Il Sole 24 Ore 18/02/2007, pag.41 Fernando Mazzocca, 18 febbraio 2007
Un Piccio in grandezza. Il Sole 24 Ore 18 febbraio 2007. La prima cosa che colpisce in questo artista è proprio il soprannome
Un Piccio in grandezza. Il Sole 24 Ore 18 febbraio 2007. La prima cosa che colpisce in questo artista è proprio il soprannome. Giovanni Carnovali, figlio di un capomastro che era stato chiamato a sistemare dei giuochi d’acqua nel giardino della villa dei conti Spini ad Albino nel bergamasco, colpì quelli che diverranno presto i suoi nobili protettori per la sua vivacità e una genialità davvero impensabile in un bambino, quando lo videro intento a scarabocchiare sulle carte o sui muri. Venne chiamato affettuosamente il Piccio (piccolino), un termine che nel dialetto lombardo è andato assumendo una connotazione lievemente canzonatoria. Ebbene, caso più unico che raro nella pittura moderna, egli sembrò andare fiero di essere chiamato in un modo quasi irriverente, tanto da firmare i suoi dipinti sempre così. Del resto quando dodicenne entrò nella prestigiosa scuola di pittura dell’Accademia Carrara a Bergamo il suo esigente maestro lo individuò subito come un talento "straordinario", mentre Francesco Hayez, qualche anno dopo, fu udito ammettere: «Costui è uno che, se vuole, ci mette in un sacco tutti». Il bello è che Piccio era incurante del successo professionale come delle maniere. Aveva una sua idea di pittura e portò avanti con intransigenza le sue sperimentazioni, nel ritratto come negli straordinari paesaggi, o in certi piccoli quadri di tocco che sembrano esplodere nella luce, senza curarsi del pubblico o della critica. Quando si cimentò - fatto piuttosto raro nella sua carriera - con una commissione ufficiale, accettando di dipingere una grande pala rappresentante Agar nel deserto per la chiesa parrocchiale di Alzano alle porte di Bergamo, destinata a una cappella dove avrebbe dovuto confrontarsi con un capolavoro di Appiani (un grande di cui forse egli si sentiva l’erede), impiegò molti anni, dal 1840 al 1863, per arrivare alla fine dell’impresa. Fu una vera tela di Penelope. Cambiò spesso la composizione e se ne fregò delle sollecitazioni dei suoi committenti. Quando finalmente si giunse alla presentazione del dipinto, caso più unico che raro per il nostro Ottocento, venne rifiutato dalla Fabbriceria della chiesa che non intendeva dare un soldo per quello che venne liquidato come uno «sgorbio né disegnato né dipinto». Unico a difenderlo fu colui che, al suo tempo, era stato il solo a capire la sua pittura, l’amico di sempre e a sua volta pittore di grande talento: Giacomo Trécourt. Egli pubblicò sui giornali dell’epoca lettere di fuoco a favore del capolavoro incompreso e oltraggiato, che invece gli sembrava, proprio per la sua esecuzione impetuosa, «disegnato dal Parmigianino in uno dei migliori momenti del suo estro creatore» sottolineando «quanto studio, quanta fatica e quasi direi quanto amore è celato sotto questa esecuzione sciolta e poco meno che sprezzata; non al ristretto lume del cupo laboratorio, ma all’aria aperta, anzi nel deserto stesso sembrano copiate quelle maestose ed elegantissime figure; qui nessuna ombra è abbuiata dal riflesso delle opache pareti e qui spazia dappertutto il vago aere e vi brilla». Elaborando una modernissima pittura di luce, di valori atmosferici e di colore Piccio ha saputo coniugare l’esempio dei grandi maestri, come appunto Correggio e Parmigianino, con una personalissima sperimentazione "en plein air", giungendo così a risultati personalissimi, soprattutto nei paesaggi ma anche nelle scene mitologiche o nei ritratti degli ultimi anni, che lo hanno fatto considerare, non a torto, come un precursore della Scapigliatura e del Divisionismo. Del resto non è un caso che Previati stesso lo riconoscesse come un suo ideale maestro, mentre per un altro suo grande estimatore de Chirico amò molto il suo romanticismo, alternativo a quello "ufficiale" di Hayez e dell’Accademia, un romanticismo, precisò, «soffocato di vapori d’affanno e di nostalgia, che ebbe in Gaetano Previati il suo ultimo e più degno rappresentante». Eppure accanto a questo Piccio, capace si trasfigurare la realtà in una dimensione quasi onirica come nel grande straordinario paesaggio con il profilo di Cremona che appare sullo sfondo incorniciato dalle piramidi e dalle palme - il dipinto intitolato Mosé salvato dalle acque è noto anche con Un sogno, e che abbiamo chiamato in questa occasione l’"ultimo romantico" coesiste un altro Piccio, altrettanto grande, quello dei ritratti sino agli anni Quaranta. Questo può essere considerato a tutti gli effetti come l’ultimo dei pittori della realtà, rappresentante estremo e assolutamente degno dei suoi predecessori di quella insigne stirpe che iniziata da Moroni (nato in quell’Albino dove il nostro aveva mosso i primi passi) si era estesa sino a Ceruti e al Ghislandi. Il dipinto manifesto di questa altra identità di Piccio è un ritratto che si presenta in assoluto come uno dei prodotti più incredibili nel genere. quello in cui a figura intera è rappresentata, in tutta la sua trionfante bruttezza, la contessa Anastasia Spini la povera «sorella nubile del conte Pietro Andrea Spini - un grande estimatore e protettore dell’artista - interdetta per prodigalità e minorato giudizio». Il pittore descrive impietosamente una per una le pieghe del suo volto come ogni trina della cuffia e del colletto ingombrante come un bavaglio, e inserisce alle sue spalle, come se si trattasse di un ritratto intellettuale, un tavolo con ben in evidenza un libro e tutto l’occorrente per scrivere. La donna è fissata nell’attitudine, assai poco femminile ma sicuramente a lei abituale come a tante vecchione dell’epoca, di stringere con la destra una presa di tabacco appena estratta dalla tabacchiera stretta nella sinistra, proprio come il grande Manzoni nel ritratto, anch’esso seduto, che gli aveva fatto Hayez forse proprio nello stesso anno. Ai suoi piedi, presenza insieme comica e inquietante, zampetta un grosso e vecchio uccello. Se sia lì per caso, o significhi qualcosa, nessuno è stato ancora in grado di capirlo. Fernando Mazzocca