Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  febbraio 21 Mercoledì calendario

Oh oh, a Sanremo quest’anno c’è un insegnante di scuola media - il suo nome è Pietro Baù, ma preferisce farsi chiamare Patrizio - che debutta nella categoria «giovani» cantando «E alza la sottana / E apri la persiana / Poi guarda che ruffiana / La femminilità», e poi «E dammela la mela / Sai quanto mi fa gola », e anche, fuor di metafora: «In amore è naturale / Liberare l’animale»

Oh oh, a Sanremo quest’anno c’è un insegnante di scuola media - il suo nome è Pietro Baù, ma preferisce farsi chiamare Patrizio - che debutta nella categoria «giovani» cantando «E alza la sottana / E apri la persiana / Poi guarda che ruffiana / La femminilità», e poi «E dammela la mela / Sai quanto mi fa gola », e anche, fuor di metafora: «In amore è naturale / Liberare l’animale». Wow! Dopo tanto sospirar d’amore, finalmente quest’anno a Sanremo qualcuno conclude: c’è Nada (nella foto) che con la sua bella voce roca modula «Prendimi stasera / Sono in piena in piena»; ci sono i quattro Stadio alle prese con una lei che cerca «quel che lui non le sa dare»; c’è Amalia Grè che si «scioglie» tra le braccia di qualcuno nel bel mezzo di un brano che le piace definire «sensuale, ma in senso etico». E non è nemmeno l’unica novità. Diavolo d’un Baudo! Non s’era mai visto, neppure ai bei tempi delle sorelle Bertè, un festival con così tante parole sporche nelle canzoni. Tipo: «Stronza», «Figlia di puttana», «culo», «affanculo», «sederi», piscio», «pisciare», «me la faccio sotto». E insomma c’è roba forte nei testi di quello che, a una prima superficiale disamina, pareva profilarsi come il Sanremo delle famiglie e del ritorno al classico. Invece: «Mi chiamo Antonio e sono matto» dice Simone Cristicchi, ed è subito «angeli legati ad un termosifone», «puzza di piscio e segatura», «cartelle cliniche stipate negli archivi», malati mentali come «migliaia di astronavi che non tornano alla base» (bello) e «pupazzi stesi ad asciugare al sole». Invece: «Dunque vedi che bisogna andare via / ce lo chiede questa nuova economia» (sublime, avercene di slogan così in politica!), ed è sì una regolare famiglia italiana quella cantata da Fabio Concato, ma versa in un mare di guai, con il padre che perde il lavoro («L’hai capito o no, mi hanno mandato a casa / Senza dirmi una parola, nè una scusa / Dimmi adesso cosa faccio a 50 anni») e i figli che chiedono «perché non si può fare / perché non posso andare». Invece: Antonella Ruggiero canta i bambini sotto le bombe, Milva il fallimento esistenziale (testo di Faletti, bello duro), tormenti d’ogni genere inzeppano la sezione bulli, e persino Gianni e Marcella Bella confessano d’aver scritto la loro «Forever per sempre» - con Mogol - «in risposta ai tragici eventi di questi tempi, dalla guerra in Iraq alle impiccagioni in tv», il che spiega anche il bilinguismo. Quanta profondità! Che scandali! Che Festival! Fortuna che c’è Paolo Rossi che interpreta Rino Gaetano, «In Italia ci sta il mare / per nuotare e per pescare / In Italia si sta bene / in Italia ci sta il sole», così ci rilassa un po’. /