. Ma finisce in soffitta anche l’indagine che puntava ad accertare se nella tv di Stato si conquista un contratto non per merito, ma per aver ceduto ai ricatti sessuali di qualche «potente».
Niente minacce, niente concussione sessuale: è la linea adottata dai pm Giancarlo Amato e Maria Cristina Palaia, titolari dell’inchiesta ereditata dal pm di Potenza Henry John Woodcock. Sottile, si spiega nel provvedimento, non ha mai preteso che Elisabetta Gregoraci, ora valletta a Buona domenica, cedesse ai suoi desideri. Non l’ha ricattata e, anche se tra i due c’è stato qualcosa, la show-girl ha potuto respingere le
avances senza subire danni professionali. «La richiesta di archiviazione era nelle cose», osserva l’avvocato di Sottile, Giuseppe Valentino. «Era una costruzione giuridica piuttosto ardita», ironizza. L’ex portavoce di Fini, però, è indagato per peculato: dovrà spiegare come mai ha usato la macchina di servizio per far accompagnare la Gregoraci alla Farnesina. In un’intercettazione del 9 marzo 2005 il giornalista, dopo una breve conversazione con la soubrette, telefona al suo autista: «Oh, senti, allora vai a prendere Elisabetta». L’altro: «Ok». Sottile: «Sempre lì, in via Sistina 101». Dal colloquio emerge che anche in altre occasioni l’ex portavoce di Fini aveva mandato l’auto blu a casa della show-girl, ma i magistrati devono ancora individuare i singoli episodi. A «piazzare» la Gregoraci in tv, secondo Woodcock, ci avrebbe pensato Sangiovanni. C’è agli atti un’intercettazione in cui il dirigente racconta a Sottile: «Ho parlato oggi con il direttore generale, che mi ha confermato che essendo una grande gnocca per il tipo di trasmissione gli fa anche comodo». Per la procura di Roma, però, anche Sangiovanni non è responsabile di concussione sessuale.
Invece per Vallettopoli i pm hanno chiesto l’archiviazione senza aver mai iscritto neppure un indagato. I sostituti nei mesi scorsi hanno convocato soubrette e funzionari Rai, ma alle domande sulle raccomandazioni sono tutti caduti dalle nuvole: «Sono solo voci», hanno giurato. Eppure le intercettazioni tra Sottile e Sangiovanni sembravano delineare un ambiente in cui il binomio sesso carriera è la regola. Commenti come: «Un bel tipo di porcella, porcella doc »; « piccola ma carina, compatta, come la Smart»; «Ci facciamo fare un bel p...». Nonostante le premesse, nessun testimone ha accettato di raccontare i segreti di viale Mazzini. E così anche questo capitolo dell’inchiesta finisce nell’archivio del tribunale» (Lavinia Di Gianvito)

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PARMA – «Patteggiamento allargato» in vista per 17 dei 62 imputati nel processo principale per il crac Parmalat. La Procura di Parma ha formalizzato ieri l’accordo con le difese per una prima serie di condanne per le accuse collegate al reato base di bancarotta fraudolenta. Via libera al patteggiamento, in particolare, per i due figli dell’ex patron Calisto Tanzi: 4 anni e 10 mesi per Stefano, che era i vertici del gruppo fallito nel dicembre 2003; tre anni e 5 mesi per Francesca, che portò al crac le società turistiche.
Tutti i patteggiamenti dovranno essere approvati il 29 marzo da un giudice del tribunale. Nell’udienza preliminare di ieri la Procura ha annunciato l’accordo sulle condanne, tra gli altri, per l’ex direttore finanziario Alberto Ferraris (4 anni), gli ex contabili Claudio Pessina (3 anni e 8 mesi) e Gianfranco Bocchi (3 anni e 5), l’ex manager di Parmalat Brasile Gianni Grisendi (3 anni), il socio in Ecuador Ettore Giugovaz e l’ex presidente del Parma calcio Giorgio Pedraneschi (2 anni e due mesi per entrambi). Un anno e mezzo la pena prevista per i due revisori della Deloitte, Adolfo Mamoli e Giuseppe Rovelli, tra i pochi ad aver risarcito la loro quota di danni.Il procuratore La Guardia e il pm Picciotti hanno invece respinto il patteggiamento chiesto da Fausto Tonna, braccio finanziario di Tanzi dagli anni ’80 fino al crac, che avrebbe voluto chiudere il processo di Parma con una condanna a quattro anni e mezzo. Tonna aveva già patteggiato a Milano (due anni e mezzo) l’accusa meno grave di aggiotaggio. Bocciati dai pm anche i due anni di pena chiesti da Guido Gerboni e Piero Alberto Mistrangelo. Lo stesso Calisto Tanzi, come riconferma il suo difensore Giampiero Biancolella, «sta ancora valutando una possibile richiesta di patteggiamento allargato». Per tutti i condannati per il crac da 15,5 miliardi di euro, la pena effettiva andrà ridotta di tre anni grazie all’indulto.

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ROMA – Il gip del Tribunale di Roma, Massimo Mariani ha archiviato la posizione di Chiara Geronzi, Giuseppe De Mita (foto), soci della Gea Word, e Tommaso Cellini, direttore generale, coinvolti nei mesi scorsi nell’indagine sulla società. La richiesta di archiviazione era stata fatta dagli stessi pm della procura di Roma. Chiara Geronzi e Giuseppe De Mita erano stati coinvolti nell’indagine per l’acquisizione della procura sportiva del calciatore, all’epoca dei fatti alla Lazio, Alessandro Nesta. La vicenda era stata denunciata dall’ex procuratore del calciatore, Dario Canovi.
Dovrebbe essere fissata ad aprile, invece, dal gup Bruno Azzolini, l’udienza preliminare nella quale si esamineranno le posizioni e le richieste di rinvio a giudizio dei confronti di Luciano e Alessandro Moggi, Davide Lippi, Francesco Zavaglia, Riccardo Calleri, Pasquale Gallo, Francesco Ceravolo e Luciano Gaucci accusati di illecita concorrenza con minacce e violenza.

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MILANO – Il tribunale del riesame ha dissequestrato i 67 milioni di euro usati da Stefano Ricucci (foto) per la scalata occulta ad Antonveneta, che erano stati bloccati dai pm e poi dal gip Forleo. La decisione, secondo i difensori, potrebbe portare alla revoca del fallimento del gruppo di Ricucci, che farebbe venir meno anche l’accusa di bancarotta. Il dissequestro era stato chiesto dall’avvocato Pier Maria Corso per il «venir meno delle esigenze cautelari», in quanto quei soldi erano già «destinati alla curatela fallimentare» nella proposta respinta di concordato.
Restano invece sotto sequestro tutte le plusvalenze ottenute da Ricucci rastrellando le azioni Antonveneta grazie al patto occulto con il banchiere Fiorani.