Il Sole 24 Ore 18/02/2007, pag.35 Carlo Carena, 18 febbraio 2007
Quei (pochi) criminali della suburra. Il Sole 24 Ore 18 febbraio 2007. La lettura di autori antichi quali Marziale, Giovenale, Petronio, Tacito, di romanzi fluviali dell’Ottocento e di altrettanto colossali pellicole novecentesche ci hanno abituato a immaginare Roma capitale dell’Impero come una metropoli angosciante, brulicante di ladri e di megere, percorsa da banditi e oggetto di stragi notturne
Quei (pochi) criminali della suburra. Il Sole 24 Ore 18 febbraio 2007. La lettura di autori antichi quali Marziale, Giovenale, Petronio, Tacito, di romanzi fluviali dell’Ottocento e di altrettanto colossali pellicole novecentesche ci hanno abituato a immaginare Roma capitale dell’Impero come una metropoli angosciante, brulicante di ladri e di megere, percorsa da banditi e oggetto di stragi notturne. Tutti mangiavano, bevevano, e dopo varie gozzoviglie attraversavano strade e piazze al lume sinistro delle torce rischiando a ogni angolo la pelle. Un professore di storia antica all’Università di Monaco, Jens-Uwe Krause, studioso della società romana (nel ’94-95 ha pubblicato quattro volumi su Vedove e orfani nell’Impero romano), ci offre nel suo La criminalità nel mondo antico (un’altra sua opera è dedicata alle carceri di quei tempi) un quadro molto diverso; ridimensiona quei fenomeni come luoghi comuni largamente patetici e romanzeschi. Non che fossero tutte rose e fiori, e Atene e Roma non erano certamente nemmeno esse ireniche (un funzionario nell’Asia romana si chiamava irenarca, sovrintendente alla pace); la criminalità e la violenza preoccupavano non poco, ma insomma a paragone con altre città preindustriali i reati contro la persona come quelli contro le cose erano «tenuti efficacemente sotto controllo» e ciò, non tanto per l’esistenza di un efficace polizia di Stato, che anzi, almeno nel senso e con la sistematicità moderna, essa non esisteva né ad Atene né nella Roma repubblicana, bensì per iniziativa e a cura dei privati, singoli od organizzati dalla comunità: si preferiva sistemare le cose in famiglia, anche perché la giustizia era lenta, costosa e aleatoria. Certo la Roma rinascimentale era più dedita all’omicidio che non quella antica. A tali risultati il Krause giunge attraverso un rigoroso scrutinio delle fonti: anzitutto, ovviamente, quelle giuridiche, codici e oratori, e poi pensatori e scrittori e per i secoli più tardi i predicatori e i moralisti cristiani; ma anche i papiri egiziani, testimoni eloquenti della cronaca minuta. Le pagine iniziali, dedicate ad Atene, sono necessariamente più scarne e meno significative. Gran parte del volume è occupata, anche per la ricchezza della documentazione e con efficacia, alla grande Roma. Lì, il secolo culminante della violenza criminale e politica appare senz’altro il primo a. C.: il secolo inaugurato sul finire del precedente dai Gracchi, e, per intenderci, di Mario e Silla, di Catilina e dell’assassinio di Cesare. Le armi brulicavano, ogni casa ne aveva qualcuna, riportata dai reduci di molte campagne militari. Le scorte armate dei potenti o dei ricchi erano un’ovvietà. Quando Clodio s’imbatté in Milone sulla via Appia, aveva un seguito di trenta schiavi armati di spada, e secondo un commentatore antico delle orazioni di Cicerone questo all’epoca era assolutamente normale. Altre volte tuttavia la situazione era più casereccia: i senatori e i loro sostenitori nel 133 assalirono Tiberio Gracco con bastoni e randelli, sedie e gambe di tavoli. Anche in Egitto era raro l’uso delle armi proprie; se mai anche lì si brandivano, nelle liti o negli assalti, bastoni e asce più che spade. Ma dopo questi exploit tutto fa pensare che nell’età seguente, proprio quella che siamo abituati a considerare la più criminale e crudele, la violenza diminuì drasticamente. Quanto ai delitti comuni, pochi risultano i delinquenti di professione, e gli agiati non erano meno dei bisognosi. C’erano sicari di professione nella Roma tardo repubblicana e tagliaborse persino in chiesa nell’età cristiana. Ma in ogni caso, ribadisce il Krause, l’entità del fenomeno era decisamente più ristretta che nella moderna società industriale. Le città erano meno grandi, e la popolazione locale più fusa, meno separata fra poveri e ricchi. Solo occasionalmente l’estremo bisogno poteva spingere i primi al furto o alla rapina; e più spesso, se mai, questi delitti erano opera di immigrati dalla campagna, mal integrati con i cittadini, o di schiavi disperati. Quanto ai ricchi, essi peccavano spesso per noia e ghiribizzo, soprattutto in età giovanile. Celebre il caso del giovane Nerone, che a dire di Svetonio, al calar della sera usciva di casa travestito con una berretta in testa, entrava nelle osterie, picchiava i passanti e se resistevano li feriva e gettava nella fogna, saccheggiava i negozi, e rischiava a sua volta la vendetta occulta di qualche cavaliere di cui si era preso la moglie. Luoghi deputati di risse giovanili erano pure gli stadi. Ma qui, nel quadro fuggevole e piuttosto blando che ancora il Krause delinea, vien più che mai da ricorrere per un confronto al classico Il pane e il circo di Paul Veyne (1976). Lì, a proposito dei teatri e degli stadi, si legge che «grande è il contrasto con le masse sorprendentemente autodisciplinate dei Paesi industriali del nostro secolo. Le plebe romana si affezionava ai divi del teatro e dell’arena o alle squadre di conducenti dei carri, le "fazioni" del circo. Zuffe, del resto apolitiche, opponevano i clan dei sostenitori riuniti in associazioni» e così via. Si misura così non solo l’evoluzione della storiografia, ma anche quella, ancor più rapida, della storia. Carlo Carena